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Il “Governo del popolo” di Boris Johnson scuote le istituzioni britanniche

C’è solo un precedente di violento scontro tra Governo e Parlamento britannico: tocca andare indietro a metà del XVII secolo, e fu fatale, dato che a farne le spese fu Carlo I, che venne decapitato durante la rivoluzione di Oliver Cromwell. La proroga del Parlamento, decisa dal sovrano, portò a un durissimo confronto, che sfociò  nella guerra civile. Il Parlamento, allora, rappresentava il volere del popolo contro gli abusi del monarca. Oggi, il Governo Johnson, con l’aiuto indiretto della Regina, recita la parte del volere del popolo, che ha votato al referendum per la Brexit contro il “cattivo” Parlamento renitente ed elitista, di cui ha chiesto la proroga, rinviandone l’apertura al 14 ottobre. La situazione è insomma completamente rovesciata e paradossale, considerando che gli assetti istituzionali e democratici del Regno Unito di oggi derivano proprio dall’esito di quella rivoluzione che, pur con la restaurazione, rese comunque al Parlamento poteri pieni. Fu la nascita della democrazia parlamentare.

La realtà a cui ci troviamo di fronte oggi è che la destra del Governo conservatore, che ha preso il potere dopo uno scontro interno al partito, vuole sfruttare a tutti i costi l’occasione d’oro data dall’esito referendario per passare la sua visione di una Brexit pura e dura, convinta, a torto o a ragione che, comunque, sul medio e lungo termine il futuro del Paese fuori dalla UE sarà tutto rose e fiori. Johnson ha messo in chiaro di essere pronto a tutto pur di arrivare a questo obiettivo, anche a una uscita netta e traumatica in mancanza di un accordo con Bruxelles. Cosciente che il Parlamento, che è dichiaratamente contrario a una Brexit senza accordo, rischia di rendergli la vita impossibile, il Governo Johnson ha dunque deciso di ridurgli i margini di manovra al massimo, dandogli virtualmente solo due settimane, dal 14 ottobre alla fine del mese, per dibattere e votare la proposta che gli verrà presentata.

Cosi, in questo mondo alla rovescia, un referendum passato nel 2016 con il 51,9% dei voti ma in realtà con il voto di un terzo dell’elettorato (al netto di astensioni e affluenza) viene ora “onorato” da un premier votato dallo 0,4% dell’elettorato (la maggioranza di 100mila elettori conservatori) che a ogni costo cerca di scavalcare un Parlamento regolarmente eletto a propria volta. Come è possibile una situazione del genere? Lo stallo in cui ci troviamo ha varie spiegazioni: una prima e più importante è la condizione del partito conservatore, promotore del referendum, che non è riuscito a convincere successivamente se stesso e poi il Parlamento a votare l’accordo raggiunto con Bruxelles alla fine del 2018. Cacciata la May e messo in sella Johnson, il partito dei Tory non riesce a convincere Bruxelles a rinegoziare l’accordo. In effetti per gli altri 27 Paesi la partita è conclusa e non è perché a guidare il Governo sia un’altra persona che 27 nazioni debbano ora tornare a sedersi al tavolo negoziale. Una pretesa del genere la dice lunga sull’arroganza e la perdita di proporzioni che hanno i  Tory nei confronti del resto d’Europa. Davanti al muro che ha eretto la UE, il Governo Johnson ha dunque fatto la voce grossa, minacciando di non pagare i 39 miliardi di euro dovuti di progetti di bilancio votati in passato con l’assenso di Londra e ora a rischio di essere scaricati sulle spalle degli altri Paesi membri.

Ciò che in un modo o nell’altro era dato per scontato, era che la Brexit sarebbe avvenuta in modo ordinato. Il rischio di una Brexit distruttiva, che si sta prospettando sempre più come una possibilità reale, sta facendo suonare campanelli d’allarme in tutte le direzioni e sta scuotendo alle fondamenta le istituzioni britanniche. La Regina rischia di essere risucchiata in modo pericolosissimo in uno scontro tra potere esecutivo e legislativo, la Scozia rischia di avviarsi verso l’indipendenza, specie dopo la dipartita di Ruth Davidson, l’abilissima leader scozzese conservatrice che era riuscita a fare riprendere peso al partito dei Tory al di là del vallo Adriano. Ora la prospettiva di una rotta dei Tory in Scozia è estremamente concreta, con lo sfondamento da parte  dei nazionalisti. L’Irlanda del Nord rischia la riapertura di ferite antiche, dato che una hard brexit ripoterà alla creazione di una frontiera fisica.

La seconda ragione è dovuta al fatto che i parlamentari, tolti i Tory nazionalisti, si rendono conto dei rischi economici gravi che una Brexit potrebbe comportare e ogni volta che si trovano davanti all’abisso di un no deal fanno marcia indietro e prendono tempo. C’è peraltro il problema del sistema elettorale britannico che, in caso di voto, rischia di portare nuovamente i Tory alla vittoria anche se solo con 32/35% dei voti. In effetti, i liberaldemocratici anti-brexit, uniti ai verdi e ai laburisti, per quanto in forte maggioranza, per i meccanismi della legge elettorale si troverebbero frazionati con il rischio che Johnson, nel caso probabile in cui indicesse elezioni, ottenga, pur in modo risicato, nuovamente una maggioranza, questa volta tutta di fedelissimi che potrebbero passare la Brexit senza più rischi di ammutinamenti come è il caso oggi. Cio’ considerando che il nuovo atteggiamento duro di Johnson sta portando via voti al partito della Brexit di Nigel Farage e rafforzando la compagine dei conservatori di destra. L’unico modo per contrastare Johnson sarebbe una serie di voti tattici, in cui i tre partiti si mettessero d’accordo per lasciare correre in un determinato seggio il candidato che ha più chances di vincere. Ciò non porterebbe alla vittoria assoluta di nessuna delle tre formazioni, ma secondo i calcoli dei politologi, permetterebbe nel migliore dei casi di infliggere a Johnson una perdita fino a 50 deputati rispetto alla compagine attuale. Ipotesi possibile ma difficile da tradurre nei fatti.

Cosi il Parlamento e il Governo si trovano ad affrontarsi in una situazione di stallo, prendendosi a cornate come due stambecchi sul ciglio di un burrone. La soluzione nerboruta proposta da Johnson vuole essere un modo, assai poco ortodosso e pericoloso, per rompere lo stallo. Ma rischia, oltre ai danni economici che una hard brexit comporterebbe per il Paese, di crearne di istituzionali  ancor più gravi mettendo a repentaglio la stessa monarchia e l’unione del Paese. Il Regno Unito sta veramente vivendo tempi straordinari.

 

  • habsb |

    Quello che a me pare gravissimo, e che Lei non menziona, è che governo e parlamento britannici saranno riusciti nell’impresa di bloccare per 3 anni la volontà popolare.

    Una votazione democratica ha espresso la volontà di uscire dall’UE. Si capisce che qualche mese sia necessario per rendere la transizione più fluida, ma 3 anni ? L’intento di queste persone non puo’ essere negato : è stato quello di negare e bloccare la decisione popolare infognandola in discussioni senza fine.

    Cio’ è gravissimo : è un vero e proprio attentato alla sovranità popolare. Piuttosto che congelare l’attività parlamentare sarebbe necessario mandare tutti a casa e indire subito nuove elezioni, che sanzionerebbero come si deve i parlamentari che non possiamo che qualificare di golpisti.

    La casta politica ha certo i suoi interessi particolari a rimanere con un piede nell’ Europa delle lobbies, a cominciare dall’opportunità di occupare un seggio al parlamento europeo per il modesto trattamento di 47mila Euro mensili.

    Ma la regina e Mr Johnson hanno mostrato la loro fibra democratica e se tutto va bene entro la fine dell’anno la volontà sovrana del popolo sarà finalmente messa in atto.

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