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Tre scenari per la Brexit secondo Boris Johnson

La Brexit si farà. La vittoria schiacciante alle elezioni da parte di Boris Johnson ha rotto uno stallo che stava diventando pericoloso per il Paese. Tranne un nucleo di irriducibili che si dice pronto a iniziare la battaglia per la riammissione di Londra nella UE, il resto dell’elettorato, compresi molti moderati remainer è perfettamente cosciente che, se Johnson avesse avuto una risicata maggioranza, il Parlamento si sarebbe nuovamente trascinato in una lunga agonia di voti e controvoti con un dannoso risultato in tutti i casi. Anche se alla fine un nuovo referendum fosse passato e anche se questo probabilmente fosse stato vinto di misura dai remainer, si sarebbe riaperta a parti rovseciate una nuova tossica battaglia che avrebbe sfinito il Paese. Creando un insostenibile clima di incertezza economica.

Lo slogan di Johnson Get Brexit Done , ossia concludiamo la Brexit a tutti i costi, si è provato dunque essere un’arma elettorale vincente che, almeno sul piano politico ha riunito in buona parte il Paese. Il cammino ora è comunque lungo anche perché i perdenti remainer irriducibili (circa un terzo degli elettori) sfrutteranno qualsiasi pretesto e passo falso del premier per provare che sta portando il vascello nazionale sugli scogli.

Quanto interessa sapere a noi ora è quali scenari si aprono nel breve termine. Con una forte maggioranza in Parlamento Johnson sarà in grado facilmente di passare la fase di divorzio della Brexit entro fine gennaio. Dopodiché si aprira la fase negoziale del nuovo accordo commerciale con la UE che, secondo le scadenze previste, deve essere concluso entro la fine del 2020 ossia tra 11 mesi.

Su questo fronte tre scenari sono prevedibili.

Il primo scenario è quello cosiddetto del Gattopardo. Secondo i cinici, Johnson cambierebbe tutto per non cambiere niente o almeno poco o nulla. Johnson avrebbe insomma incassato la vittoria formale della Brexit, con grande ammirazione del pubblico e, in virtù della forte maggioranza ottenuta e della demolizione del partito Brexit di Nigel Farage può ora gestire una rapporto morbido con la UE senza che la destra tory possa intralciarlo troppo. Londra in fondo si trova a commerciare per oltre il 40% con l’Unione e saggezza vuole che il rapporto venga mantenuto con il massimo possibile di convergenza specialmente in un momento in cui il Regno Unito si troverebbe a negoziare trattati con il resto del mondo. Per divergere in tempi successivi c’è sempre tempo.

Il secondo scenario è quello della Hard Brexit che agitano gli allarmisti. Secondo costoro Boris ha sempre desiderato una Hard Brexit e ora si troverebbe davanti una occasione d’oro. Cosciente che è virtualmente impossibile di concludere un nuovo trattato negli 11 mesi che gli rimangono egli starebbe cercando temerariamente lo sfascio. Senza un accordo nei tempi previsti il Regno Unito si troverebbe al 1 gennaio 2021 a commerciare in base alle regole base del WTO. A conferma Boris starebbe per proporre in Parlamento una legge che blinda alla fine del 2020 la scadenza negoziale, scavando successivamente un baratro. Secondo gli esperti, si tratterebbe però di un’astuzia negoziale che Johnson ha già mostrato di gestire con abilità, dato che può sempre passare un emendamento all’ultimo minuto che proproghi i termini di qualche mese per giungere a un accordo.

Il terzo scenario, che a mio avviso è quello più plausibile è quello di una serie di schermaglie con la UE per mostrare che Johnson non teme lo scontro con Bruxelles e allo stesso tempo può passare una serie di misure a effetto per provare che il Paese si sta realmente allontanando da Bruxelles, lasciando sul fondo, almeno in questa fase, il massimo di convergenze possibili (dato che il Paese parte allineato sulle leggi UE) per poi divergere secondo necessità e opportunità negli anni successivi. Un approccio pragmatico che Johnson, persona pratica e per nulla ideologica, verosimilmente privilegerà.

Da quanto mi è parso di raccogliere nell’ultimo mese in ambienti UE è che anche Bruxelles ha tutto l’interesse di concludere la vicenda rapidamente senza ripicche né sgambetti per preparare una uscita senza frizioni del Regno Unito. Ciò ridurrebbe il più possibile l’area di polemiche tra due partner, dato che sono costretti comunque a commerciare per decenni a venire. Quanto Londra riesca a strappare di vantaggi da Bruxelles é però tutto da provare, dato che, per definizione, essere fuori dalla UE significa non usufruire più i vantaggi che erano garantiti finora ai Paesi membri. Se si lascia un Club non si può pensare di tornare a frequentarlo come prima. Sarà ora interessante vedere, una volta fuori e quindi con minore potere negoziale, quali concessioni Londra riuscirà a strappare ai vecchi partner che hanno interesse a un buon rapporto futuro, ma anche interesse a provare che Londra non ottenga dalla UE più vantaggi andando fuori che restando dentro…