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L’amara impotenza di Mervyn King, re di danari

Forse quando se ne andrà in giugno, l'economia britannica avrà finalmente innestato la ripresa. Ma per Mervyn King,  Governatore uscente della Banca d'Inghilterra, sarà una magra soddisfazione. Lascerà infatti il Paese in mezzo al guado, con la prospettiva di non rivedere lo stesso livello di pil raggiunto nel 2008  fino al 2015, e quello pro-capite nel 2018, come prevede il think tank Niesr. Sarà infatti una ripresina, come lo stesso King ha lasciato intendere mercoledì scorso durante il consueto rapporto sull'inflazione, l'ultimo redatto sotto la sua supervisione. E, comunque, l'inflazione resterà alta, sopra la soglia del 2% almeno fino al 2014, con un picco  del 3% in vista per questa estate. Peraltro, ha messo in chiaro King, ci sarà ben poco che la Banca Centrale potrà fare per accelerare la ripresa. Dopo avere stampato carta per 375 miliardi di sterline dal 2009 a oggi, l'economia certo non è precipitata ma è andata avanti a sobbalzi, con due recessioni e mezza, se si conta la recente contrazione di fine 2012.

 King è stato come le due facce della luna: una brillante dal 2003 al 2008 quando ha presieduto la grande bolla finanziaria del secolo e nei 5 anni dopo, una lunga quaresima, di cui non si è vista ancora la fine. Non si può dire che abbia fatto molto per frenare i bollori  degli anni d'oro né ora per rilanciare un'economia moribonda. Ha lanciato recentemente segnali prudenti al successore Mark Carney che ha dato segni di voler allentare un poco i cordoni del rigore. King ha detto infatti che per ora è meglio lasciare le cose come stanno, perchè in un Paese a bassa produttività come il Regno Unito il rischio di uno stimolo è quello di fabbricare ancora più inflazione. Peraltro l'aumento dei prezzi in un quadro di economia stagnante non ha fatto che erodere potere d'acquisto agli inglesi, i cui standard di vita sono tornati ai livelli del 2003.

King è stato a volte troppo rigido. Come quando si era incaponito a lasciar fallire la banca Northern Rock con il rischio di creare una incontrollabile reazione a catena e poi è rimasto riluttante nello stampare carta con lo stesso entusiasmo degli americani. Hs mostrato istinti conservatori, convinto che le banche non possono prendere rischi sperando di farla franca (il cosiddetto "moral hazard") Alla fine, davanti alla prospettiva di un terremoto sistemico ha attaccato il carro ai buoi del pensiero dominante anglosassone dando la stura al cosiddetto quantitative easing. Mercoledì ha però emesso nuovamente un lamento, facendo notare che la politica di quantitative easing  ha ormai esaurito la spinta propulsiva. Ha detto che allo stato la Banca Centrale non può fare molto di piú. Un messaggio un poco nichilista, insomma, di un uomo amaro, cosciente di non essere riuscito, nei dieci anni passati sul trono della Bank of England a fare molto per tamponare il peggiore crack dal dopoguerra e a fare ripartire l'economia. Se ripresa ci sarà, infatti, ha detto King, sarà anemica e a sobbalzi. Secondo il Niesr, peraltro, sarà la più lenta uscita da una recessione da un secolo a questa parte.  Tempo comunque per King di passare la mano. Troppo provato dagli eventi ha perso ogni entusiasmo.