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La Brexit “di destra” di Boris Johnson alla prova finale

Cerchiamo di ricapitolare e semplificare per chiarire ai lettori le idee per districarsi nella jungla della Brexit. La ex premier britannica Theresa May aveva raggiunto un accordo di divorzio con Bruxelles che prevedeva una sorta di unione doganale sui beni industriali e agricoli e una maggiore libertà sul fronte dei servizi (con concessioni alla Corte Europea per l’interpretazione dei trattati) mantenendo al contempo una prosecuzione del mercato unico attuale fino al 2022 per garantire fluidità alla frontiera tra Irlanda del Nord e Irlanda fino a che non sarebbe stato raggiunto un nuovo accordo commerciale con la UE. Questo accorgimento è quello che passa con il nome di “backstop”, una sorta di assicurazione per l’Irlanda per darle garanzia di una frontiera aperta con il Nord. All’accordo era unita una dichiarazione di intenti per i rapporti futuri in un secondo documento legalmente non vincolante. Come sappiamo, la proposta della May venne bocciata per ben tre volte dal parlamento, causando le sue dimissioni. A destra i Brexiter consideravano l’accordo troppo remissivo, dato che limitava la sovranità, in particolare a causa del backstop che rischiava di tenere impigliato il Regno Unito nella UE all’infinito, in mancanza di un’intesa su un nuovo accordo sul futuro. A sinistra i Remainer consideravano l’accordo una limitazione della sovranità perché il Regno Unito restava a metà nella UE senza più poterne condizionarne le politiche come prima, quando siedeva con gli altri membri nella stanza dei bottoni.

L’arrivo di Boris Johnson ha portato a un totale cambio di tattica da parte del nuovo primo ministro, cosciente che, sui contenuti, Bruxelles, dopo due anni di negoziati con il precedente Governo, peraltro dello stesso partito, non era disposta a ricominciare daccapo. Così, brandendo in continuazione la minaccia di una hard brexit , ossia di una uscita traumatica e netta del Regno Unito dalla UE, Johnson, a corto di tempo ( in vista della scadenza del 31ottobre), e di argomenti, ha giocato la maggior parte delle carte sul backstop, che era la bestia nera dei suoi compagni della destra del partito, quelli che avevano affondato la May. Il nuovo accordo di Johnson, come rilevava Kenneth Clarke, veterano del partito tory, poteva, per quanto riguardava Bruxelles, essere raggiunto anche due anni fa. Questo risolve infatti il backstop creando una frontiera “in mare” tra Irlanda e Gran Bretagna. Il problema è che la mossa abbandona i nordirlandesi unionisti al loro destino. Il loro terrore è infatti quello di vedersi un giorno inghiottiti in una unione con l’Irlanda cattolica. Non a caso i dieci deputati del Democratic Unionist Party (Dup) hanno bocciato sabato l’intesa di Boris Johnson votando un emendamento che chiede che passi prima del voto alla proposta Johnson tutta la legislazione d’appoggio per evitare che, in caso di voti contrari successivi al voto sul merito, il processo si inceppi e il Regno Unito precipiti fuori della UE senza una intesa.

L’intesa negoziata da Johnson prevede peraltro anche un ridimensionamento dell’intesa May in versione più liberista sia sul fronte dei diritti dei lavoratori sia dell’ambiente, temi che vengono stralciati dall’accordo di divorzio con forza legale e passati a quello più vago sui rapporti futuri. Problemi futuri che saranno interni al Regno Unito e non interesseranno più la UE. Non a caso sono stati ferocemente criticati dai laburisti che accusano il presente accordo di essere un manifesto della destra liberista che rischia di riportare indietro la legislazione sociale di 60 anni.

Johnson sta peraltro giocando  tutto sul tema della fretta. Non a caso non ha mai investito sul team dei negoziatori, ha modificato solo una sessantina delle 600 pagine dell’accordo della May e ha continuato a rinviare i negoziati fino all’ultimo momento (cercando di prorogare il Parlamento)  dato che sapeva che aveva poco da negoziare. Il suo gioco è quello di mettere il Parlamento con le spalle al muro, presentando un accordo con Bruxelles affrettato, giurando che il 31 ottobre (malgrado continui ad aleggiare la possibilità di una nuova proroga) è deciso a chiudere, a costo di andare contro a un muro. Ha continuato a battere sul tasto che il Paese è stanco e pericolosamente irritato e vuole una conclusione (ovviamente la sua), come un buon venditore che fa fretta sul cliente per costringerlo a firmare senza stare troppo a guardare alle clausole del contratto.  In questo gioco, almeno formalmente, Bruxelles ha dato l’impressione di essergli a fianco, lasciando intendere di non avere intenzione di prorogare nuovamente (anche se in sostanza potrebbe farlo nuovamente) dandogli un assist inatteso. Alla UE peraltro ormai conviene che il Regno Unito se ne esca ordinatamente con qualsiasi accordo piuttosto che andarsene brutalmente con danni rilevanti anche per la UE.

Per fare passare le leggi ci vuole una maggioranza e, malgrado la sconfitta di ieri sul cosiddetto emendamento Letwin che rallenta il processo legislativo, Johnson potrebbe avere chances migliori della May. Se è vero che probabilmente i 10 del Dup si opporranno al prossimo voto sul merito dell’accordo, tutti i Tory brexiter lo voteranno, come pure i remainer, che ormai hanno chinato la testa e non vogliono dividere il partito davanti all’opinione pubblica. Il grande interrogativo riguarda i deputati laburisti, tra 10 e 20, che rappresentano collegi in maggioranza brexiter e potrebbero ribellarsi alla disciplina di partito votando col Governo. Johnson ha già detto di essere pronto a passare una legislazione sociale e ambientale separata per attrarre i laburisti indecisi.  A quel punto c’è una minima possibilità che la Brexit di Boris passi per un pugno di voti.

Nel caso la Brexit passi, si impongono a mio avviso delle riflessioni profonde. 1) Una Brexit ancora più dura per l’UK di quanto negoziata dalla May passerebbe per pochi voti non per straordinarie e cogenti qualità di merito, ma grazie all’abilità della destra del partito Tory di imporre la propria linea al resto del partito quindi al Governo e quindi al Paese. Una decisione così seminale, che in un altro Paese avrebbe coinvolto governi di unità nazionale o maggioranze comunque più ampie qui passerebbe per un pelo, accentuando la spaccatura 52%/48% dell’elettorato. 2) I perdenti, che stanno aumentando le loro proteste (ieri a Londra secondo gli organizzatori erano in un milione a manifestare per un secondo referendum) almeno nei primi anni marcheranno il Governo da vicino, decisi a non fare alcuno sconto davanti a ogni conseguenza negativa che emergesse dalla Brexit. 3) La Scozia, davanti allo statuto speciale raggiunto dal Nord Irlanda chiederà anch’essa di rimanere nel mercato unico, chiedendo, in mancanza, di fare secessione. La premier scozzese Nicola Sturgeon ha già  detto che punta a un referendum il prossimo anno. 4) I membri del Dup potrebbero remare contro il Governo in continuazione 5) Dato che il Governo ha tempo solo 14 mesi per raggiungere un nuovo accordo commerciale con Bruxelles, c’è rischio che una hard brexit si verifichi in assenza in un tempo successivo, dato che nuovamente si andrebbe a sbattere contro una scadenza. Il Governo ha assicurato di farcela ma chi è esperto in materia dice che i tempi necessari per negoziati del genere sono tra 5 e 9 anni.

Se invece nei prossimi giorni l’accordo di Boris non passerà il percorso a ostacoli che abbiamo di fronte nelle prossime due settimane, allora entriamo in una zona assolutamente grigia, con la possibilità di un nuovo rinvio, che questa volta potrebbe aprire la strada a elezioni anticipate o a un secondo referendum. Due ipotesi non del tutto automatiche e da verificare.