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I miracoli dell’austerità britannica

Mentre in Italia infuria la battaglia sulla finanziaria, con moniti severi da Bruxelles e dai fautori del rigore sui rischi fatali che si correrebbero con una contabilità disinvolta sul fronte del debito pubblico, il Regno Unito si trasforma in un mini Paese di Bengodi grazie a un  “miracolo” che mette fine a 10 anni di pesante austerità. Il venerabile OBR (Office for Budget Responsability), l’ente indipendente che veglia sui conti pubblici britannici, ha infatti reso noto che, grazie a più copiose e inattese entrate fiscali, il fabbisogno pubblico (il deficit da finanziare) nei prossimi 5 anni sarà inferiore di 68 miliardi di sterline (75 miliardi di euro) del previsto, permettendo dunque al Governo di andare in pareggio con i conti pubblici attorno al 2025. L’occasione è stata colta al volo dal Cancelliere dello scacchiere, Philip Hammond, per annunciare con toni solenni “la fine dell’austeritá” avviata nel 2010 dai conservatori per rientrare dal tracollo nei conti pubblici seguito allo scoppio della bolla finanziaria del 2008. Quell’anno terribile, il rapporto tra debito e pil di uno dei Paesi con i conti pubblici tra i più virtuosi d’Europa, passò in 12 mesi da poco meno del 40% al 90% a causa di un gigantesco trasferimento di debito dalla sfera privata a quella pubblica, a cui toccò il compito tra l’altro salvare due grandi banche (Loyds e RBS) dalla bancarotta.

Guarda caso, un’atmosfera più rilassata era nell’aria da un paio di mesi, da quando il Premier Theresa May aveva annunciato, lo scorso settembre alla Conferenza del partito conservatore, l’avvicinarsi della fine dell’austerità. Questa si è puntualmente avverata con l’annuncio del Cancelliere, pochi giorni fa, supportato dai calcoli del prestigioso OBR. Colto da generosità, Hammond ha deciso di trasformare i 68 miliardi piovuti dal cielo in elargizioni, piuttosto che accantonarli avidamente in cassa per ridurre i debiti. Così il responsabile delle finanze britanniche ha potuto annunciare l’erogazione di un fiume di danaro da 20 miliardi di sterline su 5 anni in direzione del sistema sanitario (NHS), qualche elargizione in più al settore della Difesa e dell’Educazione e una sensibile riduzione delle imposte alle classi medie, con l’aliquota massima del 40% che entrerà in azione il prossimo aprile dalle attuali  46.350 a 50mila sterline di reddito annuo e la minima aliquota esentasse che salirà da 11.850 a 12.500. Il salario minimo, a partire dalla stessa data, aumenterà del 5% da 7,83 a 8,21 sterline (9 euro) all’ora.

Nei tempi d’isteria della Brexit, in cui tutto è estremamente politicizzato, un budget del genere è tutt’altro che neutro e compassato. Hammond ha fatto chiaramente capire che le sue promesse e impegni valgono nella misura in cui passerà la Brexit soft approntata dal Governo May. In caso di un’uscita brusca dalla UE Hammond non fa nemmeno ipotesi ma si limita a dire di essere pronto a trasformare la spending review del prossimo marzo in un vero e proprio nuovo Budget correttivo che potrebbe diventare d’emergenza come capita allo scoppio di una guerra. Le elargizioni valgono solo alle condizioni che detta il governo. Nel clima teso che sta attraversando il Regno Unito, con il partito laburista di Jeremy Corbyn pronto a prendere il comando nel caso di una tracollo dei Tory, il Governo in carica ha capito che era divenuto impossibile chiedere ulteriori sacrifici agli inglesi, i cui redditi medi reali non hanno ancora raggiunto i livelli di pre-crisi del 2008. I continui tagli al settore pubblico avevano peraltro iniziato a mordere le carni della società, con grida di dolore crescenti provenienti dalla Sanità, Forze Armate, Polizia e il settore delle infrastrutture.

La svolta è dunque benvenuta, ma ci sono alcune cose da rilevare, che riflettono un cambiamento strutturale negativo nell’economia del Paese e a cui la Brexit, qualsiasi forma prenda, ha impresso un ulteriore andamento negativo, considerando che negli ultimi due anni il pil del Paese è cresciuto del 2% in meno di quanto sarebbe cresciuto in condizioni “normali” . Una contrazione dovuta essenzialmente alla paralisi degli investimenti causati dalla incertezza del futuro.  A guardare i conti di Hammond, infatti, ci si accorge di due elementi strutturali fondamentali. Uno è il rapporto debito-pil, che nel 2025 dovrebbe stabilizzarsi attorno al 75% con un fabbisogno annuo di 20 miliardi costanti futuri a partire da quella data rispetto ai 32 miliardi attuali. Nessun pareggio di bilancio in vista per almeno un decennio. Il che vuol dire che il virtuoso Governo britannico, che per quasi un ventennio ha vantato un bassissimo rapporto tra debito e pil, si è praticamente rassegnato a vivere con un debito doppio di quello pre-2008. Il secondo aspetto è la crescita del pil, che correva attorno al 2,5%  tra il 1993 e il 2008 e che dopo un 1,7% dell’anno in corso, dovrebbe stabilizzarsi attorno al 1,5% nei prossimi 5 anni. C’è proprio da augurarsi che la Brexit, come i suoi promotori sostengono, imprima il turbo all’economia inglese una volta che il Paese sarà completamente libero dai vincoli della UE. Perché, se ciò non fosse il caso, il Regno Unito avrebbe perso strutturalmente un punto di pil di crescita l’anno e si troverebbe irrimediabilmente più povero.