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Cameron e l’Europa: una tattica vincente per una strategia perdente?

David Cameron ha estratto il coniglio dal cilindro. Con un discorso ben congegnato sul futuro della Gran Bretagna in Europa, il premier britannico è riuscito in un sol colpo a compattare la destra euroscettica del partito conservatore che lo tallonava implacabile, a rischio di spaccare il partito e a disinnescare la minaccia del partito eurofobo UKIP, che guadagnava inesorabilmente terreno alla sua destra e ora sta già iniziando a perdere colpi nei sondaggi. Un buon risultato in politica interna per un Primo ministro che, incalzato dalla crisi economica, si trovava in crescenti difficoltà.

Il guadagno in politica interna non ha causato, almeno per ora, un danno grave in politica estera. Dalle cancellerie europee per ora si coglie infatti solo forte perplessità, ma non indignazione. Angela Merkel ha avuto una reazione attendista. Non poteva essere diversamente. Cameron infatti non minaccia nulla di concreto: mostra banalmente il suo disagio per un'Europa sclerotizzata (argomento condiviso dagli stessi europei), dice che se l'Europa andrà avanti nell'integrazione in reazione alla crisi del 2008 la Gran Bretagna sarà costretta a rinegoziare i termini della sua adesione e sottoporla a un voto referendario nel 2017. Probabile che gli inglesi vogliano ottenere nuovi opt out, in termini di ordine pubblico (come il mandato d'arresto europeo) e giustizia. Cameron non dice però cosa vuole esattamente rinegoziare, ha detto che solo negoziando potrà capire meglio e comunque farà un referendum se verrà rieletto. Afferma peraltro che non vuole procedere subito a un referendum perchè aspetta di capire quale direzione prenderà la Ue.

Una settimana in politica è un'eternità, figuriamoci da qui a 5 anni, data dell'eventuale referendum, quante cose potranno cambiare. Ma la bravura di Cameron è stata di fare chiarezza nella vaghezza e sedare con una mossa decisa il disagio nel partito che è in grande maggioranza euroscettico e voleva avere un segnale di direzione in un momento di disorientamento economico e sociale. Che cosa di maggiore effetto e minore rischio se non dare un calcio all'Europa? La politica è anche l'arte di gestire l'immediato per evitare effetti indesiderati nel futuro prossimo. Nel nostro caso Cameron ha aperto una sorta di contratto "future" per salvaguardarsi da qui al 2015, data delle elezioni, contrattando una scadenza al 2017 in zona sicura. Per il resto si vedrà. Gli inglesi hanno una bella espressione a proposito: "kicking the ball in the long grass" calciare la palla nell'erba alta, fuori campo insomma, per rallentare il gioco e prendere tempo. Al discorso di Cameron d'altronde i mercati non hanno dato alcun peso dato che non c'è stata alcuna reazione. Il sismografo è rimasto piatto.

Il fatto è che la mossa del premier britannico rischia di ritorcersi contro l'ideatore. E strategicamente potrebbe non essere altrettanto brillante. Secondo alcuni Cameron avrebbe infatti aperto un vaso di pandora polarizzando l'attenzione sull'Europa che potrebbe diventare il tema ossessivo delle prossime elezioni. Il fatto che il referendum avverrebbe el 2017 crea incertezza negli investitori esteri che fino ad allora non sanno in che misura frutteranno e in che rapporto con la UE i soldi che investono in Gran Bretagna. E poi se la Gran Bretagna uscirà veramenre dalla UE si troverebbe a dover negoziare da zero almeno 120 trattati di associazione  per trarre gli stessi vantaggi di partecipazione al mercato unico come hanno fatto Svizzera e Norvegia. Senza peraltro trovarsi più nella stanza dei bottoni con gli altri grandi partner, dove vengono delineate le grandi strategie dell'Unione. Dovrebbero loro malgrado subire il corso degli eventi dettato dal grande vicino. Cameron, che inizierebbe a negoziare nel 2015, all'alba di un'ipotetica vittoria elettorale, ha fatto capire che l'obiettivo non è di uscire ma di ottenere un  status di associazione più agile con la Ue. Un obiettivo tutto da provare, dato che i partner europei hanno già fatto notare che c'è un limite all'Europa à la carte a cui mirano gli inglesi.  Infine, se il negoziato diventa complesso, sarà difficile presentare agli inglesi una scelta semplice al referendum. Se il nuovo assetto negoziato dai conservatori venisse peraltro respinto al referendum, il successore di Cameron dovrebbe trattare una sofferta uscita della Gran Bretagna dall'Unione. Il mondo del business è spaccato: con l'Europa si fa metà dell'interscambio commerciale britannico. I grandi gruppi sono in maggioranza contrari mentre le piccole medie aziende sono aperte al cambiamento. Gli stessi Stati Uniti hanno messo in chiaro di volere in futuro una Gran Bretagna ben salda entro la UE.

Cameron ha fatto insomma una scommessa che sta pagando a breve, sperando di gestirla anche a lungo termine. Colui che è pronto a rischiare un'uscita della Gran Bretagna dalla UE, in caso venisse respinta dagli elettori la sua proposta, potrebbe avere imboccato una china pericolosa con un finale che neanche la Thatcher avrebbe mai voluto. Nel suo famoso discorso di Bruges considerato come l'altolà  a qualsiasi progetto di ulteriore integrazione, la lady di Ferro metteva in chiaro che < La Gran Bretagna non sogna peraltro una quieta e isolata esistenza ai margini della Comunità europea. Il nostro destino è in Europa come parte integrante della Comunità >.