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La faticosa caccia al “cameriere inglese”

E’ risaputo che è raro trovare cuochi o camerieri inglesi in giro per il mondo. A quanto pare, si tratta di un settore di cui gli inglesi non hanno “appetito” neppure in casa propria. La pandemia ha colpito in modo particolarmente virulento il settore dell’ospitalità nel Regno Unito. Si è creato un vuoto che verrà difficilmente colmato da mano d’opera locale, dato che moltissimi lavoratori sono stranieri e sono rimpatriati, stritolati nella morsa duplice di Covid e Brexit. I vari lockdown e la necessità di distanziamento sociale si urtano frontalmente con la natura di un business che è fatto per accogliere e socializzare. É un mondo particolarmente fragile, dato che pullula di piccole e piccolissime imprese che, per quanto pesino in valore per poco piu’ del 3% del Pil, impiega 2,4 milioni di persone, oltre il 7% del totale degli occupati. É una cifra significativa, con forte impatto sociale e ramificazioni politiche.

Stando alle cifre ufficiali, alla fine del 2020 il pianeta dell’ospitalità aveva perso 368mila dipendenti rispetto al totale degli 828 mila posti di lavoro totali direttamente distrutti dalla pandemia. Secondo Fourth, una società di software che opera nel mercato del lavoro della ristorazione e ha condotto un sondaggio campione su 700 aziende dell’ospitalità, la perdita di posti ammonterebbe addirittura a 650mila. E ciò malgrado gli sforzi erculei dei datori di lavoro che, secondo una ricerca di Quick Books, che opera nel reclutamento, si sono tolti letteralmente il pane di bocca. Lo studio indica che mediamente i datori di lavoro hanno attinto ai propri risparmi personali per 9750 sterline (11mila euro) per continuare a pagare i salari del personale, oltre a rinunciare del tutto al proprio salario nel 30% dei casi e alle vacanze e bonus quasi in metà dei casi.

Finora il settore ha tenuto, in virtù di un meccanismo di rimborsi governativi (furlough) simile alla nostra cassa integrazione che garantisce fino al 80% dei salari e a 2.500 sterline al mese. Come è emerso dagli sforzi dei titolari di ristoranti bar e alberghi che hanno dovuto metterci del proprio, il sostegno però non basta. L’aspetto più inquietante della vicenda è che, al di là della paga, il punto dolente è la scomparsa della mano d’opera: molti posti di lavoro erano coperti da stranieri, in particolare europei che, allo scoppio della pandemia, hanno preferito rimpatriare per cercare protezione e assistenza entro le mura nazionali in attesa di tempi migliori. Quando il furlough terminerà in settembre ritorneranno al lavoro questi baldi giovani, molti dei quali giungono nel Paese su base stagionale? Qui entra in scena l’altra ganascia della morsa, ossia la Brexit. Una volta usciti dal Regno Unito, da quando la Brexit è entrata in forza a inizio anno, è diventato molto più difficile rientrare, dato che il Governo privilegia l’apporto di lavoratori stranieri che operano in settori a valore aggiunto. Ma qui sta un grave errore di calcolo, che vale peraltro anche per il settore agricolo e delle vendite al dettaglio, dove la mano d’opera europea poco qualificata era più concentrata. L’illusione era che i posti darebbero stati presi da lavoratori britannici. Questi finora non hanno dato alcun segno di riempire il vuoto lasciato. E mano d’opera sostitutiva che viene da lontano. da Paesi tipo Perù o India è impensabile. Risultato: il mondo dell’ospitalità rischia di restare fortemente sguarnito. É peraltro un tema su cui la CBI la confindustria britannica aveva fin dall’inizio suonato campanelli d’allarme contro il Governo, rilevando che sarebbe stato uno degli aspetti più negativi della Brexit. Provare per credere.

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