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Cinque miti britannici sfatati

Tempi cupi per gli anglofili, quelli che, accecati dalla passione per le qualità degli inglesi, sono sempre pronti a giustificarne i difetti. E’ una categoria a cui ho appartenuto prima in modo entusiasta e poi più tiepidamente, dato che il  passare degli anni e l’esperienza ha stemperato le passioni, come nei matrimoni in cui si spengono gli ardori iniziali. Il referendum sul Brexit è stato però una vera doccia gelata che ha stupito perfino gli inglesi di se stessi, fino a dividere rancorosamente le famiglie, in particolare tra vecchie e nuove generazioni , con scene fortemente passionali.

Il Brexit ha infatti sfatato brutalmente 5 miti.

Il primo è il pragmatismo e degli inglesi. Un positivo pregiudizio, in cui molti credevano fermamente prima del voto, salvo rimanere stupiti dal risultato. Per primi gli inglesi stessi, molti dei quali, intervistati dopo l’esito finale, hanno ammesso di avere votato contro la UE per protesta, nella convinzione che il Brexit non sarebbe mai passato. C’è chi addirittura maliziosamente insinua che lo stesso Boris Johnson, che ha guidato la campagna del Brexit, avesse in tasca il discorso di resa, felice di perdere con una forte minoranza che avrebbe poi fatto pesare nella formazione del nuovo Governo. Ciò spiegherebbe il lungo silenzio imbarazzato dei vincitori, sorpresi e disorientati da tanto successo. Chi ha votato, peraltro, lo ha fatto con la pancia perché, contrariamente agli eurofili, che temevano che il Brexit avrebbe avuto un forte impatto negativo sull’economia, ha comprato a occhi chiusi la promessa che, libera dalla UE, l’economia britannica sarebbe rifiorita, gli immigrati sarebbero evaporati e il Governo avrebbe ripreso il pieno controllo dei destini del Paese. Una promessa tanto più difficile da avverarsi dato che gli stessi promotori hanno detto che bisognerà stare peggio per alcuni anni prima di stare meglio. Una specie di Purgatorio Brexit in vista del Paradiso. Le convulsioni tra conservatori al Governo e laburisti all’opposizione danno l’impressione che a perdere il controllo della situazione sia l’intera classe dirigente del Paese. Inoltre, tra gli elettori, i vecchi, che avrebbero dovuto dare segno di maggiore equilibrio dall’alto della loro esperienza, hanno preferito in grande maggioranza votare contro, a costo di farsi duramente criticare dai giovani, che si sentono ora condannati al declino economico per il resto della vita.

Il secondo mito è quello della razionalità, fortemente collegato al precedente. Il Paese dell’illuminismo, dell’empirismo, dell’analisi fattuale, delle grandi scuole di economia, il centro mondiale della finanza e delle statistiche fino alla nausea, ha gettato tutto alle ortiche e seguito l’impulso del cuore, spiccando un volo pindarico che si è tradotto in un salto nel buio dell’ignoto. Durante tutta la campagna, il fronte del Brexit ha ridicolizzato i cosiddetti “esperti” compreso il Tesoro, la Banca d’Inghilterra, il FMI, la Banca Mondiale, il presidente Obama, centinaia di economisti, di cui 10 premi Nobel, accademici di ogni genere, tra cui numerosi premi Nobel che mettevano in guardia dal Brexit. Oggi, i vincitori candidamente confessano di non avere un piano, di non conoscere bene le regole di uscita dalla UE e tutte le loro implicazioni. Un fatto curioso da segnalare è peraltro come subito dopo l’esito del Brexit, Google sia stato mandato in tilt dalle ricerche online di coloro che volevano capire cosa fosse veramente la UE. Segno che tantissimi non sapevano in realtà bene contro o per cosa votavano.

Il terzo è quello della sovranità del Parlamento britannico, di cui gli inglesi sono tanto gelosi, che è stato scavalcato dalla decisione pilatesca di Cameron di porre direttamente la questione al popolo, che si è trovato a decidere su una materia estremamente complessa, tanto da non poter essere dipanata neppure dai maggiori esperti. La nostra Costituzione, che vieta i referendum sui trattati internazionali, è molto saggia su questo punto. La flessibilità delle leggi inglesi e la mancanza di una Costituzione scritta, che spesso aiuta a semplificare la vita questa volta non ha portato fortuna. Il risultato è che le divisioni trasversali tra pro e contro all’interno dei partiti e i comportamenti dei politici durante la campagna hanno creato oggi contrasti difficili da sanare e messo il Parlamento in gravi difficoltà per riportare ordine e disciplina politica.

Il quarto è la moderazione leggendaria degli inglesi che, tranne una parentesi con Oswald Mosley negli anni ’30, sono sempre stati impermeabili all’estremismo e al razzismo, proprio perché portatori di un razionalismo empirico che ha fatto da potente vaccino alle teste calde dalle idee strampalate. L’assassinio della deputata laburista Jo Cox, i recenti graffiti di insulti al centro polacco di Hammersmith, a Londra, oltre a numerosi incidenti che hanno coinvolto di recente gli europei dell’Est stanno creando forti preoccupazioni. La rabbia contro una comunità decorosa, lavoratrice e civile come quella polacca, molto simile per cultura a quella britannica, rea soltanto di rubare ipotetici posti di lavoro sta creando un clima fortemente tossico.

Infine, il mito della stabilità nazionale. La minaccia crescente della Scozia di contemplare la secessione dopo 310 anni di unione con l’Inghilterra, il rischio che l’Irlanda del Nord la segua per non perdere tutti i vantaggi economici del crescente legame con la Repubblica irlandese stanno diventando realtà molto probabili. Mettendo allo scoperto la fragilità di un Paese che sembrava tenuto assieme con un forte mastice al punto da guidare negli ultimi due secoli uno dei più grandi imperi del pianeta. Tanto fragile che, a dispetto dei pessimisti che prevedono la possibile disintegrazione dell’Unione Europea, c’è la forte possibilità che andare a pezzi prima sia proprio quel Regno Unito che dalla UE è voluto uscire per salvaguardare la propria identità.

C’è infine una qualità o un difetto, a seconda dei punti di vista, che a mio avviso non è sfatato e resta intatto: gli inglesi (e non gli scozzesi, gli irlandesi o i gallesi) si confermano degli scommettitori, come ha provato Cameron con la mossa referendaria, dopo essersi giocato due anni prima ai dadi allo stesso modo l’unità con la Scozia, Boris Johnson, con un’entrata in scena fragorosa che ha alterato tutti gli equilibri o l’ascesa di Nigel Farage (ex broker di materie prime, mestiere fondato sulle scommesse), uomo nuovo della politica inglese. Fino al sorprendente risultato referendario, che forse è una delle più grandi scommesse che un popolo, volente o nolente, cosciente o incosciente, abbia potuto fare su se stesso…

 

  • Maurizia |

    Aggiungo che gli inglesi hanni unapproccio “molto domestico ” non si pongono o non sono minimamente riflessivi di fronte all evoluzione dei sistemi del resto del mondo. Vivono nelle loro convinzioni senza nessun interesse a misurarsi ad autonalizzare le loro debolezze . Hanno perso la produttività la creatività. Questa arroganza ” cialtrona” li porterà ad essere acquisiti da Indiani cinesi e vivranno al servizio delle loro colonie

  • Alessandro |

    Aggiungo un settimo mito da sfatare: il senso del dovere. Di fronte al possibile disastro, i politici inglesi stanno dando prova di un livello di cialtroneria da far invidia alla Prima Repubblica in Italia…

  • Gisnpieto |

    Molto centrato. Aggiungerei un sesto mito che quello della prospettiva di credibilità e sostenibilità : 30 anni fa il paese era sulla soglia del fallimento , poi ci fu la Tacher ed il petrolio. Per tanto tempo la Gran Bretagna ha goduto dei benefici immensi di un rating AAA tripla , che oggi ha perso e non so quanto ci metterà a recuperare .

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