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Il Financial Times alla guerra dei media

Per il Financial Times la vita è sempre più difficile. Nel giro di un anno l’augusto quotidiano della City si è trovato completamente accerchiato a causa di una radicale trasformazione del panorama mondiale dei media economici. Grandi scelte si impongono per la casa madre Pearson: investire massicciamente nel quotidiano o pensare seriamente se valga la pena di tenerlo all’interno di un gruppo che ormai trae sempre più forza dall’editoria libraria e dal settore dell’educazione.

Rupert Murdoch ha appena concluso l’acquisizione del gruppo editoriale Dow Jones a cui fa capo il quotidiano The Wall Street Journal, gettando le basi per immense sinergie con il resto del gruppo che spazia dalla Tv (Fox, Star, Bskyb, Sky) passando per un importante quotidiano inglese come The Times per finire con crescenti interessi nel mondo di internet che ha crescente bisogno di nutrirsi di servizi. D’altra parte, i due grandi gruppi dell’informazione finanziaria mondiale, la canadese Thomson e la britannica Reuters si sono da poco fuse, dando vita a un titano da 25miliardi di dollari di capitalizzazione che spazierà dalle banche dati ai terminali per le contrattazioni, passando per le notizie scritte e per immagine. Quanto è peggio per il Financial Times, grazie all’abile mossa dell’amministratore delegato della divisione media della Reuters, Monique Villa, l’agenzia di informazioni finanziaria inglese creerà una sezione di business e finanza nel quotidiano International Herald Tribune che verrà chiamata Business with Reuters. Sullo sfondo, il colosso americano Bloomberg resta sempre una potente realtà con fare i conti e perfino reti Tv generaliste come Sky, BBC e CNN , tramite la collegata CNBC, sono sempre più attente all’informazione finanziaria.

Il motivo della corsa al consolidamento nei media economici e finanziari è semplice: è l’unica informazione che sfugge al gioco al massacro avviato da internet sulle news generaliste che si possono ormai trovare ovunque senza pagare dazio. L’informazione economica e finanziaria ha invece bisogno di specialisti, è complessa e deve essere accurata per evitare che articoli o notizie siano oggetto di salate cause legali. Insomma merce rara, su cui si concentrano le brame dei grandi gruppi. "Last but not least", conta la lingua inglese, che esercita l’effetto di grande mare su cui naviga la comunicazione su scala globale. In quest’ambito il Financial Times e il cugino The Economist (di cui il Ft detiene il 50% del capitale), due testate prestigiose e di grandissima qualità, rischiano di trovarsi in una polla d’acqua sempre più piccola. A meno che non entrino in gioco le sinergie di un grande gruppo. Va detto peraltro che sotto il nuovo direttore Lionel Barber il Financial Times ha recuperato molti lettori ed è uscito dalla crisi pubblicitaria entro cui era attanagliato all’inizio degli anni 2000. The Economist è ormai sempre più vicino alla soglia di un milione di copie vendute, provando di avere la migliore formula mondiale di periodico di qualità. Ma il Financial Times  negli ultimi due anni ha iniziato a perdere pezzi vendendo il gruppo Recoletos (di cui fa parte il quotidiano economico L’Expansion) all’italiana Rcs e Les Echos al gruppo del lusso Lvmh di Bernard Arnault. Un rimpicciolimento della costellazione dei media che giravano attorno alla gloriosa testata britannica e che erano, va detto, in attivo, non è di buon auspicio. In un mondo in cui si scontrano titani editoriali, Marjorie Scardino, Ceo del gruppo Pearson, è chiamata a solenni decisioni se non vuole che il Ft e The Economist si riducano a due fortini assediati, due centri studi con bravi giornalisti con scarse risorse e scollegati dal flusso della rete. Anni fa, richiesta se avrebbe venduto il Financial Times la Scardino disse la famosa frase < over my dead body > che in italiano significa < neanche da morta >. Oggi la manager americana che ha sposato un giornalista italo-americano è chiamata a scelte importanti, che toccano, purtroppo, a chi sta nel mondo dei vivi…Il rischio per l’Ft, ora che molti giochi sono fatti, è che si trovi con pochi pretendenti e si spenga per asfissia.

C’è poi un aspetto in più, che potrebbe rendere la vita del quotidiano britannico più dura. Il nuovo amministratore delegato del Wall Street Journal è l’abile Robert Thomson, fino a pochi giorni fa direttore di The Times, testata del gruppo Murdoch. Thomson, che è di origine australiana e con moglie cinese come il re dei media, di cui è grande amico, ha un trascorso interessante: è stato anni fa vice-direttore del Financial Times dove era in corsa per la direzione dopo la partenza di Richard Lambert. Gli fu preferito Andrew Gowers che oggi dirige le comunicazioni di Lehman Brothers. Thomson non avrebbe mai mandato giù la sconfitta e oggi ha un motivo in più di provare all’ex datore di lavoro di che pasta è fatto.