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Un biondo fatale sulla via del Brexit

Come è potuto saltare in mente a Boris Johnson, sindaco della cosmopolita Londra, di gettare il proprio peso a favore della campagna per l’uscita della Gran Bretagna dalla UE? Che ragioni profonde può avere avuto il biondo più famoso del Regno Unito per voltare le spalle agli oltre 2 milioni di europei che vivono, lavorano, investono e consumano più di ogni altra comunità straniera nella capitale, aprendo la pericolosa strada a un rapporto con i cugini europei distante quanto quello con i cittadini  cileni o nigeriani? Come ha potuto pensare di sfidare il consenso della City, che è in gran parte a favore della permanenza nella UE e che ieri ha risposto con un calo di quasi il 2% della sterlina su gran parte delle altre valute? Il mondo del business non ama per nulla l’incertezza e, dato che è convinzione comune che l’appoggio di Boris all’uscita dalla UE abbia assottigliato assai il vantaggio del fronte anti-Brexit, ci troviamo ora di fronte a mesi di insicurezze e interrogativi. Come ha potuto non pensare a tutto ciò?

Ci sono due tipi di spiegazioni, che hanno preso forma nelle 24 ore successive all’annuncio della sua decisione. Una si basa sul fatto che Johnson resta un conservatore di destra che non ha potuto resistere al richiamo della foresta delle sue radici euroscettiche. L’altra spiegazione è che abbia fatto uno dei calcoli più cinici che abbia mai fatto un politico britannico da almeno un decennio. Nel primo caso,  davanti a un accordo di rinegoziazione tra il premier Cameron e la UE giudicato troppo all’acqua di rose, Johnson avrebbe deciso di reagire di principio, per difendere l’interesse nazionale. Per quanto figlio di un ex-parlamentare europeo ed ex alto burocrate della Commissione UE, Stanley Johnson, per quanto nelle sue vene scorra sangue turco e tedesco e per quanto la moglie Marina sia mezza indiana, il cosmopolita Johnson (che ha abitato anni a Bruxelles col padre) avrebbe dunque deciso di avvolgersi nella bandiera della Union Jack e affiancarsi ad irriducibili quali Nigel Farage e altri conservatori doc difensori della English way of life contro il dilagare dello strapotere UE. Per un ex giornalista come Johnson, resosi celebre per anni per aver preso in giro il fortino europeo nelle sue corrispondenze e analisi, era insomma difficile dare prova di debolezza. Davanti alla recente polarizzazione all’interno del partito, la tentazione di radicalizzarsi e affiancarsi agli eurofobi sarebbe divenuta irresistibile.

Questa teoria ha alcune incrinature. Come mai, dato che Johnson sapeva che Cameron non avrebbe potuto spuntare più di tanto da Bruxelles, egli ha lasciato giornali e politici nel limbo a tirare indovinare per oltre un mese su quello che avrebbe deciso? Il fronte del no, conservatori compresi, è infatti costituito da gente di principio, che vuole lasciare l’Europa perché satura di un rapporto con la UE, considerato ormai fondamentalmente insanabile. Johnson ora si trova a guidare un gruppo di persone che pensa che un rapporto con la UE sia comunque sbagliato. Per questo è molto ambiguo il fatto che egli abbia lasciato intendere in queste ore che, dopo un primo referendum in favore all’uscita si potrebbe rinegoziare profondamente i rapporti con la UE per poi sottoporre un altro referendum di riammissione con termini migliori. La boutade ha infatti incontrato subito gli strali di un Cameron sarcastico (dato che si è sentito tradito dal vecchio amico ed ex compagno di scuola e Università): il premier, ormai aperto rivale, ha infatti detto che non si è mai visto gente divorziare per poi tentare di rinegoziare il matrimonio su basi migliori..

Ciò ci porta all’ipotesi del calcolo cinico. Secondo i disincantati, infatti, Johnson avrebbe fatto il conto che, entrando in campo a favore del Brexit, si sarebbe trovato in una posizione ideale. Se il Brexit perdesse, egli potrebbe sempre rivendicare di avere guidato un fronte con un 40/45% di consensi per poter poi negoziare la propria posizione nel partito da una situazione di forza, considerando che almeno metà dei tory è a favore di un’uscita. Se il Brexit invece passasse, Johnson avrebbe il premio migliore, il posto di Primo Ministro, con Cameron costretto alle dimissioni. E gli oltre due milioni di europei di Londra che si sentono traditi? Nessun problema, dato che non possono votare e che comunque Boris a maggio lascerà la carica di sindaco alla scadenza del secondo mandato e che il tema non lo riguarda più. Insomma, un cinismo estremo.

Conoscendo Jonson da tanti anni, credo che se è vero che un poco di cinismo è sicuramente entrato in linea di conto, egli si è trovato vittima del proprio antieuropeismo conclamato e non ha resistito alla tentazione di lanciarsi a testa bassa a guidare il fronte del Brexit. La vanità di avere un grande posto sotto i riflettori e il desiderio di gettarsi nella mischia sono stati troppo forti. La politica è calcolo ma anche passione e irrazionalità. Finora le scommesse politiche gli sono andate bene. Non sono convinto che questa volta la sfida gli riuscirà. E francamente mi spiace che, proprio chi sa più di ogni altro quanto Londra abbia beneficiato dalla UE negli ultimi 20 anni, abbia deciso di dare un forte colpo di piccone al progetto europeo, mettendosi dalla parte degli irriducibili in un momento così difficile per la coesione della UE.