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Crescon gli occupati ma son peggio pagati

Due fatti sono innegabili in Gran Bretagna: la crescita dell’occupazione e il deterioramento dei salari. La conferma è giunta pochi giorni fa dai dati relativi al trimestre terminato a maggio, da cui risulta che la disoccupazione è scesa dal 6,6% al 6,5%  con un calo di 121mila senza lavoro, giunti a quota 2,12 milioni. Un ottimo risultato rispetto al picco negativo di 2,7 milioni di fine 2011. Il dato è confortato specularmente dalla crescita degli occupati, che ormai hanno raggiunto il 73,1% della forza lavoro, che è una media tra il 78% della popolazione attiva maschile e il 68% di quella femminile.  David Cameron può insomma cantare vittoria. Come rilevava il Financial Times, è indubbio che le politiche di occupazione messe in atto dai conservatori negli anni ’80 e da allora modificate solo minimamente nell’era del New Labour hanno funzionato e funzionano e hanno permesso ai britannici di superare questa terribile recessione in condizioni assai migliori dei cugini del Sud Europa. Non solo: come rilevava il quotidiano economico britannico, la ripresa ha anche permesso di comprimere il divario occupazionale tra Nord e Sud del Paese. Questo si è ridotto fortemente da un tasso del 15% nel 2000 al 9% dei giorni nostri.

Tutte le cose hanno però un prezzo e, come si diceva, il rovescio della medaglia è che, in questi anni di crisi, i salari sono andati erodendosi. I sindacati non hanno mancato di sottolineare che i posti creati sono a bassa remunerazione, bassa produttività e, spesso, a orario ridotto. Frances O’Grady, segretario generale del TUC, il sindacato nazionale, ha detto che il rischio è “che le prospettive di benessere di lungo termine vengano seriamente diminuite”. Insomma, a prima vista, la flessibilità del mercato del lavoro ha permesso un riaggiustamento, con una ripresa occupazionale, ma il prezzo da pagare sono lavori più scadenti e precari di prima. Il che però è sempre meglio che in Sud Europa, dove i posti di lavoro ancora non sono stati creati. Il tasso medio di crescita dei salari complessivi nel periodo è stato infatti dello 0,3% annuo, il più basso dal 2009, quando la crisi economica era in fase acuta. Al netto dei bonus, la crescita delle remunerazioni rispetto allo stesso periodo del 2013 è stata dello 0,7%, la più bassa dal 2001. Con un’inflazione annua del 1,9% in giugno l’erosione del potere d’acquisto appare evidente.

Se dai salari vengono soddisfazioni amare, quello che emerge è la reazione “creativa” della gente, che si mette sempre più in proprio, alimentando la legione delle partite Iva. Costoro hanno, secondo i dati dell’ ONS, l’Ufficio nazionale di statistica, raggiunto quota 4,5 milioni, con un aumento di 404mila soltanto negli ultimi 12 mesi, toccando complessivamente il picco più elevato dal 1992, anno in cui si sono iniziate a registrare queste statistiche. Lo spirito di sopravvivenza obbliga a fare di necessità virtù.