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La prova d’appello finale del Labour party si chiama Keir Starmer

Che sia finalmente la volta buona? Dopo 4 sconfitte elettorali consecutive, di cui un’ultima batosta cocente a firma di Jeremy Corbyn, il partito laburista britannico cerca di rialzarsi nuovamente dal tappeto dove era finito Ko. L’uomo chiamato a risollevarne le sorti è Keir Starmer, fregiato del titolo di “Sir”, cavaliere per meriti istituzionali, essendo stato procuratore generale dela Corona per 5 anni. Un volto fresco, avvenente, quasi da attore, ben rasato, con capelli folti, occhi azzuri e un’espressione schietta, un po’ all’americana, che contrasta con la barbetta incolta di Jeremy Corbyn, permanentemente imbronciato, intellettuale demodé di Islington, quartiere al  Nord di Londra dove vive l’aristocrazia della sinistra britannica. e di cui guida il collegio da 37 anni.

Starmer, ex-grande inquisitore per conto dello Stato, avrà  il compito di smascherare il bluff populista di Boris Johnson nell’agone della lotta politica.  Sarà un’operazione estremamente difficile. Prima di tutto perché, nel clima di emergenza pandemica in cui ci si trova, la politica deve cercare di darsi un contegno, evitando colpi bassi per evitare figure da sciacallo. Starmer, che ha ottenuto la nomina con un solido 56% dei voti dei militanti del partito, é l’uomo adatto perché ha sempre avuto toni contenuti. Ha già dichiarato che la sua sarà un’opposizione leale, basata sui fatti e cercherà altrimenti di sostenere lo sforzo del Governo nell’interesse nazionale. Si vuole presentare insomma come un uomo di legge, corretto, pronto per una sfida a viso aperto.

L’altro grande ostacolo è peraltro collegato alla difficoltà di fare politica in modo serio, cercando di battersi sul piano delle idee. Boris Johnson è su questo fronte un’ameba multiforme, che ha cavalcato la destra del partito per fare prevalere la Brexit, per poi scaricarla ideologicamente, sconfessando 40 anni di cultura economica conservatrice, per lanciarsi in un piano di spesa pubblica senza precedenti. Un’operazione che ha assunto dimensioni faraoniche nell’ultimo mese con una manovra aggiuntiva da 330 miliardi di sterline per tamponare la crisi economica fornendo liquidità al sistema.

In un clima di emergenza causata da motivi che sono al di fuori del controllo della scelta politica Starmer si troverà dunque con pochi margini di manovra, costretto a chiedere conto al governo su misure contingenti. Puntare il dito accusatore contro Johnson per anni di sottoinvestimenti dei Tory nel campo sociale oggi non avrebbe più senso dato che è lo stesso Boris che si è posizionato in quello spazio promettendo sostegno ai ceti meno abbienti.

Infine, per Sarmer sarà un gioco di delicati equilibri interni al partito. La sinistra paleosocialista e ideologica di Corbyn se non è riuscita a fare breccia nell’elettorato ha avuto un forte appeal sulla base del proprio partito, specie i giovani, che ancora non hanno perdonato gli eccessi della finanza all’ inizio degli anni ‘2000 e si trovano con un futuro incerto da “millennials”. Starmer non potrà andare troppo al centro, anche perché nessuno è più disposto a ben accogliere un ritorno di personaggi dallo stile blairiano, ormai impresentabile nel partito. Non a caso Starmer ha già adottato alcune politiche si sinistra del predecessore, come la privatizzazione delle ferrovie (già anticipata in parte da Boris) delle Poste e dell’acqua, oltre a schiacciare sull’acceleratore sull’ambiente. D’altra parte ha però preso le distanze dall’ex-leader laburista e dalle accuse di antisemitismo che pesavano su di lui, promettendo la mano ferma contro il razzismo e chiedendo alla comunità ebraica di tornare copiosa nel partito.

Resta il fronte del confronto di personalità. Qui la lotta sarà dura, date le doti istrioniche di Johnson e le sue capacità di ammaliare la gente. Segnato  dal marchio di martire del Coronavirus, che ha colpito peraltro ora anche la sua compagna incinta Carry Symonds, Boris potrà ancor più fregiarsi del titolo populista di “uno di noi”, uno che ha lottato in prima persona contro l’emergenza, pagando un prezzo personale.  Sottraendosi allo stigma di essere un privilegiato che ne è rimasto fuori e ha fatto pagare il prezzo piu’ alto alla povera gente a causa delle politiche di sottoinvestimento nella sanità del suo partito. Riuscirà il gentile e decoroso Keir Starmer a guadagnarsi la simpatia dell’opinione pubblica, giocandosi  in positivo dati i margini ristretti nella critica distruttiva di Corbyn che non ha funzionato sull’elettorato britannico? La scommessa è ardua ma non impossibile. Il terreno su cui Starmer si confronterà in questi mesi di emergenza sarà piuttosto caratterizzato dalla discussione su azioni concrete, e il team di Governo ombra che ha creato con Lisa Nandy agli Esteri, Anneliese Dodds al Tesoro e Nick Thomas-Symonds al Home Office è promettente, dato che si tratta di gente competente che sarà in grado di controllare concretamente e da vicino l’operato del Governo.

Quello di Starmer, che , va ricordato, è stato un fautore del Remain nel dibattito della Brexit,  sarà un Labour più moderato e vicino al mondo del business, che aveva completamente voltato le spalle a Corbyn. Il che è un buon punto di partenza per tornare a essere eleggibile. Ma non sarà però neppure una nuova versione del New Labour che, nella crisi del 2008 ha perso la propria credibilità per aver mostrato condiscendenza verso gli eccessi della finanza di inizio anni 2000. Insomma, se il buongiorno si vede dal mattino, questa sarà finalmente un’opposizione costruttiva che allo stesso tempo incalzerà Johnson per chiedere conto alle fantasie di un populismo che aveva promesso l’Eldorado della Brexit e oggi si trova a fare i conti con una durissima realtà.