Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Il partito dei Tory è entrato in convulsione

La decisione tardiva di Theresa May di aprire il negoziato sulla Brexit ai laburisti di Jeremy Corbyn ha aperto le porte dell’inferno nel partito di Governo. La casa dei Tory è scossa dalle fondamenta. Non solo la destra eurofoba, che vuole la Brexit pura e dura, grida al tradimento di una premier che si è messa a negoziare con un “marxista”, ma anche buona parte della base del partito, che è in netta maggioranza (oltre il 60%) a favore di una uscita rapida dalla UE, al limite anche brutale, sta dando segnali di crescente agitazione. Gli attivisti hanno messo in guardia la May dal rischio di uno spappolamento del partito in caso di elezioni anticipate, perché la base sta voltando le spalle al Governo e i volontari che dovrebbero fare campagna si stanno volatilizzando. Molti hanno già gettato nel cestino la tessera del partito.

Il peccato originale di un referendum male pensato, con una scelta super-semplificata e un esito in bilico, appoggiato a una maggioranza risicata, hanno portato, come abbiamo detto nel precedente post, a una valanga di eventi negativi. Per la May era impossibile sostenere che il suo predecessore David Cameron aveva sbagliato a porre il referendum, che la scelta binaria era un grave errore, perché un’interpretazione pura e dura di un’uscita dalla UE avrebbe avuto conseguenze economiche fortemente dannose. Non a caso, il parlamento di Westminster sta facendo da due mesi continue contorsioni per evitare una hard Brexit , cercando allo stesso tempo di salvare la faccia di fronte agli elettori, che hanno votato per andarsene e ora non capiscono il perché di crescenti retromarce e distinguo.

La May poteva però dall’inizio cercare di interpretare tutto il Paese, aprendo un negoziato con l’opposizione da una posizione di forza e magnanimità, riconoscendo al 48.1% dei perdenti l’onore delle armi, facendo concessioni ed eventualmente indicendo elezioni successive per rafforzare la sua posizione sopra le parti. La decisione di tenere il processo all’interno dei conservatori di Governo, peraltro ridotti dopo le elezioni infauste del 2017 a una minoranza esigua, la ha tenuta sempre più ostaggio della destra del partito. Inevitabile che ora, dopo quasi tre anni, aprire il dialogo ai laburisti, che chiedono che Londra resti in una unione doganale, stia provocando un’insurrezione all’interno dei Tory, che gridano al tradimento. Per evitare di spaccare il proprio partito all’inizio del processo negoziale, la May ora rischia di spaccarlo in malo modo alla fine, in un clima di crescente malcontento in tutto il Paese, con un crescente rischio di ingovernabilitá. Mai strategia poteva essere peggiore.

La domanda che mi pongo in modo sempre più insistente dalla crisi finanziaria del 2008 e, soprattutto, dal referendum del 2016, è però più radicale e mette direttamente in questione l’adeguatezza del partito che fu di Winston Churchill e di Margaret Thatcher alle esigenze del mondo di oggi. I fautori della Brexit pura e dura, immediata e senza concessioni, quelli che si ammantano della legittimità dei vincitori del referendum e dovrebbero dunque rappresentare il futuro del Regno Unito, dipingono un Paese che, secondo l’esponente David Davies “tornerà a modellare e guidare il mondo”, secondo Boris Johnson “sarà libero di commerciare e brillare su scala globale”  un Paese il cui popolo, secondo l’ex sindaco di Londra “dovrà essere guidato (da un Mosè-Boris ndr) per traversare il Mar Rosso” e ritrovare la libertà perduta. Nessuno dei cosiddetti Brexiteers ha avanzato spiegazioni convincenti su basi economiche. Nessuno in effetti ha idea di quale potrebbe essere un futuro fuori dalla UE. I Brexiters hanno sostanzialmente minimizzato i rischi di una uscita dura e completa dalla UE, paventati peraltro non solo dai Remainers, ma dalla maggioranza dei parlamentari, dai centri di ricerca economici e dal mondo del business, che si trova in prima linea a metterci la faccia. La posizione dei Brexiters, che mescola quell’arroganza e megalomania che non è mai andata giù a chi abita dall’altra parte della Manica, è particolarmente inadeguata alla complessità dei giorni nostri, anche se si è mostrata elettoralmente efficace.

Il grido di battaglia ottimista e gagliardo dei Brexiter ha infatti pochi motivi di orgoglio e vanto. Se è infatti vero che con Margaret Thatcher i conservatori hanno ridato le energie al Paese per uscire dalla palude in cui si trovava e in cui i laburisti la sprofondavano sempre di più, è anche vero che il modello originale è poi andato in fuori giri, creando crescente diseguaglianza sociale. Fino ai tempi del governo conservatore di John Major (1991-97) malgrado alcune privatizzazioni estreme, come quella delle ferrovie, il modello ha funzionato ridando linfa ed energia a un Paese esausto. Con l’arrivo del New Labour di Tony Blair e Gordon Brown il modello è stato all’inizio modificato lievemente e, fino al 2002-3, mantenendo la spesa sotto controllo, ha dato una spinta aggiuntiva all’economia del Paese. Dopo il 2003 il crescente ricorso al debito da parte dei laburisti, innestato sul modello thatcheriano di deregulation, ha alimentato le condizioni di una crisi, che con il crash finanziario del 2008 ha trasformato il peso del debito pubblico dal 38% al 95% del pil nel giro di un paio d’anni a causa del salvataggio pubblico del sistema finanziario privato, oberato dai debiti. La trovata laburista più di aumentare il benessere della classi basse facendo leva sul debito privato invece che tassare i benestanti, che si arricchivano a loro volta con una progressione geometrica, aveva creato un senso di falso benessere nel Paese di cui tutti beneficiavano.

Il ritorno dei conservatori nel 2010 ha portato con sè  una dose di austerità da cavallo per quasi un decennio per rientrare dal debito cumulato dai laburisti. Ciò non ha fatto che accentuare il malessere delle classi più disagiate. La quaresima dei Tory ha infatti accresciuto la polarizzazione della ricchezza nel Paese dove, nell’ultimo decennio, soltanto Londra ha continuato a prosperare diventando un’isola di benessere (per quanto con forti sacche di povertà) rispetto al resto del Paese. Il successo di Londra peraltro è stata un parto prettamente conservatore (fatto in parte proprio dal New Labour), che ha, come filosofia di fondo, quella di privilegiare le eccellenze a scapito del solidarismo. Su scala nazionale ciò ha alimentato per 30 anni forti divergenze sociali. Su scala geografica il fenomeno si è identificato nel successo della capitale. Questa anomalia, con un forte divario tra ricchi e poveri, si è peraltro manifestata nell’ultimo ventennio in numerosi Paesi occidentali, a causa della caduta di potere d’acquisto delle classi basse non qualificate, sopraffatte dalla globalizzazione. In condizioni normali la cura avrebbe dovuto essere un ritorno a una terapia “socialdemocratica” tradizionale, con maggiore tassazione ricchi e redistribuzione. Invece, come in altre parti del mondo, il bastone del comando è finito in mano alle destre populiste, che si sono fatte interpreti del disagio delle classi sfavorite contro le cosiddette elites, ma non hanno avanzato rimedi economici. Nel Regno Unito i Brexiters più motivati sognano peraltro un modello liberista ricalcato su Singapore o altri centri offshore. Un modello che, contrariamente a posti come Montecarlo o Dubai popolati da poche anime, inevitabilmente non potrebbe favorire 67 milioni di inglesi ma andrebbe a vantaggio proprio delle elites. Con buona pace delle classi medie del centro e Nord del Paese che si sono fatte affascinare da una rinascita nazionale.

Così i conservatori, il cui Vangelo liberista (assieme alla destra repubblicana USA) è stato in buona parte causa dei problemi in cui oggi si trova l’Occidente, si sono trovati nel Regno Unito a gestire la crisi che avevano sul fondo generato. Le campagne e le piccole città, memori dell’insuccesso del New Labour si sono aggrappati ai “sani” valori dei Tory. Questi, sia sotto Cameron sia sotto la May hanno cercato di andare verso il centro, con una politica di maggiore solidarismo ma, a corto di idee, dato che il modello anglosassone ha mostrato forti lacune, ha trovato nella UE un capro espiatorio. La destra dei Brexiter in particolare è riuscita con successo a vendere la storia per cui solo una “indipendenza” dalla UE può fare tornare a brillare il Paese come ai bei tempi dell’Impero. Andando paradossalmente contro gli interessi della capitale, il cui successo si fondava sul modello liberista e darwiniano degli stessi Tory. E tutto ciò alla faccia di vari studi, ripresi recentemente dal Financial Times, secondo cui il Regno Unito ha particolarmente beneficiato dall’appartenenza alla UE con un aumento del benessere, secondo vari modelli che proiettavano scenari alternativi dello stesso quarantennio fuori dall’Unione,  del 10% dall’adesione nel 1973. Un quarantennio in cui il Regno Unito ha recuperato posizioni, con una dinamica di crescita superiore a vari Paesi europei come Francia e Italia. In parallelo, il malessere post 2008 delle classi disagiate ha trovato sfogo in un’accentuazione della protesta contro il mondo della finanza, i conservatori ma anche i neolaburistiche erano al potere nel 2008, aprendo la strada a una richiesta di egualitarismo incarnata dal paleo-socialista Jeremy Corbyn che chiede il ritorno alle nazionalizzazioni e tante altre politiche care alla sinistra europea degli anni ’60.

I conservatori di centro, che sono la maggioranza in parlamento, ma non riflettono la loro base e gli ex-laburisti filo-blairiani si trovano in crescente difficoltà. Così,in un momento storico così importante per il Paese come i rapporti futuri con l’Europa, l’elettorato del Regno Unito si trova in una crisi di rappresentanza che sta alimentando un crescente disagio sociale.

 

  • Giampiero Minelli |

    Chi è il Capo di stato della Gran Bretagna? Elisabetta II? Che esca, allora, dal suo sovrano distacco, parli alla Nazione e dica al Capo del Governo, chiaramente, che nessuno è obbligato ad accettare l’esito di un referendum consultivo, profondamente errato, che darebbe la possibilità al voto di 17,4 milioni di cittadini di determinare la sorte di tutti e 67 i milioni di cittadini del Paese! Si metta i pantaloni, per una volta, e passi alla Storia dignitosamente, fino a minacciare di abdicare se governo e parlamento faranno fallire il Paese.

  Post Precedente
Post Successivo