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Per il Regno Unito un futuro di pazze spese

Esiste ormai un’era pre e post referendum sulla Brexit. Certamente ciò vale per il Regno Unito, ma anche in buona parte nel resto del mondo, con l’ascesa del nazional-populismo. Dopo il fatidico giugno del 2016 tutto pare finito sottosopra. La destra dei Tory ha preso il controllo del Governo conservatore? Si, ma quale? Quella di una volta, Thatcheriana, dei tagli alla spesa pubblica, delle privatizzazioni spinte, certamente patriottica ma aperta all’Europa, ideologicamente rigida ma aperta alle correnti, o quella di oggi che ha reso la vita impossibile al centro-sinistra del partito fino a espellere una ventina di deputati, aggressiva e intransigente sulla Brexit ma con le idee confuse su tutto il resto, xenofoba, provinciale e prodiga nella spesa?

Se mancava una conferma, questa è giunta  con il manifesto elettorale economico dei Tory. Una volta si poteva essere a destra o a sinistra del partito ma una cosa era certa: i conti pubblici dovevano quadrare. Così, personaggi di centro e filo-europei come il premier John Major (1991-97) o il penultimo cancelliere Philip Hammond, hanno perseguito coerentemente politiche liberiste. Major, tenendo i conti in ordine e spingendo le privatizzazioni all’estremo, fino a dover fare marcia indietro su quella delle ferrovie che aveva portato a una serie di catastrofi fatali negli anni ’90 per il totale scollamento operativo tra società di gestione e quella proprietaria delle infrastrutture. Hammond, sulla scia del predecessore George Osborne (anch’egli di centro) per una linea di austerità dura seguita al crack del 2008 per rientrare dal debito alimentato da un decennio di forti spese laburiste. Ciò ha duramente colpito le classi più basse gettando, secondo molti, le basi per uno scontento sociale che ha portato alla Brexit, addossando ogni colpa all’Europa. Bene, il nuovo cancelliere tory, Sajid Javid, ha ora annunciato che l’austerità è definitivamente alle spalle. Dall’obbiettivo di Hammond (che aveva cominciato comunque ad ammorbidire i cordoni della spesa) dell 1,8% di deficit sul Pil da finanziare col debito, Javid promette di salire in tempi brevissimi al 3%, il livello del 1979, anno di arrivo della Thatcher al potere, per dare via a un aumento supplementare della spesa di 20 miliardi all’anno su 5 anni. Dopo avere ridotto sotto Theresa May le forze di polizia di 20mila unità ecco ora un programma conservatore di riassunzione di altrettanti poliziotti,  dopo aver tenuto la sanità a dieta fino a creare una crisi, con decine di migliaia di posti vacanti, code ai pronti soccorsi, liste d’attesa infinite, medici che si sono dimessi perché costretti a turni insostenibili, ecco un programma di costruzione di 20 nuovi mega-ospedali, oltre a una riforma degli straordinari che i medici si rifiutavano a fare, perché venivano tassati troppo. Ciò a fronte di regolari promesse non mantenute, come costruire 200mila nuova case popolari (2014) e successivamente 300mila (2017) a fronte di un risultato vicino allo zero nei fatti. Insomma, un osservatore stagionato come il sottoscritto, che è in questo Paese dai tempi di Major, non può esimersi dal constatare il giro dell’oca ideologico di un partito che, proprio mentre promette in politica estera un futuro liberoscambista senza i lacci della socialisteggiante UE, all’interno si lancia in una manovra economica socialdemocratica per catturare consensi e arginare una rabbia sociale che continua a montare a causa della polarizzazione della ricchezza e la crescente proletarizzazione delle classi medie causata da quasi 40 anni di liberismo sposato in parte dagli stessi laburisti blairiani. Javid si è detto convinto di poter ribilanciare la spesa corrente entro 3 anni. Una scommessa coraggiosa, anche perché secondo un ultimo rapporto della Banca d’Inghilterra, la nuova Brexit versione Boris Johnson, se passasse, ridurrebbe la dimensione dell’economia britannica di 14 miliardi di sterline (16 miliardi di euro) su tre anni (causa aumento dei dazi) aumentando inevitabilmente la proporzione della spesa pubblica sul Pil. Non sorprende peraltro il nuovo corso, conoscendo le inclinazioni spenderecce di Boris Johnson, testimoniate quando era sindaco dal progetto del mega-aeroporto sul Tamigi al “ponte-verde” costato 50 milioni solo in progettazioni, fino ai recenti 2,1 miliardi supplementari per preparare il Paese a un no deal Brexit e 100 milioni di danaro pubblico speso su Facebook a favore della campagna sulla Brexit.

La fortuna dei Tory viene dal fatto che il loro sbraco ideologico, sul piano del rigore economico, avviene a fronte del maggiore balzo in avanti della spesa pubblica dagli anni ’70 delineata dal partito laburista. In attesa del manifesto formale del partito, sotto il cappello del leader paleo-socialista Jeremy Corbyn, il cancelliere-ombra John McDonnell ha infatti annunciato un programma rivoluzionario di “trasformazione sociale” che prevede un aumento della spesa di 55 miliardi di sterline l’anno rispetto all’attuale assetto ereditato da Hammond, portando il rapporto deficit-pil al 4,5/5%, livello del 1976, quando il governo laburista di Callaghan si trovo’ costretto a chiedere col cappello in mano un prestito al FMI. In soldoni, si tratta di 250 miliardi di spesa addizionale. Tra i progetti, un fondo da 150 miliardi di “trasformazione sociale” per ridare fiato alle infrastrutture e sostenere le fasce più sfavorite e un fondo “verde” da 250 miliardi per riconvertire l’economia in modo ecologico migliorando l’isolamento termico di 27 milioni di case. Secondo l’IFS, think tank prestigioso di economia pubblica (prestigioso almeno fin a quando gli “esperti” non sono stati presi a pesci in faccia), le promesse di Corbyn equivalgono a 1900 sterline annue di spesa (2200 euro) per famiglia, e sarebbero talmente gigantesche da non potere neppure essere assorbite nel primo biennio per mancanza di capacità di ricezione della struttura economica. Uno dei motivi è in effetti il tempo che ci vuole dalla nascita di un progetto alla sua realizzazione. A finanziare il tutto un forte aumento delle tasse con un netto aumento sui redditi superiori alle 75mila sterline lorde l’anno (85mila euro), soglia oltre la quale un contribuente verrebbe considerato ufficialmente “ricco”, dato che il suo reddito entra nell’empireo del 5% della popolazione.  Va inoltre rilevato un cambio seminale proposto sui criteri contabili, per cui la spesa viene considerata un investimento pubblico, dato che a fronte di un debito X lo Stato acquisisce la proprietà della struttura Y dello stesso valore, facendo quindi quadrare i conti. Il decollo per la tangente è però avvenuto con l’annuncio del cancelliere-ombra John MacDonnel di fornire a tutti gli inglesi banda larga a tutti gratis con una spesa di 20 miliardi di sterline e una nazionalizzazione di Openreach, il ramo di Bt (British Telecom) che si occupa dell’infrastruttura. Pronta la risposta della società interessata il cui titolo è crollato in Borsa: il costo finale considerando tutti gli indennizzi e i costi per gli azionisti si aggirerebbe piuttosto sui 100 miliardi di sterline.

E siccome ci stiamo avvicinando sempre più alle feste natalizie,  i liberaldemocratici, per provare che non sono soltanto il partito anti-Brexit, il loro manifesto prevede quasi 15 miliardi di spese addizionali soltanto da erogare nell’assistenza sociale gratuita per 35 ore la settimana ai bambini sopra i 9 mesi e non ancora in eta’ scolare per permettere alle famiglie di lavorare con maggiore agio. I soldi proverrebbero da un aumento delle tasse sulle aziende e sulle plusvalenze finanziarie. E per mostrare le proprie credenziali verdi i liberaldemocratici hanno promesso la creazione di un fondo da 100 miliardi di sterline per combattere il cambiamento climatico…

Insomma, l’era post autsterity è cominciata alla grande, anche incoraggiata dal fatto che il costo del danaro continua e strisciare rasoterra. Nell’attesa di capire che fine farà la Brexit, a seconda del tipo di parlamento che uscirà dalle elezioni, su un punto sono tutti d’accordo: un forte aumento delle spese è ormai inevitabile per fronteggiare il profondo scontento sociale che sta percorrendo il Paese. L’IFS ha messo in guardia i partiti dal fare promesse eccessive, che fondamentalmente si risolvono nell’imbonire l’elettorato facendogli pagare il conto con spese che peseranno come debito sulle spalle degli stessi contribuenti. Ma il gioco delle tre tavolette, da che mondo è mondo, in politica pare funzionare sempre, specie nell’era delle fake news e delle panzane istituzionalizzate.