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Dopo la Scozia più autonomia anche a Londra?

Dopo la Scozia sarà il turno di Londra di ottenere maggiore autonomia? Sempre più personaggi autorevoli lo auspicano. Ma l’argomentazione è assai diversa rispetto a quella della grande regione del Nord. Nel caso della Scozia, la maggiore autonomia, che verrà concessa dopo che il referendum per l’indipendenza non è passato per un soffio, ha una radice culturale, data dalla “diversità” degli scozzesi, che vogliono sul fondo gestire in proprio un modello economico più legato alle socialdemocrazie nordiche che al capitalismo anglosassone. E’ un caso classico di autonomia legato a radici storiche e culturali. Nel caso di Londra, città cosmopolita e dunque senza un’identità definita, altra che la libertà nella varietà, il desiderio di ottenere maggiore margine d’azione deriva principalmente dalla necessità e volontà di gestire una crisi di crescita che rischia di portare alla congestione. La città ha bisogno di più abitazioni per calmierare i prezzi e rendere la vita più abbordabile alle fasce deboli della popolazione, più strutture scolastiche e, soprattutto, più trasporti, specialmente nell’East End.

La popolazione della capitale è infatti in continuo aumento, malgrado le derive per bloccare gli immigrati che vanno crescendo tra conservatori e formazioni di destra. Secondo le proiezioni, Londra dovrebbe infatti passare, dagli attuali 8,4 milioni di abitanti, a oltre 9 milioni nel 2021, per poi sfiorare quota 10 milioni nel 2030.  La pressione della popolazione sulle infrastrutture si farà inevitabilmente sentire e il modo migliore per Londra di reagire è avere maggiori poteri di bilancio e autonomia di spesa. Per quanto Londra abbia già da tempo ottenuto più autonomia nella prima tornata di devolution che ha dato maggiore indipendenza anche a Scozia e Galles, i poteri del sindaco della capitale, Boris Johnson, sono minimi rispetto ai suoi colleghi di altre capitali occidentali. Johnson può infatti raccogliere autonomamente solo il 7% della tassazione sui redditi individuali e aziendali totali derivati dai Londinesi. Nel caso di New York la proporzione è del 50%. Inoltre, la città resta legata a doppio filo al Governo centrale, dato che i propri introiti derivano al 75% dal trasferimento del Governo centrale, rispetto al 31% di New York e addirittura al 25% di Berlino e al 17% di Parigi. Per quanto personaggio ad alto profilo, Johnson ha nella sostanza poteri molto inferiori di quelli dei colleghi delle grandi capitali occidentali. Per una città che ogni anno fornisce al Tesoro 35 miliardi di sterline (42 miliardi di euro) di introiti fiscali netti la situazione è piuttosto frustrante.

Attualmente è allo studio di una commissione messa in piedi dal sindaco e guidata da Tony Travers, esperto di economia londinese della London School of Economics, una serie di proposte per aumentare la proporzione di tasse raccolte autonomamente dalla capitale dal 7% al 12%. Fonte principale di redditi sarebbe la tassazione immobiliare, dalla tassa di bollo alle tasse locali alle tasse sui capital gains, passando per le tasse sugli immobili destinati a business. Si tratterebbe effettivamente di una gallina dalle uova d’oro, considerando che Londra ha pesato da sola per oltre un terzo dei 7 miliardi di sterline raccolti in UK sulla tassa di bollo sulle transazioni immobiliari. Ma quanto sarà disposto a concedere il Governo centrale? Il tema non può comunque essere più accantonato o rinviato, perché. dal momento che sarebbe folle boicottare il boom economico di Londra per riequilibrare l’economia di altre regioni, è inevitabilmente necessario cavalcare uno sviluppo tumultuoso che rischia di diventare anarchico e incontrollabile, considerando che l’economia della capitale cresce a un ritmo molto più elevato rispetto al resto del Paese. Con una produttività molto maggiore: il valore aggiunto per persona sta decollando ed è cresciuto dal 157% della media britannica nel 1997 al 175% nel 2012, senza cenno di rallentamento. Il Governo sta peraltro pensando di rilanciare il Nord piuttosto che rallentare Londra, dando maggiore autonomia a tutta l’area di Greater Manchester che conta 2,6 milioni di abitanti e facilitare e rafforzare la rete di trasporti tra le grandi città’ inglesi del Nord come Leeds, Sheffield, Liverpool e Newcastle. Oltre a collegarle meglio con altri grandi centri a Sud Ovest come Bristol e Birmingham. Peraltro la discussione sulla possibilità di dare maggiore autonomia alle altre grandi città è sempre più intensa. La differenza con Londra è che la capitale ribolle di energia e persone che si aggiungono e va in qualche modo gestita. E il tempo stringe. Darle più autonomia considerando la libertà di cui godono altre città europee non pare a questo punto un sogno proibito…