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Alitalian obsession

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Ormai non conto più le volte che i colleghi inglesi mi hanno chiesto di spiegare loro la vicenda Alitalia. Da qualche mese però, da quando la situazione è peggiorata, nessuno mi chiede più nulla. La curiosità si è spenta. Da problema industriale a dramma aziendale a caso nazionale a patologia politico-sociale la vicenda si è talmente intrecciata con la vita del Paese che nessuno ha più voglia di capire. O meglio, anche gli inglesi hanno capito. Hanno capito che ci troviamo davanti a un grande Gioco dell’Oca senza approdo. Sono anni che la storia riempie le pagine dei giornali. E da mesi il racconto della vicenda ha subito un’accelerazione impressionante togliendo spazio ad altre notizie più degne della nostra curiosità. Assieme ad altri temi ossessivi della campagna elettorale che ricalcano irrisolti problemi politici come la mancanza di una decente legge elettorale la dieta della nostra mente è ridotta a un rancio.

Gli inglesi hanno avuto il loro momento di vergogna nazionale con il collasso del Terminal 5 di Heathrow, hub dedicato alla British Airways che è diventato argomento di sarcasmo. I media ne hanno parlato intensamente per 15 giorni, hanno fatto servizi che hanno cavato la pelle ai vertici della compagnia aerea britannica e a Baa, l’ente aeroportuale a cui Heathrow fa capo. Ma ora, lentamente, il problema, come deve essere naturale, si sta avviando a soluzione. Alitalia invece ha continuato per anni a perdere quota, oltre che 5 miliardi di euro tra il 1988 e il 2007, e ora è prossima allo schianto finale dopo anni di discussioni, cambiamenti ai vertici dell’azienda, sovvenzioni, piani governativi, ingerenze di ogni genere, dibattiti, scioperi e manifestazioni. Tutti ci hanno messo le mani e quando ci sono troppi cuochi in cucina, come dicono gli inglesi, è impossibile presentare un piatto appetibile. Da tanta agitazione non è uscito nulla. La compagnia è cerebralmente morta, in attesa di un salvataggio in extremis di Air France o di una cordata di imprenditori di cui è ancora da chiarire la logica industriale, Malpensa è stata degradata e ancora si continua a discutere tra veri e falsi ultimatum. E’ triste pensare che qualsiasi soluzione che si sarebbe potuta prendere con un po’ di coraggio negli anni passati avrebbe portato a un risultato migliore dell’agonia che abbiamo oggi sotto gli occhi. Alitalia incarna per gli stranieri la nostra inconcludenza, la rissosità, la fuga dalle responsabilità, la mancanza di visione a lungo termine e di cooperare nell’interesse comune. In soldoni, una vicenda che, per quanto triste, riguarda 20mila dipendenti e ha ossessionato per anni 57 milioni di italiani, in qualsiasi altro Paese avanzato sarebbe stata già risolta nell’interesse generale e, in ultima analisi, dello stesso personale. L’Italia invecchia, perde colpi, scivola nelle classifiche di competitività, è snobbata sempre più dagli stranieri sia come Paese in cui investire sia come luogo di vacanza. La globalizzazione ha aumentato enormemente le scelte e nessuno è più indispensabile. Una compagnia aerea tenuta in vita per anni per un’infinita serie di motivi tranne che per la sua unica ragion d’essere e cioé fare utili e portare con puntualità ed efficienza i passeggeri da una città all’altra oggi può solo sopravvivere adottando la logica aziendale di una compagnia aerea. A questa nessuno può più sottrarre Alitalia, che siano i francesi o la futuribile cordata di imprenditori-Samaritani. Ma sono pronto a sommettere che della vicenda sentiremo ancora ossessivamente discutere per altro tempo a venire…