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Boris Johnson alla prova dell’uomo del destino

Tutti i grandi personaggi storici hanno avuto un’aiuto dal cielo. Una stella che li ha accompagnati nella loro ascesa. Boris Johnson non ha fatto eccezione. D’altronde, non ha mai fatto mistero di sentirsi un predestinato e di voler un giorno finire molto in alto, paragonandosi al leggendario Winston Churchill. Finora Johnson di appuntamenti col destino non è stato a corto: da brillante editorialiststa del Daily Telegraph, a showman televisivo, a sindaco di Londra, a guida del movimento pro-Brexit, a ministro degli Esteri nel Governo May, dove abilmente è riuscito a sfilare il potere al Premier in gonnella. Un colpo rivenduto con successo nella scommessa elettorale, vinta a mani basse al grido di “get Brexit done” con una maggioranza che non si vedeva da decenni.

Da Premier Johnson ha onorato la promessa di dare seguito alla Brexit in tempi record e, per fare fronte ai contraccolpi economici di un’uscita dalla UE, alla faccia di decenni di tradizione Tory di rigore nei conti, ha lanciato un programma mastodontico di opere pubbliche per arginare i risvolti negativi dell’uscita dalla UE. Il tutto giocato con grande astuzia, tempismo e senso tattico. Oltre che con una spregiudicatezza assoluta. Fino all’ultimo infatti Johnson e’ rimasto indeciso su quale fronte battersi nel referendum per la Brexit, preparando due discorsi opposti prima di annunciare ufficialmente la scelta di campo . La notte della vittoria al referendum non aveva pronto un discorso in tale senso, dato che si preparava a rivendere il proprio peso accresciuto nel partito grazie a una sconfitta di misura. Quando ha preso in mano le redini del partito non ha fatto che cogliere una pera matura, pronta a cadere dall’albero, dato che la May era finita in un vicolo cieco e il Paese era provato da tre anni di incertezza. Con abilità Johnson ha colto il frutto, sapendo che con una forte minoranza relativa, in virtù del sistema elettorale maggioritario, avrebbe potuto fare l’en plein. Cosi con il 43,6% dei voti e lo slogan pro-brexit è riuscito a fare apparire la vittoria un plebiscito per la Brexit, malgrado i partiti pro-europei avessero raccolto oltre il 52% dei consensi.

Senza grandi ideali ma solo con una grande abilità tattica, Johnson è riuscito dunque a compiere in tempi rapidi una corsa a ostacoli con un tempismo da fuoriclasse.

Oggi però la crisi del Coronavirus si rivela come il vero test di sostanza per il premier britannico. E’ Boris Johnson veramente un uomo del destino o un istrione megalomane che di Churchill finora ha recitato una parodia, messa ora alla prova di fatti tremendamente seri?  A giocare la commedia del leader che sfida l’Europa portando il suo popolo come Mosé che traversa il Mar Rosso (una smilitudine promossa da lui stesso) è stato facile, anche perché le conseguenze della Brexit sono tutte da valutare ancora. Ma questa pandemia è la prova del fuoco ed è davanti a noi qui e ora. Da quanto e’ accaduto negli ultimi 15 giorni nella gestione della crisi del Coronavirus Johnson sta emergendo come un leader esitante, tutt’altro che capace di prendere decisioni.

Una recente ricostruzione di Buzzfeed con fonti degne di fede ha provato come il Governo abbia gestito l’emergenza in modo caotico non solo nella sostanza, ma anche nella comunicazione al pubblico. Divisioni all’interno dei consiglieri scientifici sulla linea da tenere non hanno aiutato, anche perché inizialmente il Governo aveva delegato loro l’iniziativa. Cosi prima è passata la teoria darwiniana del gregge e una linea soft che, per salvare l’economia, era pronta a sacrificare un po’ di vite umane. Per poi realizzare che con questo andazzo gli ospedali si sarebbero riempiti all’inverosimile. Uno studio del Imperial College che metteva in guardia da conseguenze all’italiana ha convinto il Governo a dare un giro di vite su scuole e locali pubblici, anche se rimane finora a metà strada, specie sul distanziamento sociale con consigli e non imposizioni. Boris vuol dimostrarsi protettore dell’individualismo liberale e non apparire come un despota. Nel dubbio resta in mezzo al guado per poi essere costretto a recuperare con azioni ritardate, mostrando un’indecisione tutt’altro che churchilliana. La strada davanti gli è peraltro resa più facile dal fatto che il caso italiano è 4 settimane avanti e gli permette di sfruttare un grande vantaggio dall’esperienza del nostro Paese. Occasione finora non colta.

Lo stesso vale per l’economia. Il pacchetto da 30 miliardi di sterline di spese presentato l’11 marzo dal giovane Cancelliere Rishi Sunak,  si è dimostrato completamente inadeguato soltanto 5 giorni dopo, quando è stata varata una manovra correttiva a colpi di bazooka di liquidità, un gigantesco “rabbocco” da 330 miliardi per garantire salari e posti di lavoro a fronte di una contrazione dei consumi di dimensioni epocali. Era cosi difficile prevedere il da farsi la settimana prima evitando una figura barbina? Salvo poi incontrare nuovamente critiche e procedere a una nuova correzione, dopo la protesta dell’esercito delle partite Iva e dei piccoli imprenditori a cui era stato garantito poco o nulla e che rischiava di chiudere per sempre.

Insomma, un Governo che sta procedendo a piccoli passi, in ritardo rispetto al resto d’Europa anche perché costretto a inghiottire il proprio orgoglio dopo avere creduto di possedere una formula migliore degli altri per debellare il morbo del secolo, pare tutt’altro che churchilliano. L’indecisione politica e la confusione di idee sta compromettendo immeritatamente l’immagine del settore della scienza britannico, finora considerato, nella ricerca medica e farmacologia uno dei migliori del mondo. Johnson peraltro non può fingere di non appartenere al partito che per 10 anni ha pesantemente sottoinvestito nel sistema sanitario nazionale che ora fa acqua da tutte le parti. Più che un’emergenza sanitaria in senso stretto, questa è una crisi politica su scala planetaria che necessita decisioni globali con un’attiva cooperazione internazionale. Purtroppo, si sta verificando nella fase storica sbagliata, caratterizzata dall’emergenza di nazionalismi e leader sovranisti,  renitenti a fare fronte a una crisi testardamente globale nella sua natura, una pandemia che si fa beffe dei confini nazionali.