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Quegli inglesi grandi chef che fanno ombra agli italiani

Ormai noi italiani non abbiamo più pace. Credevamo almeno di mantenere il monopolio mondiale dei fornelli, o almeno il duopolio con i francesi, e ora ci accorgiamo sempre più che gli inglesi stanno guadagnando enormemente terreno. I motivi sono i soliti: capacità di promuovere mediaticamente con stampa e TV un nuovo trend (in questo caso la cucina) dando vita e pompando personaggi-chef dati virtualmente in pasto al grande pubblico. Ai media si affianca una potente industria editoriale che sforna a ripetizione libri di cucina. A cui va aggiunta la leggendaria capacità britannica di creare il migliore campo da gioco, attraendo grandi chef da tutto il mondo che hanno contribuito a fare di Londra uno dei primi distretti culinari globali. Sapete cucinare bene? Avete delle idee? Inutile stare a Milano o Roma dove, se tutto va bene, avreste un giro d'affari annuo di uno o due milioni di euro. Un ristorante di grido a Londra può fatturare anche 10 milioni e, se siete capaci di creare una catena, anche di alta classe, potrete triplicare o quadruplicare le vendite, dando vita a una media azienda.


 L'ultimo supplemento mensile sul cibo del Guardian (Food Monthly) fornisce alcune cifre che rendono atto della ripresa bruciante della cucina inglese solo negli ultimi dieci anni. Fino agli anni '80 i ristoranti inglesi di Londra in cui si mangiava bene si contavano sulle dita di una mano. I migliori erano stranieri: italiani, francesi e alcuni etnici cinesi o indiani, ma tutti a livello dilettantistico e ruspante come lo sono ancora oggi in Italia. Il boom culinario inglese è nato con scientificità sulle ali di una campagna di sensibilizzazione sulle pessime abitudini alimentari dei britannici ed è coinciso con il boom economico degli anni di Blair e l'arrivo di milioni di stranieri (un milione solo a Londra) molti dei quali super qualificati e con forti capitali a disposizione. Nel 2004, a riprova della nuova passione per il cibo, gli inglesi  hanno speso 86 miliardi di sterline (100 miliardi di euro),  in aumento del 53% rispetto al 1992. Nel campo dell'alimentazione biologica il boom ha sostenuto in pochissimi anni un aumento del mercato del 33% a 1,2 miliardi di sterline l'anno (1,5 miliardi di euro). Nel 2005 l'inglese Heston Blumenthal con il suo ristorante Fat Duck poco fuori Londra è votato il migliore chef del mondo a riprova del rinascimento culinario inglese. Gordon Ramsey è una celebrità televisiva e  molti altri chef come Marco Pierre White, Michel Roux, Gary Rhodes, sono riconosciuti dalla gente per la strada come i calciatori. Persone intelligenti e articolate come Nigella Lawson, figlia del cancelliere conservatore Nigel, ministro della Thatcher, ha un programma Tv di grande successo in cui, devo ammettere, sono senz'altro migliori le doti presentazionali di Nigella rispetto alle ricette a volte strampalate che propina. Il cibo insomma occupa ormai ossessivamente la psiche degli inglesi. E "30 Minutes Meals" il libro di cucina rapida del giovane- sbarazzino nonchè celeberrimo Jamie Oliver ha bruciato tutti i record di vendita libraria al di fuori del settore fiction. La stessa editoria culinaria, negli ultimi dieci anni, ha peraltro raddoppiato il fatturato da 50 a 100 milioni si sterline l'anno. Il Borough Market, il mercato alimentare a sud di London Bridge dove ho trascorso 16 anni della mia vita lavorativa, è passato a sua volta nello stesso periodo da 50mila a…4,5 milioni di visitatori l'anno, diventando un'attrazione superiore alla Tate Modern. Molti ristoratori professionisti italiani, coscienti del potenziale di mercato di Londra, sono emigrati nella capitale negli ultimi 20 anni. Alcuni, come Giorgio Locatelli, Carluccio e, recentemente, Francesco Mazzei, sono diventati delle star mediatiche. Altri, senza raggiungere vette estreme, hanno comunque dato vita a ristoranti di grande successo che rendono assai più di quelli italiani originali. A Londra ci sono tanti soldi e tanti ricconi in cerca di emozioni. Quella culinaria non deve mancare. A noi non resta che prendere atto di due cose: 1) Che in un settore ad altissimo potenziale come la cucina italiana, ci stiamo facendo bagnare il naso dagli inglesi non tanto in termini di qualità di prodotto ma di marketing 2) Che per nostra consolazione, almeno guardando a Londra, abbiamo fatto assai meglio dei francesi che, tranne rare eccezioni, hanno combattutto una goffa guerra di retroguardia che ha portato alla chiusura di molti ristoranti d'oltralpe. Spero ci serva da lezione.  

  • romak |

    “50mila a…4,5 milioni di visitatori l’anno” wow!
    E non è nemmeno aperto tutti i giorni della settimana…
    Articolo interessante come sempre 🙂

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