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La Brexit e l’eviscerazione dall’Europa

La Brexit è un’ideologia. Per parafrasare Lenin, può essere definita come la fase suprema del conservatorismo, nella versione di un nazional-populismo. Poiché l’aspetto economico-liberista in stile anglo-sassone è venuto a mancare a causa della pandemia, l’accento viene sempre più a porsi su un assurdo e irrazionale rapporto con l’Europa. Odiata perché burocratica e socialisteggiante, ora che la pandemia ha costretto il Governo Johnson a un programma statalista di aiuti e sovvenzioni che va al di là dei sogni più selvaggi del Labour stile Corbyn, il leader della sinistra radicale defenestrato dopo la disfatta elettorale, l’Europa viene negata e osteggiata geograficamente, in un processo di eviscerazione autolesionista. Pazienza se a farne le spese è quel milione e mezzo di britannici che vive in Europa e ora si trova di colpo in una giungla di permessi di soggiorno nazionali, o quella legione altrettanto nutrita di inglesi che in Europa ha una casa di vacanza e ora non potrà godersi per più di tre mesi l’anno, massima durata di un viso turistico per chi è un cittadino extra UE. Pazienza per i pescatori, che ora avranno più libertà di pescare nel proprio mare ma crescenti difficoltà di vendere il pescato al di là della Manica a causa degli ostacoli burocratici che hanno dimezzato le vendite delle merci più deperibili come i frutti di mare.

La lista è lunga e ora si aggiunge quella degli allevatori che hanno avviato una vibrata protesta contro la proposta del Governo di concludere un accordo agricolo con l’Australia, che rischia di piallare i concorrenti britannici. Questi hanno messo in chiaro di volere delle salvaguardie per non finire con le spalle al muro dato che non sono in grado di tenere i costi ai livelli delle sterminate mandrie o greggi degli antipodi. Il Galles è insorto con le sue greggi come pure la Scozia con le sue mandrie. Il Governo, nella persona di Liz Truss, una vestale della Brexit che ha il compito di riempire il cratere che si sta creando con il crollo del commercio con la UE commerciando con il resto del mondo dice che bisogna guardare non solo ai lati negativi ma alle opportunità che si vanno creando. A giudicare da un recente articolo del Financial Times l’accordo con l’Australia a regime porterebbe, tra 15 anni, l’interscambio tra 200 e 500 milioni di sterline pari allo 0,02 del pil britannico. Attualmente l’export di carne di manzo e agnello australiani, ancora sulla scia inerziale del regime UE è di 50 milioni di sterline. Vale la pena di infliggere a comunità agresti e di pescatori enormi danni sociali per limare qualche decimale ai costi della bistecca o del pollo (attendiamo quello al cloro americano) che lasceranno il consumatore col portafoglio più pesante ma un peggioramento della qualità dell’alimentazione e un impoverimento delle campagne?

Intanto, come si diceva, quello che è certo è che il processo di negazione della UE sta funzionando, dato che l’interscambio con la UE si è contratto di quasi un quarto (-23%) nel primo trimestre del 2021 mentre con il resto del mondo del solo 0,8% portando a un sorpasso del resto del mondo sulla UE nel contesto di una regressione generale. La UE pesava infatti nel primo trimestre del 2019, era pre Covid, per il 53% di un interscambio totale di 215 miliardi di sterline. Nel marzo 2020 a scoppio di Covid il dato era sceso al 50,2% su 191 miliardi, mentre lo scorso marzo ex Covid e ex-Brexit l’Europa e’ scesa al 46% su un totale di 177 miliardi. Insomma l’allontanamento dall’Europa pare funzionare. Quanto al prezzo, per i cultori dell’ideologia della Brexit, i numeri non paiono contare…