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La politica inglese al test dei Blues Brothers

Sono bastate poche settimane per infliggere un danno reputazionale ai politici britannici che non ha eguali nei tempi moderni. I vincitori del referendum del Brexit ricordano infatti il racconto dei Sette piccoli indiani, per cui alla fine non ne rimase nessuno. L’ultima candidata alla guida di Downing Street, Andrea Leadsom, appoggiata da Boris Johnson, ha deciso infatti di ritirarsi per lasciare aperta la strada della vittoria a Theresa May, ministro degli Interni sotto David Cameron e da anni donna forte del partito conservatore.

Se è vero che Theresa May è una donna politica stimata, con buone chances di succedere al posto di Cameron fino a un mese fa, nessuno, dalla vittoria del Brexit fino a una decina di giorni fa, l’avrebbe immaginata a capo di un governo post-Brexit.  Prima di tutto perché, pur tiepidamente, la May al Brexit si è opposta  durante tutta la campagna elettorale. In secondo luogo, perché nessuno avrebbe immaginato la micidiale falcidia che sarebbe avvenuta tra i politici di prima linea che il  referendum hanno vinto. Politici che si sono mostrati tanto abili in campagna elettorale quanto incapaci e dilettanti nel gestirne il risultato.

Cominciamo da Boris Johnson, che fino all’inizio della campagna elettorale aveva tenuto le carte coperte contro il petto, lasciando sperare Cameron di averlo come alleato. L’uscente sindaco di Londra si è dichiarato pro Brexit dopo lunghi giorni di silenzio, con un calcolo estremamente spregiudicato. Convertito alla causa del Leave, in tempo brevissimo si è gettato a capofitto in una campagna dai toni esagitati. Salvo poi farsi pugnalare alle spalle dal compagno di partito Michael Gove che, dopo il risultato vittorioso, invece di sostenerlo alla premiership come previsto, ha deciso di candidarsi di persona al suo posto. Con la crudele motivazione secondo cui, Johnson, in fondo, non sarebbe stato all’altezza della carica…

Re delle giravolte, Gove era peraltro uno dei più solidi sostenitori di Cameron, di cui è (ancora per poco) ministro della Giustizia. Salvo poi scaricare il suo mentore, per guidare dalla prima ora la campagna del Brexit fino alla rumorosa entrata in campo dell’ “amico- alleato” Johnson. L’accoltellamento ai danni di Johnson è stato però un atto considerato troppo vile anche dai politici più consumati e Gove non è riuscito a raccogliere i candidati necessari per la premiership.

Nigel Farage, anima ispiratrice e uomo forte del referendum, non avendo un seggio in Parlamento ed essendosi accorto che gli altri alleati deputati non gli avrebbero fatto posto in un nuovo Governo, ha deciso a propria volta con una mossa a sorpresa di ritirarsi giocando il ruolo di magnanime Cincinnato.  Uomo dai toni esagerati, e assai divisivo nel Paese, Farage si era già dimesso dalla guida dell’Ukip dopo avere avuto un magro risultato alle elezioni del 2015. Salvo poi tornare in pista autoreintegrandosi e, successivamente, ammantarsi del vessillo e del copyright di Mr Brexit. Oggi è alla seconda uscita di scena. Per quanto?

Andrea Leadsom, di tutti i leader la politica più inconsistente,  pareva essere rimasta  l’unica in grado di contrastare Theresa May. Vincitrice storica, con l’appoggio di pesi massimi come Johnson e Iain Duncan Smith, la Leadsom, che fino allo scorso anno sosteneva che il Brexit sarebbe stato una “catastrofe” per il Paese, pareva ben piazzata. Purtroppo, una puntuta campagna stampa le ha sgonfiato il curriculum che vantava una carriera di star della City, con enorme esperienza economica e finanziaria, rivelatosi invece da professionista di secondo piano. A cui si ė aggiunta la gaffe meschinissima  e fatale con cui si è detta migliore della May perché madre di famiglia mentre la rivale non ha avuto l’esperienza della maternità. E pensare che Johnson, in caso fosse diventato Premier, le aveva riservato il posto di Cancelliere, ossia di ministro del Tesoro. Una carica estremamente delicata in un momento di turbolenza economica fortissima a cui deve fare fronte il Paese.

Così va il mondo. Ora la Gran Bretagna post – Brexit avrà un Primo ministro che il Brexit non lo voleva ma che si è impegnata a onorarlo. Mentre i vincitori del referendum si sono trasformati in perdenti dopo avere recitato goffamente una tragicommedia.

Non è tutto. Fin qui i conservatori. Non dobbiamo dimenticare infatti i laburisti, anch’essi in profonda convulsione. Angela Eagle, vice del leader Jeremy Corby e ministro ombra laburista dell’Industria ha deciso infatti di lanciare il guanto di sfida al leader, ormai sconfessato da tre quarti del suo Governo ombra perche’ accusato di mancanza di leadership. Un’altra storia assurda. Corbyn infatti, invece di dimettersi come sarebbe avvenuto in tempi normali, ha deciso di rimanere al suo posto, per quanto inviso a gran parte dei colleghi. Egli vanta infatti di avere un forte appoggio della base, presso cui è popolare e ha chiesto una sfida in campo aperto con la conta dei voti,  che la coraggiosa Eagle ha  deciso di raccogliere.

Morale: mai come in questi tempi ci si trova di fronte a una rottura fra personaggi demagogici e popolari ma incapaci di trasformare un messaggio vincente in un programma politico sostenibile. Di colpo una classe politica che pareva essere una delle miglori d’Europa ha mostrato un lato profondamente dilettantesco. La May pare incarnare un ritorno alla politica seria, ma è un fatto che parte con un mandato popolare a metà. Corbyn, che ha avuto un plebiscito alla leadership del Labour, a sua volta si è mostrato incapace al punto da trovarsi di fronte a una rivolta dei suoi colleghi in Parlamento che chiedono leadership.  Chi era rappresentativo dei sentimenti della gente si ė mostrato al dunque incapace di realizzarli. Forse anche perché a parlare alla pancia degli elettori si finisce per fantasticare troppo e quando arriva la resa dei conti il bluff non tiene. Viene in mente una battuta del film The Blues Brothers : “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare”. Dopo il Brexit il gioco si è fatto durissimo. Ma di duri, in giro, non se ne sono visti proprio. Che la May si trovi suo malgrado a interpretare la donna del destino?