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Un futuro “olimpico” per la Brexit

C’è poco da dire: il trionfo britannico alle Olimpiadi di Rio è stato schiacciante. La Gran Bretagna, con 66 medaglie (67 previste alla fine dei Giochi) di cui ben 27 d’oro, ha dato prova di essere un Paese al testosterone, una nazione che, con “soli” 68 milioni di abitanti,  è riuscita a piazzarsi seconda, dietro soltanto agli Stati Uniti e davanti a colossi come Cina e Russia, seminando con una distanza siderale grandi rivali storici come Germania e Giappone.

Le Olimpiadi, per certi versi, sono il barometro della “potenza” di un Paese. Basti ricordare l’impegno che ci hanno messo tra le due guerre le dittature nazifasciste in Germania e Italia e URSS e Cina (per non dimenticare la competitivissima Germania Est)  durante gli anni settanta e ottanta. Qualcuno potrebbe obiettare che la Russia di oggi, con le file dei propri atleti decimate dagli scandali di doping, ha gareggiato in condizioni di inferiorità. Ma è altrettanto vero che sorgono dei dubbi sulla reale consistenza sportiva passata di un Paese che ha barato al gioco con una conclamata strategia di imbroglio benedetta dallo Stato.

Peraltro, la vittoria britannica è stata vista da vari osservatori come una strategia alla sovietica, non nel senso dei cattivi comportamenti, ma delle enormi risorse dispiegate con determinazione da una ventina d’anni a questa parte. I fautori della Brexit non hanno mancato di rilevare come il Regno Unito potrebbe prosperare allo stesso modo dei trionfi olimpici operando al di fuori dell’abbraccio asfissiante della UE. Lasciata libera di volare insomma, la Gran Bretagna di domani potrebbe fare miracoli economici e sociali allo stesso modo dei miracoli olimpici.

Il parallelo è stimolante ma, come tutti i temi di dibattito della Brexit, è distorto dal fattore tempo. In effetti i fautori dell’indipendenza britannica della UE evocano qualsiasi evento positivo accaduto dopo il referendum come se fosse risultato della nuova situazione venutasi a creare. La verità è che, al di là di alcuni indicatori economici legati alle aspettative della gente e dunque influenzati dall’esito referendum, la Gran Bretagna  che vediamo oggi è ancora quella che vive nel mondo pre-Brexit dato che la Brexit reale ha ancora da venire.

In ogni caso il successo di queste Olimpiadi, che ha eclissato le 47 medaglie vinte ai Giochi di Londra, deriva dalla strategia, avviata nel lontano 1996 dall’allora Premier John Major di investire massicciamente sullo sport. Quando Major aprì i rubinetti dei finanziamenti, il Paese, che si trascinava ai piani bassi del medagliere internazionale,  investiva poco più di 5 milioni all’anno. Oggi ne investe ben 450 milioni pari a 5 milioni per medaglia vinta…

A questo punto il ragionamento si inverte e la domanda che molti si pongono è la seguente: dopo la vera Brexit, che rischia di gettare il Paese in recessione, riuscirà il Governo britannico a garantire lo stesso flusso di investimenti allo sport? La questione non ha risposta, perché, per una volta i finanziamenti della UE non c’entrano per nulla. E in questo senso bisogna togliersi il cappello davanti alla strategia britannica e del Team GB che con le sole forze nazionali ha raggiunto risultati tanto entusiasmanti. Un’ispirazione certamente per la Gran Bretagna post-Brexit ma un parallelo impossibile da tirare per quanto riguarda il futuro generale del Paese che dipende da molti altri fattori. Una fatto è comprovato: gli investimenti ben fatti rendono sempre. Basta trovare i fondi e dirigerli nel modo giusto come i 300 milioni della Lotteria Nazionale britannica che garantiscono per oltre 2/3 la copertura finanziaria degli atleti britannici del futuro.

Non va infine dimenticato il fattore multietnico che ha giocato in favore della Gran Bretagna, dove l’immigrzione extraeuropea ha una tradizione consolidata da oltre mezzo secolo, con risultati più che soddisfacenti sul fronte dell’integrazione, come i giochi hanno dimostrato. Una ragione in più per i sostenitori della Brexit di volere “aprire” a tutto il resto del mondo e meno all’Europa: insomma una “dieta” più varia sul fronte della multietnicità non può fare che del bene allo sport. Ma anche qui, sul piano economico, sociale e culturale non si applicano le stesse leggi. Il successo dell’economia britannica deve infatti molto agli oltre 3 milioni di cugini europei che operano nella fascia alta dell’economia da un lato e nei lavori manuali sofisticati dall’altro e non trarrebbe mggiori vantaggi aprendo al resto del mondo da dove proviene una mano d’opera meno sofisticata. Per le gambe e i polmoni il ragionamento funziona ma per la mente ci vogliono anni di tirocinio e preparazione.