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Parola di Boris: l’avidità combatte il Covid

Il sistema capitalista e l’avidità (greed) sono alla base del successo della campagna di vaccini nel Regno Unito. Lo ha detto Boris Johnson a un incontro virtuale via zoom con dei deputati conservatori. Dato il clima incandescente dei rapporti con la UE di questi giorni, il premier britannico ha subito dopo riformulato la  battuta, lasciando ai propri portavoce il compito di spiegare che intendeva dire come sia la motivazione al profitto che ha reso le case farmaceutiche particolarmente efficienti nel produrre vaccini in tempi record. A parte i toni nazionalistici, che si applicherebbero ad Astra Zeneca, l’affermazione mostra quanto ideologica, oltre che anacronistica e male informata, sia un’affermazione del genere. E quanto i conservatori, che negli anni ’80 e ’90 erano stati la spinta propulsiva del rilancio economico britannico, negli anni Duemila, tra crisi finanziaria e Brexit, non sono più al passo con i tempi.

L’avidità  innanzitutto. Molti ricorderanno la frase del banchiere Gordon Gekko, interpretato da uno spietato Michael Douglas: Greed is good. Il film del 1987, rifletteva l’entusiasmo e l’anarchia del primo boom economico occidentale alimentato dalla bolla finanziaria, poi cresciuta a dismisura fino allo scoppio nel 2008. In quegli anni non si sono contate le affermazioni a favore della santità e perfezione dei mercati. Una riedizione semplificata del filosofo politico scozzese Adam Smith, secondo cui la somma dell’egoistico perseguimento di interessi privati porta a un superiore vantaggio collettivo. Dopo il 2008, sulla scorta delle crisi bancarie e dei crescenti debiti emessi per evitare il peggio, neppure i banchieri più impenitenti si sono sognati di santificare l’avidità, anche perché, tranne una ridotta di sacerdoti del mercato, tutti sono ormai d’accordo nel sostenere che gli eccessi del capitalismo vanno corretti. Boris pare essere rimasto indietro con i tempi.

AstraZeneca, vessillo sbandierato dal Governo col nome di Oxford, dato che la formula vaccinale va in gran parte ascritta ai ricercatori della insigne università inglese, è  britannica fino a un certo punto. Il capitale della società in parte è svedese (gruppo Wallenberg), gli impianti sono in varie parti del mondo tra cui Italia e India e l’amministratore delegato… udite udite.. è un francese. I ricercatori di Oxford sono internazionali, pagati modestamente rispetto alle star della finanza e dunque pare difficile trovare l’avidità come motivazione della loro scoperta. Astra Zeneca non ha coperto i costi della ricerca, produce il vaccino per 3 dollari a dose, a suo onore, tra i più buon mercato del mondo. I vaccini, dato la loro utilità sociale, sono peraltro oggetto di controlli sui prezzi da parte dei Governi e rendono poco. Forse anche per questo non sono stati oggetti di ricerca d’avanguardia come altre medicine che rendono assai di più. Dato che tutti ormai sanno che di vaccini in giro ce ne sono molti di varie provenienze e altrettanto buoni, privilegiare il proprio nazionale è ridicolo e crea tifoserie becere da fanatismo calcistico nel momento peggiore. Si possono citare tra l’altro vaccini fatti in Cina, a Cuba e Russia, dove lo Stato è presente nel capitale delle società farmaceutiche. Invocare gli spiriti animali del capitalismo in tema di vaccini è quanto di più inappropriato si possa fare, anche perché, come è noto, non c’è nulla che possa maggiormente stimolare la solidarietà umana e non l’avidità individuale che la lotta a una pandemia.

Non a caso questo lapsus paleo-thatcheriano è stato ripreso, assieme a tutti i media, dal notiziario della BBC di Radio 4 che, immagino per una di quelle strane coincidenze della vita, aveva accolto nella parte finale del programma lo scienziato italiano Carlo Rovelli a parlare del suo ultimo libro: Helgoland. Rovelli è un fisico specializzato nella meccanica quantistica e si è letteralmente arrovellato in questi anni per cercare di quadrare il cerchio tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, campo della sua ricerca. Le teorie gravitazionali di Einstein sull’Universo che hanno rivoluzionato quelle newtoniane, non si applicano infatti al comportamento del nucleo dell’atomo e alle componenti fondamentali della materia. Questa è spiegata al meglio dalla meccanica quantistica che ha rivoluzionato la nostra percezione della materia. Rovelli nella trasmissione ha sintetizzato lo stato della conoscenza delle cose, alla luce delle scoperte che peraltro si accumulano da quasi un secolo, affermando che < noi non esistiamo in quanto entità ma solo in quanto relazioni >. In altre parole, essendo fatti di materia possiamo definirci solo in relazione a qualcosa d’altro perché cosi si definiscono le componenti elementari della materia. A questo punto mi viene da rimarcare i collegamenti che mi corrono alla mente: il principio d’identità non ha più ragione d’essere come il mondo delle idee di Platone e l’uomo al centro dell’Universo (e peraltro più al centro della donna) che ci tramandano i greci come base della nostra identità occidentale. Come la Terra non è al centro dell’Universo noi non siamo al centro di un bel nulla, se non per la fallace percezione che abbiamo di noi. Siamo parte di un tutto. E con ciò l’individualismo va a farsi benedire. Figuriamoci l’egoismo, con la sua appendice di avidità. La pandemia prova anche ai duri d’orecchie che siamo tutti irrimediabilmente collegati e che non sarà l’avidità individuale a salvare il gruppo.