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Banche italiane meglio delle banche americane?

Domanda: le banche Italiane sono sfuggite alla crisi dei subprime e agli scandali che hanno flagellato Usa, Gran Bretagna Germania e Francia perchè sono più brave? E’ stato frutto di un calcolo strategico chiaroveggente o piuttosto del caso? C’è da vantarsi o da incrociare le dita? O c’è da pensare che ci è andata bene solo perchè, come spesso è capitato, eravamo indietro di un giro sui concorrenti?

Alla domanda di una giornalista che gli ha chiesto perchè in Italia non ci sia stato uno scandalo bancario come Northern Rock in Gran Bretagna o Société Générale in Francia o Ikb in Germania e come mai le nostre banche abbiano meno sofferto dei concorrenti della crisi Usa dei subprime, il premier Romano Prodi, sotto gli occhi sorpresi di Gordon Brown, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, riuniti a Londra il 29 gennaio, ha detto serafico che < le nostre banche, da cinque anni e in particolare negli ultimi due, hanno attraversato un processo di consolidamento al di fuori d’interferenze politiche che le ha rafforzate, hanno una forte base di depositi, trattano pochi prodotti derivati e, specialmente, hanno pochi legami con le banche americane >.

E’ un fatto che la finanza americana sia deragliata in preda a un eccesso "creativo" che ha alimentato una bolla con la proliferazione di prodotti sempre più scadenti e complessi venduti e rivenduti in ogni angolo del mondo fino a perderne il controllo. E ciò mentre la capacità di ripagare i mutui da parte delle fasce più deboli della popolazione andava deteriorando a misura che i tassi d’interesse salivano, sull’onda del ritorno dell’inflazione. Il fatto è che non tutte le banche Usa hanno accusato il colpo allo stesso modo: Merrill Lynch ha fatto molto peggio di Lehman Brothers che ha contenuto fortemente le perdite. Inoltre, banche considerate prudenti come la svizzera Ubs si sono rivelate più spericolate delle cugine Usa. Alla consorella Credit Suisse è andata meglio. Northern Rock non ha avuto un problema di subprime ma di carenza di depositi a causa di un modello di business temerario e Société Générale si è trovata nel pantano per le operazioni disinvolte di un giovane trader che operava nell’azionario. Un incidente che poteva capitare in qualsiasi momento (come accadde all’inglese Barings nel 1995) e che è stato solo amplificato dalla volatilità dei mercati degli ultimi mesi. Come si può notare siamo di fronte a storie diverse. Ma la crisi di liquidità e il recente calo delle Borse hanno creato un effetto panico che spinge a fare di ogni erba un fascio. Inoltre le nostre banche, proprio perchè più forti e "moderne" da qualche anno, sono entrate nel "grande gioco" delle banche internazionali, come prova la imponente sede nella City di Unicredit che opera nell’investment banking e ha appoggiato operazioni ardite come l’acquisto di Boots da parte dell’imprenditore farmaceutico Stefano Pessina e del colosso Usa di private equity KKR. Un’operazione da 12 miliardi di sterline, la maggiore nel campo del private equity in Europa, effettuata, guarda caso, in cooperazione con gli americani.

A questo punto viene da pensare che ci abbia aiutato più lo stellone della buona sorte che una scelta calcolata. Anche se sarebbe ingeneroso sostenere che abbiamo avuto solo fortuna. I nostri banchieri sono più prudenti e meno aggressivi di quelli di Wall Street e della City e va reso atto al loro buon senso. E’ un fatto però che in un mondo sempre più globale e complesso, con la nascita di prodotti sempre più sofisticati chiamarsi fuori non è un opzione. La bravura sta nel trovare un giusto punto di equilibrio. Sta nel prendere rischi (inevitabili in un’economia di mercato) e specialmente nel saperli gestire. Un problema che era emerso ai tempi del crack della Barings era l’ignoranza dei vertici delle banche nei confronti dei nuovi prodotti derivati. Ora il problema si ripropone nei controlli delle attività dei trader o della confezione di prodotti noti solo a un pugno di iniziati. I vertici delle banche danno l’impressione di non riuscire a controllare ciò che fanno i loro dipendenti. Peggio: non hanno avuto interesse a controllare quando tutto sembrava andare bene. Salvo poi pagarne le spese quando è girato il vento. Forse si tratta, come spesso capita, di una semplice questione di esercizio del buon senso. La regola aurea resta una: non si opera in settori di cui si conosce poco o nulla né si prendono rischi che non si riescono a calcolare. La via d’uscita è accrescere le competenze e i controlli. Rifuggire il progresso non è una strategia. Si rischia soltanto di diventarne vittime in un altro modo.