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L’Irlanda e i danni della concorrenza distruttiva

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Si può costruire fino a distruggere? Sembra un paradosso ma è quanto è accaduto in Irlanda dove il boom edilizio, alimentato dalla corsa a prestiti decerebrati da parte di due grandi istituzioni bancarie, ha messo il Paese in ginocchio. La bella Irlanda, la verde Irlanda, la Tigre celtica degli anni '90 inizio anni 2000, sta ora miagolando di dolore. La disoccupazione è in ascesa verticale e l'emigrazione, piaga del paese per generazioni, è tornata a fare tristemente capolino: si prevede che quest'anno 100mila persone, in massima parte giovani, lasceranno l'isola in cerca di fortuna diretti in Paesi come Usa, Australia o Canada, polmoni di sfogo abituali per gli anglosassoni che decidono di fare la valigia e lasciare la terra natia in cerca di fortuna. Triste storia, quella del crack irlandese. Un caso da ricordare, perchè creato da un eccesso di… concorrenza. Un eccesso che ha lasciato un conto salatissimo da pagare: 345mila nuove case appena costruite rimaste disabitate (tantissime, in un Paese che ha 4,5 milioni di abitanti) e un buco da 52 miliardi di euro da ripianare.


 I 52 miliardi sono quanto devono le banche irlandesi alla Banca Centrale Europea. Il conto da saldare costerà 29 miliardi di euro ai contribuenti irlandesi, portando il deficit statale all'astronomica proporzione del 32% rispetto al pil. Il mercato borsistico ha peraltro perso il 75% del proprio valore dall'inizio della crisi nel 2008 e il valore degli immobili commerciali è crollato del 65%. Fin qui i numeri. La morale da trarre è però una meditazione sui danni generati dalla folle caccia alla clientela tra Allied Irish Bank e Anglo Irish Bank tra il 2003 e il 2007 quando facevano a gara per erogare il maggiore numero di mutui immobiliari possibile. Tra il 2003 e il 2007 i crediti della Allied sono lievitati da 6,7 a 30 miliardi di euro, di cui 15 miliardi nel solo biennio 2005-2007, quello del massimo "gonfiore" della bolla. Oggi, dopo il tracollo, la banca è finita per il 90% in mano pubblica. E in mano pubblica, con quote variabili, sono finite altre tre istituzioni creditizie del Paese.  Questo è il danno che devono sostenere i contribuenti e l'intera economia di un Paese a causa di una concorrenza irresponsabile. Dopo 20 anni di elogi del libero mercato oggi qualche riflessione fa bene allo spirito. Non sempre la concorrenza è una buona cosa. E per questo è importante che chi vigila sulle regole del gioco lo faccia in modo attento e severo. Con un conto da saldare di 50 miliardi di euro a causa di una guerra bancaria rovinosa l'economia irlandese rischia di leccarsi le ferite per molti anni a venire.

  • marco niada |

    La situazione è molto seria. Ma non così grave da pensare che gli ultimi 20 anni di benessere economico fossero tutti un’illusione. Ci sarà una lunga quaresima ma non appena Usa e UK ripartiranno l’Irlanda seguirà a ruota. Sta infatti avendo il coraggio di tagliare i costi nolto più di Paesi in difficoltà come Portogallo e Grecia

  • vincenzo |

    io vivo in irlanda e confermo la crisi economica in cui viaggia questo paese.
    ma quali saranno le conseguenze?
    vincenzo

  • Daniele S. |

    Io proverei a spiegare i problemi dell’Irlanda con i mali di un pensiero accademico dominante che mira a considerare il debito pubblico come unico mostro da abbattere, trascurando dall’altro lato allegramente il debito privato (che pur sempre debito è). Cerco di spiegarmi meglio con un esempio : se un politico usa il debito pubblico per pagare auto blu e altre spese futili, in termini di contributo alla produttività del sistema non c’è alcuna differenza nel fatto che un giovane si indebiti per pagarsi una mercedes. L’unica differenza è che nel primo caso stiamo parlando di debito pubblico, nel secondo di debito privato. Ciò che andrebbe fatto è invece considerare il livello aggregato del debito, e soprattutto andrebbe monitorata il risbocco sulla produttività che tale indebitamento comporta. Lo stato ed un sistema finanziario efficiente dovrebbero fare in modo che il debito sia canalizzato verso un miglioramento del livello di produttività del sistema. Non è cosa facile. Il modello anglosassone ha sicuramente avuto il merito di creare sistemi di finanziamento come ad esempio il venture capital che hanno avuto il merito di finanziare investimenti rischiosi fortemente orientati alla ricerca e l’innovazione. L’europa e l’Italia soprattutto, non sono stati altrettanto capaci di creare tali infrastrutture. I pro del modello anglosassone si fermano qui, mi referisco allo snobbismo che la city di londra ha sempre mostrato verso il modello bancario tradizionale (modello di hausbank alla tedesca). Cerco di spiegarmi meglio : nel modello tedesco le banche sono strettamente locali, e molto meno propense alla concorrenza rispetto al modello inglese, questo però, associato con commistione tra banche e sistema imprenditoriale, ha portato il sistema finanziario tedesco ad avere un accesso molto più ampio e compatto delle informazioni relative al sistema imprenditoriale del paese. Le imprese tedesche hanno beneficiato molto di questo, le banche hanno premuto per far si che le imprese facessero gioco di squadra, specialmente nell’andare a conquistare mercati esteri. Il modello alla fine si è davvero dimostrato valido in questo senso. Io credo che il modello vincente sia una fusione tra quello anglosassone e quello tedesco, prendendo gli aspetti positivi di entrambe. Non è un’impresa semplice, sicuramente è la via maestra per uno sviluppo sano, equilibrato e libero dal debito improduttivo.

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