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La carta della disperazione di Theresa May

Domani l’accordo di Brexit raggiunto tra il Premier Theresa May e l’Unione Europea verrà messo ai voti al Parlamento di Westminster. Sarà un voto storico. Avverrà in tarda serata e, quasi certamente, la proposta verrà bocciata. E ciò malgrado la riassicurazione della UE che Londra avrà le mani libere sulla frontiera del Nordirlanda e non rimarrà impigliata per anni in una unione doganale “provvisoria” e malgrado gli avvertimenti apocalittici della May che, in caso di rifiuto della proposta prevede < scenari catastrofici > per la democrazia britannica. In effetti, se la proposta del Governo, negoziata per oltre due anni con Bruxelles, non passasse, ci troveremmo di fronte alla maggiore crisi istituzionale del Paese dal dopoguerra. Il parlamento e la politica rappresentativa in senso lato verrebbero discreditate agli occhi dell’opinione pubblica, con seri rischi di crescente disagio sociale, generato da tensioni fra i due fronti dei leavers e dei remainers .

La May non ha tutti i torti: quando dice che, se la sua ipotesi non passerà, c’è un rischio elevatissimo che la Brexit venga accantonata, non è lontana dal vero. Nelle ultime 2 settimane il Parlamento ha infatti passato una serie di emendamenti che rendono virtualmente impossibile una hard brexit, oltre a rendere la vita dura alla stessa proposta del Premier britannico. Se la proposta May verrà cassata, secondo un recente emendamento il Governo ha soltanto 3 giorni per presentare una controproposta, negoziando molto probabilmente con Bruxelles ancora qualche concessione in extremis prima di ripresentare il pacchetto. Il Parlamento temeva che il Governo continuasse a procrastinare e prendere tempo arrivando a ridosso della scadenza del 29 marzo, data di uscita dalla UE, per costringere i deputati a votare la propria proposta in alternativa al caos. Il Parlamento ha giocato d’anticipo, bloccando la strada dei rinvii, recuperando potere sull’esecutivo, ma ha alzato la posta, aprendo le porte a uno scenario da incubo. Il Governo, in caso di sconfitta,  non avrebbe infatti più poteri di manovra per  creare alternative. E ciò porterebbe a tensioni crescenti, dato che il Labour di Corbyn si prepara a una mozione di sfiducia nella speranza di andare a nuove elezioni, mentre un gruppo di parlamentari remainers starebbe complottando per aprire la strada a un voto che porterebbe alla sospensione dell’articolo 50 della UE, quello che prevede l’uscita dall’Unione. Nel caso di Corbyn è difficile che riesca a fare cadere il Governo, anche perché secondo una legge passata nel 2011 l’esecutivo deve rimanere al potere fino a fine legislatura a meno che discrezionalmente esso ponga fine di propria iniziativa. Se però la sfiducia ottiene la maggioranza in Parlamento e per due settimane si riveli impossibile votare un Governo alternativo nuove elezioni si rivelerebbero inevitabili. Quanto al complotto, le chances di successo sono più alte, ma allora ci troveremmo di fronte a una crisi costituzionale in cui Westminster assumerebbe un potere straordinario verso l’esecutivo che non vedevamo dai tempi di Cromwell. A questo proposito va rilevato che i parlamentari sono in maggioranza dei remainers ma devono rappresentare un Paese con il 51% di leavers, per cui, se prendessero la mano bloccando la Brexit, si troverebbero davanti a una profonda crisi di rappresentanza nei confronti dell’opinione pubblica.

Se la hard brexit, malgrado gli sforzi dei leavers oltranzisti, non potrà più realizzarsi, se la proposta May verrà bocciata, pare logicamente inevitabile che la politica sia costretta a chiedere più tempo per cercare un’alternativa. Alternativa che però Bruxelles ha messo in chiaro di non essere pronta a concedere, anche se pare propensa a concedere più tempo per ripensarci. Dunque siamo di fronte a un pericoloso stallo. C’è infine una ultima possibilità, che è quella proposta dai promotori di un secondo referendum, secondo i quali un voto popolare in cui si dia l’alternativa tra la proposta May e la permanenza nella UE (la ipotesi di una hard Brexit non avrebbe mai appoggio in Parlamento) diverrebbe l’unica via d’uscita e taglierebbe la testa al toro. Il problema è che un secondo voto sta creando crescente risentimento tra i 17 milioni che hanno approvato la Brexit il 23 giugno 2016. Molti mettono in guardia dal fatto che un nuovo referendum, oltre a compromettere la rappresentatività del Parlamento, rischia di alimentare l’ala estrema nazionalista, che sta dando chiari segnali di malessere e collera. A 24 ore dal voto storico i percorsi politici sono chiari, ma nessuno pare, come stanno le cose, effettivamente praticabile.