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Quando le famigerate elites fanno le valigie da Londra

Quanto patirà Londra a causa della Brexit? Sembra un crudele scherzo del destino, ma la città più cosmopolita e internazionale del mondo, la metropoli che ha attratto tutte le maggiori eccellenze del pianeta in tutti i campi dell’attività umana, dalla scienza, all’arte, passando per la finanza, la moda, il design, l’architettura e, in una parola l’economia della conoscenza, rischia potenzialmente di subire danni devastanti da un evento politico che pare essere stato pensato apposta per demolire una storia di successo.

La capitale era infatti diventata una palestra per chiunque a livello globale volesse cimentarsi a innovare nei settori del futuro. Aveva attratto le migliori menti e le persone di maggiore talento d’Europa, causando peraltro il malumore di vari Governi europei che dalla capitale britannica si vedevano sottrarre risorse, proprio in virtù del principio della libera circolazione di cittadini UE. Ora a causa della Brexit, che vuole arginare gli arrivi dal Continente, chiari segnali di controesodo giungono dagli europei che stanno lasciando la capitale. Molti di questi sono i cosiddetti rappresentanti delle elites. Costoro assai difficilmente verranno sostituiti, a parità di funzioni, da cittadini di altri Paesi. I conservatori pro-Brexit, che temerariamente sperano di sostituire gli europei in eccesso con rappresentanti di altri Paesi, pensando, in un delirio di onnipotenza, che tutti i talenti del mondo siano in coda per stabilirsi a casa loro, stanno scavando la fossa alla megalopoli britannica.  Se è infatti vero che l’arrivo delle elites europee aveva gettato le basi per attrarre elites da altre parti del mondo, l’esodo degli europei non sta per nulla creando le condizioni per attrarre dei sostituti che riempiano il vuoto. Gli oligarchi russi o gli sceicchi arabi non sostituiranno i 3,5 milioni di professionisti europei che operano su tutta la scala sociale come architetti, medici, infermieri, finanzieri, ristoratori e accademici che costituiscono l’ossatura del Paese.

Con una omogeneità sociale che copre tutte le fasce di reddito e professioni, l’Europa ha infatti dato alla capitale (e al Paese in generale), in modo capillare e complementare alla popolazione locale, tutta quella forza lavoro che ha fatto di Londra negli ultimi 20 anni forse una delle maggiori storie di successo urbane della storia. Una nuova rinascita, che ha portato a un aumento della popolazione del 25% in 25 anni, oggi sul filo dei 9 milioni, dopo un declino delle stesse proporzioni tra il 1950 e il 1985 quando passò da 8 a 6,5 milioni.  E’ un boom che ha avuto un precedente altrettanto illustre tra il 1800 e il 1900, quando sulle ali della rivoluzione industriale la popolazione si è moltiplicata, passando da 1 a 7 milioni, facendo di Londra la città più grande del pianeta.

Londra rischia ora di sgonfiarsi come una gomma forata. Non sarà un processo rapido, data la grande inerzia della capitale. Inizialmente la perdita non sarà quantitativa ma qualitativa. In altre parole saranno i ricchi e i talentuosi a partire per primi, attratti da occasioni migliori. La caduta di reddito che la loro dipartita comporterà  farà il resto, innescando il declino. Il fenomeno è già in atto. I prezzi degli immobili del centro di Londra hanno perso tra il 20% e il 30% in valuta locale (da aggiungere un 10% di svalutazione della sterlina su dollaro ed euro). D’altronde, basta fare a spanne un paio di conti. Secondo l’agenzia di stampa Bloomberg, che sta monitorando e compilando una serie di annunci aziendali, le banche straniere e inglesi hanno già deciso e già stanno trasferendo oltre 5mila persone da Londra verso altre capitali europee come Parigi, Amsterdam, Francoforte e Dublino. Perfino Milano dovrebbe, da quanto mi risulta, beneficiare dall’arrivo di alcune centinaia di finanzieri, finora di stanza nella City. Pare poca cosa, considerando i 300mila operatori della City (gran parte dei quali ha però funzioni impiegatizie) ma se diamo come valore medio 500 mila sterline l’anno di reddito per banchiere, ecco che solo nella cuspide della finanza 2,5 miliardi di sterline di potere d’acquisto vengono sottratti all’economia della capitale, penalizzando gli immobili, il mercato dell’arte, la moda, l’accademia e il lusso in generale. Da notare che gli impiegati britannici dipendenti dai banchieri perderanno il lavoro in maggiore proporzione, poiché operano in aree a più basso valore aggiunto e non potranno seguire i banchieri di punta all’estero, dato che nuovi impiegati verranno assunti localmente nelle città europee in cui questi migreranno. Altri trasferimenti di personale e di impianti sono in atto nell’industria, che ha pronti piani di emergenza che potrebbero innescare un’accelerazione nel caso di una hard brexit. E’ un fenomeno piuttosto allarmante, perché queste decisioni ci mettono anni a essere invertite dato che sono investimenti in risorse umane che non possono essere modificati rapidamente. Quando una famiglia se ne va e mette le tende in un altro posto non si può chiederle di rifare il cammino inverso in tempi rapidi.

Quello che è peggio in tutta questa storia è che Londra è cresciuta in questi ultimi 30 anni a scapito delle campagne e delle città inglesi minori che peraltro vedono la capitale, non a torto, come una mostruosa anomalia. E non a caso sono state proprio le campagne e regioni povere del Nord a votare in massa per la Brexit. Il fatto è che la polarizzazione di Londra in un centro di eccellenza nazionale e internazionale a scapito di altre città minori, che ora non potranno colmare le perdite della capitale, non è altro che specchio della politica conservatrice di polarizzare la società e favorire le eccellenze a scapito di uno sviluppo più equilibrato e solidale come capita nel resto d’Europa. Un modello sostenuto negli anni del Blairismo e proseguito col ritorno dei Tory al governo e simile a quello USA, con la differenza che Oltreoceano l’economia americana è molto più equilibrata rispetto alla britannica, con maggiore componente industriale e agricola, oltre a una migliore equilibrio urbano regionale. Per ripetere le stesse proporzioni britanniche, New York, per essere come Londra (circa il 13% della popolazione UK), dovrebbe infatti avere 45 milioni di abitanti….

Quello che mi fa strabiliare è come i conservatori, dopo avere alimentato questa anomalia urbana che in molte aree ha desertificato il resto del Paese, abbiano ora deciso di staccarle la spina, rischiando di tirare il collo alla gallina dalle uova d’oro senza dare alimento ai tanti piccoli pulcini stenti che le stanno attorno. Un’operazione all’insegna della fuga dalla UE, con la ridicola scusa di “take back control”, ossia di riprendere il controllo della situazione….

  • Luciana Redi |

    Analisi perfetta. Noi che ivi abbiamo abitato X 40 anni e ne abbiamo visto la trsaformazione(in meglio ovviamente) non riusciamo a capire le decisioni suicide degli inglesi.

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