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Il tracollo del commercio con la UE

Fenomeno transitorio o duraturo? C’è senz’altro da augurarsi che sia il primo caso perché, se il tracollo del commercio con l’Unione Europea registrato in gennaio si rivelasse il “new normal”, per l’economia britannica sarebbe un grosso guaio. In gennaio, primo mese post-Brexit, le esportazioni britanniche verso la UE sono infatti crollate del 40,7%, mentre l’import ha subito una flessione del 28,8%. É il peggiore calo mensile da un quarto di secolo, ossia dal 1997, da quando sono tenute statistiche in materia. La flessione ha inciso sul totale del commercio globale del Regno Unito, il cui interscambio ha ceduto complessivamente di un quinto, ossia del 20%. Il piccolo aumento di interscambio dell’1,7% con il resto del mondo, che pesa per circa il 60% del commercio britannico, non ha infatti compensato la caduta con l’Europa.

Il settore più colpito delle esportazioni britanniche è stato quello degli animali vivi e generi alimentari freschi , che ha ceduto del 63,3%, al cui interno le vendite di crostacei e frutti di mare sono state obliterate, con una picchiata dell’83%.  É vero che l’alimentare pesa solo per il 7% dell’export UK, ma tocca categorie deboli come pescatori e allevatori che non hanno mancato di manifestare la loro rabbia. Motivo principale dello shock commerciale è stata l’impreparazione del Governo al nuovo regime regolamentare di interscambio con il continente, per cui i 30mila doganieri in forza ai porti britannici non ce la fanno a gestire la documentazione aggiuntiva, creando colli di bottiglia che hanno portato a ritardi e paralisi, con container vuoti bloccati ai porti e, ovviamente, una minaccia per le merci deperibili. Nell’attesa che avvenga il reclutamento di ulteriori 20mila doganieri, minimo necessario per gestire il nuovo regime, il commercio sta soffrendo. Il Governo si è affrettato a dire che si tratta di problemi temporanei che verranno prontamente risolti e che da un mese a questa parte ci sono chiari segnali di miglioramento della situazione.

Tutto sta a capire quanto durerà questo stato “temporaneo” di cose. Da parte britannica il ministro Michael Gove, delegato a gestire la Brexit, ha tamponato la situazione spostando da aprile a ottobre l’applicazione stretta del regime di importazioni dalla UE per guadagnare tempo e preparare la burocrazia necessaria. L’interesse di Londra è chiaro, anche perché dall’Europa giungono la massima parte di generi alimentari e di prima necessità. Sul fronte dell’export, però, la UE non ha dato segno di essere disposta a fare concessioni, prolungando i tempi di adattamento. Per i britannici, che nel 2019 importavano dalla UE  quasi 400 miliardi di sterline di beni e ne esportavano 300 miliardi, l’import è fondamentale per garantire la qualità della vita. Senza export però l’economia inevitabilmente si affloscia e non può pagare per le importazioni.

Contrariamente all’ottimismo del Governo, la British Chamber of Commerce sostiene che i problemi hanno continuato a manifestarsi anche in marzo. Inoltre l’ingorgo burocratico sta pesando specialmente sulle piccole e medie aziende britanniche che sono confuse sul da farsi e mancano degli strumenti e competenze per affrontare l’ondata di burocrazia e regolamentazioni a cui sono sottoposti. Molto probabilmente la situazione migliorerà nei prossimi mesi, perché difficilmente potrebbe andare peggio, ma il punto da stabilire è se, come e quando, l’interscambio con la UE tornerà ai livelli precedenti. Il Governo Johnson non ha mai fatto mistero che, prima di migliorare, le cose peggioreranno temporaneamente, ma vari studi, compreso uno del Tesoro eseguito ancora ai tempi del premier Theresa May, concordano nel sostenere che la Brexit nel breve e medio termine comporterà un rimpicciolimento dell’economia britannica rispetto a come avrebbe potuta essere rimanendo nella UE.

Il Governo non ha peraltro mai affrontato seriamente e in modo analitico la situazione con studi e proiezioni, preferendo sfoggiare un generico ottimismo garibaldino secondo cui tutto si sistemerà e il sol dell’avvenire tornerà a splendere quando l’economia britannica, libera dai lacci della UE, troverà un nuovo posto nell’economia globale. Tutto da venire e tutto da provare. Politique d’abord et l’economie suivra. Primato della politica sull’economia. Se questa non è una visione ideologica e volontarista, per un Paese che fino a poco tempo fa si distingueva nel mondo per pragmatismo e spirito analitico, personalmente ho esaurito il mio armamentario di definizioni.