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Il caso Lady Diana e l’etica dell’irresponsabilità su scala Reale

Da giorni, sui media britannici, infuria il caso Martin Bashir, il giornalista della BBC che nel novembre del 1995 fece lo scoop del secolo intervistando Lady Diana. Il passaggio più noto dell’intervista fu quando Diana disse che il matrimonio con Carlo era un po’ affollato perché gli interessati erano 3, alludendo a Camilla, inveterata amante del Principe di Galles.

L’intervista al tempo ebbe 23 milioni di spettatori e da allora è stata vista altri milioni di volte.  Tutti sanno cosa accadde a Diana nel successivo anno e mezzo: una vita turbinosa, in un rapporto infernale con i media e i paparazzi che terminò tragicamente a Parigi il 31 agosto 1997 in un incidente stradale sotto il Pont de l’Alma. Sulla storia di Diana sono corsi fiumi d’inchiostro e tormente di emotività. I famigliari stretti, il fratello Charles e i figlioli, William e Harry, hanno accusato i media di avere spinto la sprovveduta principessa alla follia. La gente comune ha visto Diana come una martire, crudelmente triturata dalla reale macchina infernale senza cuore che l’ha trattata come un’estranea.

Pochi giorni fa, la vicenda ha avuto una prima conclusione con la sentenza di una commissione d’inchiesta guidata da Lord Dyson (non il re degli aspirapolvere, ma uno stimato giudice inglese in pensione) che ha censurato il comportamento di Bashir per essersi procurato l’intervista in modo truffaldino. Bashir aveva mostrato a Charles Spencer, fratello di Diana, documenti contraffatti, da cui emergeva che l’entourage della principessa riceveva soldi per spifferare informazioni su chi doveva proteggere. L’idea era che, per evitare articoli pericolosi, per Diana la migliore soluzione era di parlare direttamente in TV per raccontarsi. Dyson ha inoltre criticato i vertici della BBC per essersi comportata assai sotto i propri standard deontologici, avendo condotto un’inchiesta interna all’acqua di rose che ha assolto Bashir, mentre ha allontanato Matt Wiessler, grafico e autore dei documenti contraffatti su richiesta di Bashir. La BBC aveva inoltre respinto, minacciando addirittura azioni legali, le accuse di un articolo del giornale Mail on Sunday che, già nell’aprile del 1996, parlava di documenti contraffatti. Bashir lasciò per inciso la BBC nel 1999, per proseguire una brillante carriera alla ITV e poi MNSC in America ed essere successivamente riassunto con tutti gli onori dalla BBC nel 2016.

Il rapporto Dyson ha causato un  terremoto, non solo nella BBC, dove l’attuale direttore, Tim Davie, ha offerto le “scuse incondizionate”, amplificate da tutti i canali BBC, per il comportamento inqualificabile, ma ha colpito il precedente direttore Tony Hall. Hall, oggi  Lord, dopo essersi coperto a propria volta il capo di cenere e profuso in scuse si è dimesso dall’attuale posto di presidente della National Gallery che ricopriva da un paio d’anni. Hall si è debolmente difeso, dicendo che non sapeva che Bashir fosse cotanto mariuolo, ma non è riuscito a spiegare come mai, quando erano suonati i campanelli d’allarme, non avesse approfondito l’inchiesta interna. Ai tempi dell’intervista a Diana, Hall era responsabile del settore News della BBC (ruolo cha ha ricoperto fino al 2001) quindi diretto capo di Bashir. E nel 2016 era direttore generale, quando Bashir venne riassunto.

L’onda d’urto è andata molto più in là del mondo dei media, ai livelli più alti. Il principe William, erede al trono, ha sentenziato in un comunicato che l’intervista peggiorò i rapporti tra i suoi genitori, che il modo in cui venne procurata influenzò ciò che Diana disse alla TV e che se Diana avesse saputo l’anno successivo dell’inganno con cui le venne estorta – se ci fosse stata una corretta inchiesta interna – si sarebbe comportata diversamente in seguito. Il principe ha inoltre chiesto il ritiro dell’intervista generata in un clima artefatto di inganno. Il principe Harry a sua volta ha parlato di cultura di sfruttamento non etica che regnava alla BBC e che esiste tutt’oggi in modo diffuso nel mondo dei media, e non sarebbe confinata a una sola rete TV o testata giornalistica.

Bashir è stato colpito duramente dal Covid lo scorso anno con ricovero all’ospedale e, a causa di complicazioni, ha subito un triplo bypass al cuore. Si era recentemente dimesso dalla BBC per motivi di salute. In condizioni non ideali si è trovato dunque sepolto sotto un carro di letame mediatico. Dopo essersi  scusato senza riserve per avere falsificato documenti e ottenuto l’intervista con l’inganno, ha però tentato una debole difesa, dicendo che le affermazioni di Diana erano genuine e non estorte e che la principessa gli aveva mostrato gratitudine per l’intervista. Gli era rimasta amica personale, al punto da essere andata a trovare la moglie di Bashir, Deborah, quando nacque la loro figliola Eliza poco tempo dopo. In un’intervista al Sunday Times Bashir ha affermato che “è piuttosto irragionevole” attribuire alla sua intervista ogni colpa per l’atteggiamento successivo di Diana, compreso il suo desiderio di liberarsi della scorta, perché a causa di Bashir non si fidava più dell’entourage di casa reale. Bashir ha rilevato che negli anni ’90 giravano molte storie su Carlo e Diana frutto di intercettazioni non certo ordinate da lui. Un clima, questo si, che lui ha sfruttato. Infine, per la cronaca, ai tempi dell’intervista, Diana era già ufficialmente divorziata da Carlo, dunque quello che doveva accadere di peggio tra i due era avvenuto. Diana peraltro aveva dato accesso a molte informazioni sulla propria vita al giornalista Andrew Morton che aveva pubblicato due libri su di lei nel 1991 e 1995. La tesi della circonvenzione d’incapace insomma non regge più di tanto.

E qui sta il punto.  Quanto sono responsabili i media dei comportamenti di casa reale? Quanto i membri della casa reale accettano le loro responsabilità? In questo gioco di confessioni e complicità per cercare la simpatia della gente e apparire come gente comune, i reali degradano la loro autorevolezza. Nelle controverse interviste con Meghan, Harry recentemente ha fatto risalire parte del proprio disagio al rapporto col padre che a propria volta ha avuto un rapporto difficile col proprio. Ha sbandierato la propria legittima sofferenza seguita alla morte della madre quando era ancora in tenera età, fino a farsi paladino delle malattie mentali. Sono storie tristissime, condivise da tanta gente. Anzi, tanta gente ha vissuto storie ancora più tristi, se non tremende, senza il conforto di uno sfarzoso patrimonio e di una vita di relazioni da jet set. Ragionando cinicamente, perché il 99% della gente che sta peggio dovrebbe rispondere alla richiesta di simpatia da parte di chi la governa e sta, almeno materialmente, infinitamente meglio? Molte persone sono benevole e mostrano empatia, specie verso i giovani di casa reale e la loro triste vicenda. Il che alimenta il carrozzone mediatico. Pretendere però che i media svolgano un ruolo di amplificazione di come si vuole apparire, appagando la propria vanità, si chiama propaganda e, in un Paese democratico con media  agguerriti come quelli britannici, è un’aspettativa ingenua. Se ci si offre al pubblico, ci si espone inevitabilmente all’indiscrezione, con il rischio di ricevere giudizi ingiusti e affrettati. Esattamente come capita a tutti noi nei rapporti con i nostri conoscenti. I media allargano semplicemente all’infinito la cerchia dei conoscenti con tutte le inevitabili distorsioni del caso.

In tutto questo, l’unica ad avere tenuto un atteggiamento in linea con il ruolo che ricopre è la regina Elisabetta. La sua professionalità la proietta in una dimensione sovrumana, al di là dei sentimenti sbandierati e dunque delle strumentalizzazioni. Elisabetta è l’incarnazione del senso del dovere e della responsabilità, cosciente che deve rappresentare tutto il Paese. La forza della monarchia britannica è stata quella di fare fronte al nazismo in tempi bui, recidendo ogni legame con parenti di altre case regali  legati a nazioni ostili per condividere il destino dei propri sudditi sotto i bombardamenti. I suoi silenzi sono eloquenti. Oggi, grazie al cielo, in mancanza di guerre ed emergenze, quale è il ruolo della monarchia? Lo stoicismo passato, nei tempi catastrofici dei conflitti non è più richiesto. Ma resta il senso di responsabilità, almeno individuale, che deve essere assunta senza scaricare colpe sui media o sui propri parenti di cui si va a parlare ai media . Questi sono popolati in massima parte da onesti professionisti ma anche da incompetenti o mascalzoni, come in tutte le professioni. E i reali devono decidere se comportarsi regalmente o da celebrities. Nel secondo caso, si gioca un gioco pericoloso, in una turbinosa fiera delle vanità. La ruota gira e chi un giorno è alle stelle si trova un altro giorno trascinato nelle stalle.