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E ora la Brexit sta entrando nella “death zone”

Theresa May sta incarnando sempre più, in peggio, un tratto caratteristico degli inglesi: la cocciutaggine. Provvidenziale per resistere alla Germania nazista durante la Seconda Guerra,  questa volta rischia di essere esiziale nel futuro rapporto con l’Unione Europea. Decisa a mantenere la decisione sulla Brexit entro la esigua maggioranza di Governo, senza allargarla a un’intesa con l’opposizione, la premier britannica ha tessuto a Bruxelles la tela per tornare all’assalto del Parlamento per la terza volta, chiedendo un voto affermativo all’accordo che ha negoziato con la UE. La UE ha concesso una proroga fino alla data delle elezioni europee (23 maggio) per passare la legislazione relativa all’intesa raggiunta sulla Brexit, a patto che la prossima settimana la votazione passi. Ma passerà?

Dopo l’appello televisivo di mercoledì sera, in cui si è rivolta direttamente agli inglesi, scaricando le colpe di una mancata Brexit sulle spalle dei colleghi parlamentari, che saprebbero dire soltanto no senza proporre alternative, la situazione è tutt’altro che migliorata. E’ infatti assai difficile che questo atteggiamento, che ha offeso decine di deputati del suo stesso partito, possa sortire il risultato di ammorbidirli e convincerli a votare l’accordo. Al contrario, molti vanno irrigidendosi a loro volta di fronte alla prepotenza del primo ministro. A partire dallo Speaker della Camera dei Comuni, John Bercow, che ha difeso in modo robusto la dignità dei colleghi, affermando che il loro compito è di ragionare con la loro testa.

C’è dunque il rischio elevatissimo che il Governo possa andare sotto per la terza e ultima volta, con la conseguenza di un’uscita brutale dalla UE senza un accordo entro la fatidica data delle 11 di sera (mezzanotte continentale) del 29 marzo. In questo caso la UE ha concesso alla May una piccola proroga al 12 aprile per trovare un piano alternativo, in mancanza del quale il Paese potrebbe ottenere una proroga lunga, restando a questo punto ingabbiato nella UE, trovandosi ironicamente costretto a partecipare alle elezioni europee come membro a pieno titolo. La UE necessita infatti di tempi tecnici per organizzare le elezioni del 23 maggio e se Londra chiede una proroga deve deciderlo entro il 12 aprile in modo che la distribuzione dei seggi a Strasburgo avvenga tenendo conto dell’inclusione o esclusione britannica. A questo punto gli scenari sono 4: 1) Voto potitivo all’accordo Londra-UE e uscita il 23 maggio. 2) Voto negativo e Brexit brutale il 12 aprile 3) Voto negativo e richiesta di proroga indefinita entro il 12 aprile con partecipazione alle elezioni. Ricerca di soluzioni alternative tra cui un secondo referendum 4) Voto negativo e voto per rimanere nella UE alle attuali condizioni richiamando l’art 50.

La logica della May è ferrea: il suo Governo, che ha la maggioranza in Parlamento, ha negoziato per due anni e raggiunto un accordo con Bruxelles lo scorso novembre. Quelli che hanno cercato di disarcionarla con la sfiducia, sia i laburisti, sia i rivali nel suo partito, non ci sono riusciti. I laburisti all’opposizione non riescono da soli a far passare la loro proposta di unione doganale, considerata dalla May troppo morbida e a rischio di portare il suo partito a una scissione, con la secessione dei Brexiter. D’altra parte i Brexiter oltranzisti del suo partito, che non sono riusciti a sfiduciare la premier con un colpo di mano interno, non hanno una maggioranza per un no deal . Quindi l’unica pietanza sul tavolo, secondo la May, è la minestra che si prepara a riscaldare per la terza volta. Ma funzionerà?

Non credo che funzionerà, per cui dobbiamo prepararci la prossima settimana a colpi di scena dell’ultima ora, come una richiesta alla Ue di una proroga più lunga  o un nuovo referendum popolare. Quello che è certo è che, se la prossima settimana l’intesa della May verrà bocciata, ci troveremo in una situazione incandescente, con il rischio di un’uscita brutale dalla UE il 12 aprile dalle conseguenze incalcolabili. Al meglio, in caso di proroga più lunga, avremo comunque mesi di convulsioni parlamentari per trovare un piano B, con dibattiti tra recriminazioni e un rancore di fondo diffuso sia tra la maggioranza e l’opposizione, sia all’interno della maggioranza e dell’opposizione, dato che ormai i due partiti principali sono spaccati in due. I Conservatori sono infatti divisi sulla Brexit tra leavers e remainers e i laburisti tra paleosocialisti e modernisti, con un corollario di divisioni sulla Brexit che si traduce in alcune decine di deputati favorevoli all’uscita dalla UE. Ricordiamo infine che, comunque vadano le cose, il Governo attuale o prossimo venturo che sia, in caso la May si trovi costretta a farsi da parte, dovrà comunque negoziare con Bruxelles anche in caso di uscita brutale, il rapporto futuro tra UK e UE. L’intesa della May raggiunta con la UE lo scorso novembre e oggetto del voto riguarda infatti solo la prima fase, ossia i termini dell’uscita del Regno Unito dalla UE.

Nel frattempo, sono sempre più visibili i segnali di inquietudine tra la gente e le istituzioni. La CBI, la Confindustria britannica e il TUC, il sindacato unificato, hanno fatto la mossa senza precedenti di firmare una lettera comune in cui si scongiura la May di non giocare col fuoco, rischiando una Brexit brutale, perché la grande parte delle aziende britanniche non sono pronte ad affrontare la situazione, con gravi ripercussioni sull’occupazione. Brexiter e remainers stanno alzando i toni del confronto. Una Marcia su Londra indetta dall’Ultrà della Brexit, Nigel Farage, sta ingrossando le fila, per quanto appaia ancora sparuta. Nel Paese il consenso per la difesa della vittoria del referendum del 23 giugno 2016 resta comunque alto. Una petizione popolare, che ha superato i 2 milioni di firme, è stata intanto indetta per chiedere un voto parlamentare che revochi del tutto l’articolo 50 della UE, che prevede l’uscita il 29 marzo. Downing Street ha gia’ messo in chiaro che non intende considerarla, ma la gente continua a firmare, Infine, i promotori di un referendum popolare sulla Brexit, stanno scaldano i motori in vista di una nuova maxi manifestazione a Londra che si terrà sabato e che si preannuncia ancora maggiore di quella del 20 ottobre scorso, quando riunì 700mila persone. Secondo gli organizzatori, molto probabilmente, questa volta la folla supererà il milione di persone.

La situazione è tesa. Molti iniziano a parlare di un clima di emergenza nazionale. E’ un fatto che ormai il disagio è palpabile per le vie della capitale. Se volessimo prendere a prestito un termine alpinistico, stiamo entrando nella cosiddetta death zone , quella in cui la mancanza di ossigeno aumenta esponenzialmente il rischio di incolumità fisica per gli scalatori.

 

 

 

  • italo Buosi |

    Ho vissuto in Inghilterra per 19 anni assaporando e godendo la vera democrazia. Vorrei vedere questo paese in Europa perché è Europa e la seconda richiesta di un nuovo referendum confermerà i ripensamenti di tanti.

  • Giampiero Minelli |

    Ho sempre sostenuto l’asssoluta inadeguatezza di Cameron e del referendum lanciato per motivi politici allinterno del partito.
    Non posso credere che la Gran Bretagna, non tanto la May che oramai conta pochissimo, sconfessata com’è stata, e piu’ volte, dal Parlamento, sia incapace di capire che 17 milioni di cittadini (quelli che hanno votato per uscire, nel 2016) non hanno il diritto di decidere l’uscita di 67 milioni di cittadini dall’Unione Europea.
    Un secondo ed equilibrato referendum (quorum e maggioranza qualificati) è l’unica decisione democratica e intellgente per uscire da una situazione che sta diventando drammaticamente ridicola..

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