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L’immigrazione UE mette il turbo all’economia britannica

L’immigrazione europea fa bene all’economia britannica. Non solo non ha portato via posti di lavoro agli inglesi e non ha drenato risorse alla previdenza britannica, ma ha dato un contributo all’erario, ha procurato una mano d’opera istruita e sofisticata che ha permesso uno sviluppo in settori avanzati della sfera economica che hanno sostenuto la crescita, specialmente nella capitale, dove la maggior parte degli europei risiede. Conclusione: più che gli inglesi, che lamentano un eccesso di immigrati UE, dovrebbero essere gli altri Paesi UE a lamentarsi, dato che da almeno un quinquennio stanno perdendo a colpi di decine di migliaia di persone le migliori forze professionali nazionali a profitto del Regno Unito che da essi trae vantaggio.

I recentissimi dati provenienti dal Migration Observatory dell’Università di Oxford sono illuminanti. Negli ultimi dieci anni si è verificato un vero e proprio esodo di europei verso la Gran Bretagna. La popolazione dei cittadini UE è infatti raddoppiata a oltre 3 milioni di abitanti su un totale di 8milioni di immigrati. Negli ultimi 4 anni l’esodo ha peraltro subito un’accelerazione netta, con un aumento del 50%, da 2,6 a 3,3 milioni di emigrati. Il fatto più impressionante però è che dei 700mila nuovi venuti, oltre 550mila, pari all’80%, è giunto da soli 6 Paesi: Polonia (203mila), Romania (136mila), Spagna (74mila), Italia (50mila), Ungheria (46mila) e Portogallo (44mila). Motivo dell’emigrazione massiccia: le migliori condizioni di lavoro offerte nel Regno Unito e le scarse prospettive di lavoro qualificato in casa.

Il mercato del lavoro britannico da quando David Cameron è diventato Premier nel maggio del 2010 è fortemente cresciuto in valore assoluto, creando quasi due milioni di posti. Se è vero che in questi ultimi 6 anni 850mila cittadini UE hanno trovato lavoro nel Regno Unito, provocando malumori tra coloro che li accusano di portare via lavoro agli inglesi, un altro milione di posti è andato ai britannici. Gli europei, peraltro, non arrivano con l’obiettivo di vivere alle spalle dell’assistenza sociale britannica, come molti detrattori vogliono fare credere, ma semplicemente per trovare un lavoro che non hanno in casa propria. Tra il 2012 e il 2014 secondo lo studio, mentre in UK sono stati creati 1 milione di posti in Italia ne sono andati perduti 475mila, in Spagna 375mila e in Portogallo 68mila.

Per quanto riguarda l’accusa di parassitismo sociale da parte degli europei continentali che giungerebbero sull’isola per vivere alle spalle della previdenza britannica, profittando della sua generosità, nulla è più lontano dalla realtà. Secondo un recente studio del University College gli europei sono stati contribuenti netti in media per 2 miliardi di euro annui alle casse dello Scacchiere, dando molto più di quanto hanno ricevuto. Sono in gran parte single o coppie senza figli, per cui non pesano sulla previdenza in termini di sussidi, anche se ottengono lievemente più crediti d’imposta sui redditi da lavoro. Infine, se è vero che le paghe sono relativamente migliori nel Regno Unito e in particolare con l’aumento recente del salario minimo da 7,20 sterline l’ora per gli over 25, secondo lo studio non si tratta di un elemento determinante di attrazione in UK, anche perché molti datori di lavoro non lo applicano, puntando sul fatto che il rischio di essere pescati dagli ispettori del lavoro è estremamente basso.

Gli europei sono peraltro più “impiegabili” degli inglesi, dato che dei cittadini UE giunti dal 2004 a oggi ben il 90% degli uomini e il 75% delle donne hanno trovato lavoro rispetto al 78% e al 70% rispettivamente del tasso di occupazione generale del Paese. Peraltro, all’interno dei cittadini europei ci sono differenze interessanti: oltre il 60% di quelli che provengono dall’Europa occidentale e meridionale sono laureati, confermando la teoria del brain drain da questi Paesi, mentre è laureato solo il 25% di coloro che provengono dall’Europa dell’Est. Il che conferma l’impressione di un mercato del lavoro presidiato dagli Europei dell’Est per impieghi manuali (il famoso muratore polacco)  rispetto a quelli occidentali che si inseriscono in settori più ad alto valore aggiunto.

Infine, gli Europei, che pesano per circa 1/3 dell’immigrazione totale in UK (un altro terzo proviene dal Commonwealth e un altro dal resto del mondo), oltre a contribuire alle casse del Tesoro britannico, sono i più integrati nel tessuto sociale britannico, non solo culturalmente, ma specie nel caso dei giovani, in posti di lavoro like for like con gli inglesi. Nel caso di un Brexit e dell’equiparazione dei cittadini UE con tutti gli altri immigrati, con leggi restrittive alla libera circolazione come capita oggi con gli extraeuropei, diventerebbe assai difficile dipanare la matassa, tirando righe tra lavoratori assai omogenei tra loro, a causa della forte integrazione degli europei in UK, col rischio di creare situazioni dannose, prima di tutto per il mercato del lavoro britannico.

 

 

  • Alessandro |

    Vedremo come andrà il referendum, ma a me sembra che si stia creando un divario sempre più grosso, sociale economico e culturale, tra Londra e il resto dell’Inghilterra. Le polemiche sull’immigrazione UE sono solo un riflesso di questa dicotomia. Cosa succederà se gli interessi della capitale finiranno per essere in contrasto con quelli della periferia?

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