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Johnson stravince grazie all’Inghilterra profonda

Boris Johnson ha stravinto. Una vittoria piena, con una maggioranza bulgara, che il partito conservatore non deteneva dai tempi della seconda vittoria di Margaret Thatcher nel 1987. Il partito laburista di Jeremy Corbyn ha subito la peggiore sconfitta dal dopoguerra, pagando per la propria ambiguità e il profondo anacronismo paleo-socialista, mentre i liberaldemocratici di Jo Swinson non sono riusciti a capitalizzare le simpatie dei remainer, perdendo addirittura un  seggio, ironicamente quello della giovane leader, durata lo spazio di un mattino, dato che è già dimissionaria. A votare in massa Boris sono state le campagne e le piccole e medie città inglesi. Il prezzo della vittoria è stato alto, dato che la Scozia è finita quasi tutta in mano ai nazionalisti secessionisti, come pure Londra, che a parte due quartieri (City -Westminster e Kensington, soffiata ai laburisti per un pugno di voti) è tutta in mano ai laburisti e liberaldemocratici. In altre grandi città i conservatori sono in minoranza, a testimonianza che a sostenere Boris è stata sostanzialmente l’Inghilterra profonda.

Johnson ha dimostrato di essere un maestro della tattica, con un messaggio chiaro, get Brexit done (concludiamo la Brexit), ormai condiviso dalla maggioranza della gente che non ne poteva più dell’agonizzante paralisi in cui si era ficcato il precedente Parlamento. La May, che voleva una Brexit più morbida, aveva fatto l’errore di non coinvolgere l’intero arco costituzionale per ottenere un compromesso, a costo di perdere il consenso della destra del proprio partito. Questa l’ha così tenuta in ostaggio, facendola cadere. Il che ha aperto la strada a una fase di anarchia parlamentare, ormai insostenibile agli occhi della gente. In mancanza di alternative credibili e praticabili da parte dell’opposizione, i Tory sono riusciti a trovare un nuovo leader in Boris, che abilmente ha rinegoziato un accordo con Bruxelles in modo un poco più restrittivo (al prezzo di alienarsi però il Nord Irlanda) riuscendolo a vendere con molta più energia prima alla propria destra e poi all’elettorato, al punto che questo ha voltato le spalle ai puristi della Brexit. Il partito di Farage, che criticava da destra Boris per avere fatto un compromesso con Bruxelles invece di fare una Brexit pura e dura, è uscito infatti a pezzi, senza neppure ottenere un seggio. I remainer, che non erano riusciti a ottenere nella scorsa legislatura un voto per un secondo referendum, cercando in ogni modo con vari patti di desistenza di fare eleggere un Parlamento in stallo, per poi tentare nuovamente un secondo referendum, non hanno capito l’animo della gente che non era pronta a un altro lungo periodo di  incertezza e divisione. Boris ha così rappresentato la stabilità, caldeggiata intimamente anche da Bruxelles (sfinita da negoziati senza fine) ed espressa platealmente dai mercati, che hanno salutato l’esito con un netto rialzo della sterlina.

Se si guardano i voti in termini percentuali e non di seggi, si può capire l’abilità di Johnson, che con il 43,6% dei voti ha preso una maggioranza del 56% dei seggi in virtù del meccanismo del maggioritario. Boris ha abilmente puntato su vari collegi laburisti che avevano votato leave nel 2016 facendoli cadere a proprio vantaggio, magari anche con piccole maggioranze. Una sconfitta rovente per Corbyn che in alcuni casi ha perso collegi fedeli al labour da decenni. Se si sommano i voti dei Tory a quelli del partito Brexit e altre formazioni minori pro Brexit, arriviamo a un 46% dell’elettorato. Considerando che in questa percentuale ci sono molti voti ex laburisti passati ai Tory e che i laburisti rimasti fedeli a Corbyn sono in grande maggioranza filo-remain, a cui vanno sommati nazionalisti scozzesi, verdi, liberaldemocratici e nazionalisti gallesi, tutti nettamente pro-remain (con l’1,5% di UDP e Sinn Fein nordirlandesi da escludere) la vittoria di Boris è avvenuta assai probabilmente facendo leva su una minoranza, per quanto grande, di leaver. Il che prova la giustezza del calcolo dei remainer  di tentare un nuovo referendum, dato che erano diventati maggioranza, come segnalato dai sondaggi, ma l’errore politico di perseguirlo, dato che la gente comune non ne aveva più l’intenzione. E prova la giustezza del calcolo di Boris di preferire la via delle elezioni.  Laburisti e liberaldemocratici hanno così pagato caro il loro calcolo sbagliato. I laburisti, in particolare, hanno scontato, oltre alla posizione ambigua di Corbyn sulla Brexit, che non è piaciuta a quel 15/20% di leaver presenti nel partito, l’impopolarità personale di Corbyn. Il leader era troppo impelagato in accuse di anti-semitismo, anti-patriottismo e anti-monarchismo che non sono piaciute a parte del suo stesso elettorato, oltre al programma di spese faraonico che non è risultato credibile neppure tra gli elettori laburisti tanto era alto. Alcuni militanti hanno ammesso che, a misura che crescevano le promesse di Corbyn durante la campagna, si sentivano sempre più in imbarazzo a trasmetterle agli elettori porta a porta, fino a ometterne per vergogna…

Così un Boris trionfante, con 365 seggi (una maggioranza di 80 seggi) ha ora completamente in pugno la situazione. I suoi sostenitori insistono nel ripetere che il leader Tory, malgrado uscite di destra dell’ultima ora contro gli immigrati europei, la BBC e in favore di un forte ordine pubblico, resta un one nation tory, ossia un conservatore di centro compassionevole. Famoso per non avere principi, ma essere abilissimo per annusare il potere, molto probabilmente Boris cercherà ora di spostarsi in centro per fare l’en plein, blandendo il Paese come uomo per tutte le stagioni. Lo stesso padre del premier, Stanley Johnson, ha affermato che ora è giunto il tempo per Boris di ricucire col Paese e Bruxelles, dato che vi sono materie come l’ambiente e il terrorismo che non possono essere risolti su scala nazionale, ma in ambito europeo. Secondo il vecchio Stanley il commercio non è tutto. E’ un fatto però che questa Brexit, di cui Johnson è stato uno dei padri per abilità politica più che per convinzione (fino al 2016 non si era mai pronunciato sul tema anche perché come sindaco di Londra guidava una città cosmopolita e filoeuropea) purtroppo c’entra moltissimo con il commercio. E inevitabilmente porterà a un aumento di dazi e tariffe per Londra, riducendo i rapporti con il maggiore partner economico britannico (la UE) e danneggiando l’economia del Paese. Con buona pace per il conservatorismo, uno dei cui pilastri è il dogma del libero scambio e dell’apertura dei mercati. Quella che ha peraltro ispirato la stessa ragion d’essere della UE.

 

  • habsb |

    sig. Niada

    proprio non capisco la sua conclusione.
    Cosa impedisce a una GB finalmente libera di praticare il libero scambio non solo con il resto dell’Europa, ma anche con tutte le altre nazioni del mondo ?
    Anzi, direi che proprio la sua ritrovata libertà le permetterà di stringere accordi di libero scambio extra europei, senza dover passare sotto le forche caudine di Bruxelles (o piuttosto di Berlino e Parigi) per averne il permesso.
    Già il presidente Trump promette un largo accordo di libero scambio.

    Anche l’Italia dovrebbe seguire l’esempio britannico e lasciare Bruxelles ai suoi deliri di iper-regolamentazione socio-economica, e di distruzione dell’industria attraverso tasse, divieti, e burocrazia.

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