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I Tory Made in England alla prova della Scozia

Il grande tema dei prossimi anni sarà la capacità di coesione del Regno Unito. La forza dei conservatori nazionalisti nella versione di Boris Johnson cresce in modo inversamente proporzionale alla tenuta dell’ Unione. Queste ultime elezioni amministrative lo confermano. Il rafforzamento dei Tory, che hanno annoverato una importante vittoria a Hartlepool nel Nord-Est d’Inghilterra, feudo laburista da 57 anni, oltre al progresso in molte circoscrizioni regionali, ha fatto da contraltare a un ulteriore aumento dei nazionalisti scozzesi di Nicola Sturgeon che, con 64 seggi su 129 del Parlamento locale, sono giunti a un passo dalla maggioranza assoluta.  Sommati agli 8 seggi vinti dal Green Party, i due partiti che hanno fatto campagna per una secessione della Scozia hanno ora una maggioranza di 15 seggi. Gli indipendentisti hanno annunciato di voler dare priorità alla lotta al Covid e alla ripresa economica nel breve e medio termine, ma hanno messo altrettanto in chiaro che il loro obiettivo finale resta la secessione dal Regno Unito.

La vittoria di Johnson, che consolida le proprie posizioni in Inghilterra e Galles, deve infatti superare la prova della Scozia nel prossimo biennio. Johnson e il suo braccio destro Michael Gove hanno insistito sul fatto che parlare di indipendenza scozzese in un momento come questo sarebbe soltanto un elemento di destabilizzazione in più per il Paese ancora alle prese col Covid e la crisi economica. La Sturgeon ha accettato di non incrociare le armi per ora, ma è ormai chiaro che lo scontro è soltanto rinviato.

Boris ha colto una netta vittoria, progredendo nelle regioni del nord d’Inghilterra, dove ha eroso potere ai laburisti. Il Labour è riuscito a tenere in aree urbane come Manchester, Liverpool e Peterborough, ma i conservatori hanno fatto bene nelle West Midlands. In totale in Inghilterra hanno guadagnato la maggioranza in 61 dei 143 consigli regionali in palio, in aumento di 13, rispetto ai 44 consigli in mano ai laburisti, in calo di 8. Londra ha confermato sindaco il laburista Sadiq Khan, che ha visto la propria maggioranza lievemente erosa rispetto al trionfo del 2016 ma ha sempre ottenuto un solido 55,2% dei 2,5 milioni di voti rispetto al 44,8% del rivale conservatore Shaun Bailey.

Semplificando dunque, i conservatori restano forti nelle campagne e conquistano alcune aree urbane deluse dai laburisti, mentre il Labour resta impantanato con qualche piccolo marginale guadagno. Londra, città cosmopolita per definizione, resta un’isola anomala nel Paese. Malgrado i londinesi abbiano votato al 60% per rimanere nelle Ue al referendum del 2016, devono oggi fare i conti con la nuova realtà. Khan ha promesso di fare il più possibile per rimarginare le ferite e battersi per una difesa dei posti di lavoro.

Gli elettori hanno premiato Johnson perché, malgrado i gravi errori e le esitazioni iniziali che hanno causato migliaia di morti addizionali, alla fine è riuscito abilmente a cavalcare la vincente strategia dei vaccini. Come abbiamo detto in passato, agli elettori, immersi in una tragedia sanitaria come quella in corso, interessa guardare avanti e non pensare come avrebbe potuto essere meglio, specie ora che Londra si trova avanti nella battaglia con il Covid rispetto al resto d’Europa e si prepara alla ripartenza dell’economia.

Quanto ai laburisti, Starmer ha ammesso di essere rimasto al palo senza riuscire a risalire la china dopo il tracollo delle elezioni del 2019 sotto la guida di Jeremy Corbyn. Starmer ha passato oltre un anno per cercare di ripulire il partito dai corbinisti ma non è riuscito a ispirare il resto del Paese. Ha concesso che il partito è rimasto inceppato nei dibattiti interni senza riuscire a irradiare la buona novella. Il problema è che, al di là di un’opposizione ammirevolmente responsabile e moderata in un momento di emergenza come questa e di stoccate contro gli sprechi le incompetenze e anche i sospetti di corruzione del Governo, Starmer non è riuscito a dare una visione alternativa del Paese. Non ha cavalcato piani ambiziosi di rilancio alla Biden per timore di farsi dare del solito laburista spendaccione e non ha dato una linea che tenga atto dei profondi cambiamenti del mondo. Molto sulla difensiva e poco all’attacco. Quando divenne leader del partito, Starmer disse che si sarebbe rimboccato le maniche perché aveva una montagna da scalare per rimettere il partito in condizione di essere eleggibile. Ha lamentato che il Covid non gli ha permesso di stare con la gente e fare campagna in modo efficace. Ora ha dato il via a un rimpasto del suo Governo ombra. Un fatto è certo: il credito che gli ha dato l’elettorato è finito ed è tempo di aggredire il pendio della montagna, quale che sia il tipo di scarponi di cui dispone.