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Rimpicciolirsi per salvarsi dalla rovina

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Quelle che vedete accanto sono le rovine della cattedrale di Coventry, la città inglese rasa al suolo dal primo bombardamento a tappeto tedesco il 17 agosto 1941. L'immagine fa tristemente pensare allo stato dell'economia inglese oggi, tanto che The Economist di questa settimana le dedica una copertina simile, con un cumulo di macerie da cui emerge un braccio che sorregge una bandiera britannica ridotta a brandelli. Nel post precedente abbiamo parlato di un'economia senza idee per una politica senza idee in vista delle elezioni. Il budget di mercoledì presentato dal cancelliere Alastair Darling ha confermato la nostra triste sensazione. Al di là delle abili contorsioni di immagine per presentare una finanziaria neutra senza tagli e senza spese il giorno dell'annuncio, la triste realtà che è emersa già l'indomani da un'intevista del cancelliere Alastair Darling alla BBC è che se i laburisti verranno rieletti, con l'eccezione di Istruzione e Sanità, il nuovo Governo dovrà affondare implacabilmente la scure su tutti i dipartimenti pubblici, riducendo i salari reali, tagliando decine di migliaia di posti di lavoro e miniaturizzando i budget di settori comeTrasporti e Difesa, anche se Darling non ha voluto entrare nel merito dei tagli dei vari dipartimenti. Il think tank Ifs, che studia l'economia pubblica, ha quantificato la contrazione della spesa in un regresso reale dell'1,4% l'anno per cinque anni, oltre il triplo dei tagli di Margaret Thatcher a inizio anni '80 che si risolsero alla fine in un aumento reale annuo dello 0,4%. Davanti a un deficit pubblico pari al 12% del pil non c'era altra soluzione. Con buona pace della ginnastica lessicale. Dopo avere vissuto un decennio assai al di sopra dei propri mezzi, gli inglesi, al di là delle sfumature espresse enfaticamente dai vari partiti, si preparano a una terribile quaresima fatta di tasse elevate, crescita lenta e lo Stato in ritirata. Ognuno si dovrà arrangiare.


Dieci anni di economia drogata e pseudo liberista, a cui è seguito un anno di terapia socialista con la nazionalizzazione di 4 banche saranno ora seguiti dalla sconfessione di un altro vessillo sventolato dal premier Gordon Brown: quello di un onnipresente settore pubblico, che oggi dà lavoro a oltre 700mila persone. Un settore che, negli ultimi anni di Brown-cancelliere, in piena bolla finanziaria, ha vissuto a propria volta in una bolla statalista. Darling ha detto che il nuovo mantra sarà la riduzione della presenza dello Stato per ridare largo al settore privato. Insomma, se c'era ancora da discutere se era rimasta un poco di credibilità a Brown, ogni argomento è troncato. Questa esperienza laburista, nata all'insegna di una nuova era che nel gioco di prestigio del mago Blair doveva coniugare l'accumulazione con la redistribuzione, annullare la povertà infantile, abolire la disoccupazione, conciliare liberismo e socialdemocrazia, ha mostrato tutta la propria incoerenza con una gigantesca implosione. Gli inglesi stanno male, ma va detto che gli altri europei non stanno tanto meglio. Nella vita spesso è una questione di termini e gli inglesi paiono soffire di più perchè hanno descritto in modo più chiaro a trasparente le proprie svolte mentre altri Paesi sono stati più torbidi e hanno tirato avanti senza troppo spiegare quanto facevano. Tutti, in vari gradi, hanno vissuto in un batuffolo irreale che ha creato montagne di debiti in un Occidente in preda a un forte declino di produttività rispetto ai Paesi emergenti. Ora, per bilanciare i conti, la prima mossa da compiere è inevitabile: bisogna ritrovare un equilibrio, ma solo alla fine di un forte processo di ridimensionamento dello Stato. Poi c'è da augurarsi che, una volta messi i conti in ordine, si torni a crescere a un ritmo sufficiente da ridarci benessere. Una cosa è certa: scordiamoci quel piacevole senso di abbondanza  a cui ci aveva abituato lo scorso decennio. E' stata solo una grande illusione.

  • Romak X |

    Marco io ho la sensazione che la politica di trasparenza paghi, in generale, e che lì in UK la trasparenza ci sia, almeno più che in Italia (non che ci voglia molto…).
    Credo infatti tu abbia sintetizzato alla perfezione questo concetto con “Gli inglesi stanno male, ma va detto che gli altri europei non stanno tanto meglio. Nella vita spesso è una questione di termini e gli inglesi paiono soffire di più perchè hanno descritto in modo più chiaro a trasparente le proprie svolte mentre altri Paesi sono stati più torbidi e hanno tirato avanti senza troppo spiegare quanto facevano.” Mi viene però da chiederti: secondo te gli inglesi stanno PEGGIO (seppur di poco) di tedeschi, francesi e italiani? Secondo me no, anche tenendo conto del fatto che la crisi finanziaria ha colpito UK più degli altri. Io non credo stiano peggio (peggio di sè stessi qualche anno fa magari sì), perché basta farsi un giro a Londra per capire come la politica della verità e della reale liberalizzazione paghi (basta andare in un qualunque supermercato o acquistare qualunque cosa). Sarei curioso di avere il tuo parere sul tema. Inoltre, mi piacerebbe averlo anche su un’altra questione. Non ti pare che lo UK sia un paese molto reattivo (ad ogni livello) e che questo sia il suo punto di forza? Il tema è abbastanza complesso per essere discusso in un commento di un blog e non ho ancora letto il tuo libro, dove magari ne parli, ma ho la sensazione che la reattività che hanno, sia a livello politico (c’è crisi? abbassiamo l’IVA, magari è sbagliato, ma fanno qualcosa), sia a livello sociale (c’è crisi e sto cercando di vendere la casa? Do priorità al vendere in fretta e scendo di brutto, ma almeno vendo e mi metto al riparo dal tenermi sul groppone una casa) sia un gran punto di forza per il sistema paese (cosa che peraltro io invidio e non poco, per l’Italia…).
    Attendo fiducioso 🙂
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    Concordo. Il primo ingrediente necessario per migliorarsi o risolvere un problema è la conoscenza, il più possibile oggettiva, delle cause, anche se la verità può essere amara e brutale. In questo, gli anglosassoni, restano avanti agli altri Paesi. E’ già un buon punto di partenza.

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