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Il successo di Londra (e l’insuccesso del Paese) è il nuovo male inglese?

Crisi..quale crisi? Londra, città-mondo, pare continuare a sfidare la gravità. Tra il 2007 e il 2012, gli anni della crisi nera dell'Occidente, l'economia della capitale britannica è cresciuta, secondo l'ONS, l'Ufficio nazionale di Statistica, del 15,4%. Facendo due conti, il ritmo di crescita è stato di quasi il 3% l'anno. Una cadenza rapida, probabilmente aumentata nel 2013, quando l'intero Paese ha dato segnali di ripresa. Il dato si confronta con la crescita altrettanto lusinghiera del Sud Est del Paese, che è progredito dell'11,4% nello stesso periodo, mentre il resto della Gran Bretagna ha segnato il passo, se non ha addirittura ristagnato: la Scozia ha fatto il 6,6%, il Galles il 6,2% (poco più dell'1% annuo), Humberside e Yorkshire il 2,6% (0,4%) mentre il Nord Irlanda ha segnato una recessione dell'1%. In media il Regno Unito ha fatto l'8,5%, pari al 1,4% annuo, un dato che, escludendo l'economia della capitale e del Sud Est, che contano per un terzo della poplazione del Paese, si traduce in una crescita di poco superiore allo 0,5%. Tradotto in valore aggiunto pro capita, quello di Londra e' oggi del 175% rispetto alla media del Paese e al  109% del Sud Est, mentre all'estremo opposto, con il 72% sta il Galles. Tradotto in output per abitante e in valori assoluti, a Londra  esso e' stato di 127mila sterline l'anno rispetto alle misere 10.300 sterline di Anglesey nel Galles del Nord. Un ultimo dato per supportare la forza dell'Economia di Londra e del Sud Est viene dalla creazione di nuova occupazione. La regione ha contribuito a metà del totale di 378mila nuovi posti creati nel 2013 in tutto il Paese.

Londra è insomma come un reattore nucelare che continua a girare tirando il resto del Paese. La forza della capitale sta, alla faccia di tutti i segnali di allarme che vengono lanciati quotidianamente contro gli immigrati, nella crescita della popolazione. La città ha aumentato la popolazione di quasi un milione (circa +10%) negli ultimi dieci anni. E la crescita della mano d'opera ha portato a una forte (più che proporzionale) crescita del benessere, come le cifre dell'output per capita dimostrano. Come tutti sanno, la forza di Londra è nei servizi finanziari e l'indotto che questi creano, ma ciò non basta più a spiegarne il successo dopo la crisi del 2008 quando la popolazione attiva della City si è contratta da 330mila a 240mila persone. E allora? Allora possiamo spiegare il successo con il fatto che Londra è la città del mondo che accoglie il massimo numero di persone altamente qualificate nei lavori più di punta, che siano i media digitali, l'accademia, i servizi legali, l'architettura, il design, il software, la musica, video, mercato dell'arte e new media. Il successo si traduce con la crescita continua dei prezzi delle case, che in centro hanno raggiunto valori stratosferici. L'offerta non riesce a stare dietro alla domanda di vani e si calcola che ogni anno per tenere il passo dovrebbero essere costruiti 50mila nuovi vani. In mancanza, i prezzi salgono.   

Il motivo del crescente boom di Londra sta però anche nel continuo arrivo di manodopera di fascia bassa che proviene da tutto il mondo e che, competendo per meno posti di lavoro, comprime i salari aumentando la produttività. Se in cima alla piramide dantesca abbiamo banchieri oligarchi e stranieri ultraricchi (gli stranieri non residenti proprietari di immobili in Gran Bretagna, secondo uno studio di UHY Hacker Young riportato dal FT, avrebbero passato la marca  dei 2 milioni, di cui una gran parte nella capitale) in basso abbiamo un girone di disperati pronti a tutto che accetta lavori scarsamente retribuiti da chi aggira o "interpreta" il salario minimo garantito giocando tra le pieghe (sopra i 21 anni 6 sterline l'ora, 5 sterline tra 18 e 20 anni, 3,70 tra 16 e 18 anni e 2,78 sterline per gli "apprendisti"). L'assalto a Londra sta rendendo la vita dura a chi, come gli Italiani, fino a un paio di anni fa venivano e trovavano lavoro giocando sui vantaggi della nostra formazione rispetto ad altri paesi in via di sviluppo. Oggi questa è sempre più messa alla prova da altri europei in cerca di lavoro (Est Europa in particolare) e di alcuni paesi in via di sviluppo (India, Filippine, Sud Est Asia, Ukraina) assai agguerriti. Conclusione: Londra crea due forti e nette bipolarità: una al sua interno, fatta di eccellenze ma anche di miserie (alcuni quartieri della capitale sono le regioni più povere del Paese) e un'altra rispetto al resto del Paese, che ristagna senza grandi chance di decollare, dato che gli mancano tutte le occupazioni specialistiche che ha una capitale dove solo stranieri con forti qualifiche possono portare. 

I politici devono affrontare un vero dilemma: Boris Johnson, sindaco di Londra, tende a rallegrarsi del successo della capitale che ha paragonato a un calamaro gigante che succhia energia dagli abissi del mare e li distribuisce al resto del Paese. Chi deve gestire la Gran Bretagna si rende però conto che l'anomalia di Londra non serve a risolvere i problemi del centro, Nord e Nord Est. Si sprecano gli slogan vuoti sulla necessità di ribilanciare l'economia del Paese. La morsa contro gli immigrati pare un'arma spuntata: questi hanno raggiunto nell'intero Regno Unito, al netto di arrivi e partenze, quota 182mila persone nei 12 mesi  a giugno 2013 rispetto a 167mila nello stesso periodo del 2012 e al target di 100mila del Governo Cameron. L'elettorato conservatore è sempre più nervoso e chiede nuove misure di sbarramento. Ora il Governo ha deciso di proporre un giro di vite anche sui cittadini EU per evitare che abusino del welfare inglese. Devono passare un test di 100 domande sul perché cercano lavoro e di quale tipo, dando prova di conoscere bene la lingua inglese. La stretta è in gran parte orientata su bulgari e romeni, che dal gennaio 2014 avranno libero accesso al mercato inglese come cittadini Eu dopo una moratoria di anni. Non si tratta di una mossa felice dato che va contro i trattati EU sulla libera circolazione dei cittadini europei, ma nei fatti gli inglesi notano che la crisi sta spingendo sempre più europei a scavalcare la bianche scogliere di Dover.

E questo ci porta alla questione finale sul modello anglosassone che, come abbiamo visto da questa crisi, funziona sulla polarizzzazione, premiando le eccellenze e creando detriti in basso. Un Paese libero scambista in favore di mercati aperti che premia e attrae i migliori da tutto il mondo crea poi una forte divisione meritocratica che sta colpendo gli inglesi stessi. Fino a che l'economia andava bene tutto andava bene. Ora gli inglesi che si vedono scavalcare da un'ondata di migranti iniziano a levare gli scudi. Hanno ragione a metà: da un lato il sistema basato sul motto "vinca il migliore" crea forte sperequazioni sociali e forti sacche di povertà indigene. Queste non possono essere più affrontate dal sistema di welfare esistente, che era fatto per il 95% per gli inglesi originari che abitavano il Paese nel dopoguerra. La copertura a tappeto per chiunque divenga residente sta diventando costosissima, specie in campo sanitario e la qualità del servizio ovviamente ne risente verso il peggio. I media riferiscono quotidianamente casi di malasanità con gente curata in modo approssimativo se non curata affatto. Darwinismo nella creazione di ricchezza e egualitarismo nella protezione sociale stanno iniziando a urtare uno contro l'altro in una grande contraddizione. D'altra parte però vari studi hanno evidenziato come gli inglesi, in fondo, non avrebbero ragione a lamentarsi troppo, dato che è appurato che gli stranieri profittano in dosi minime del welfare britannico sia perchè non sanno come sfruttarlo sia perchè vengono sull'isola perché hanno voglia di lavorare. Risultato: in fondo, molti stranieri, finanziano il welfare dei cittadini britannici che continuano a vivere di assistenza e non hann
o le qualifiche né lo stimolo per trovarsi un lavoro.

Ma il problema di fondo sta nel successo di Londra che, come le migliori Università inglesi, risucchia le menti migliori e la gente più intraprendente, creando una capitale e un Paese a due velocità. Gli affanosi appelli della politica a bloccare gli immigrati o a bilanciare a parole l'economia sono manisfestazioni di rabbia e impotenza nei confronti di un modello che hanno creato loro stessi e che, se non viene ripensato bene, rischia di divorare se stesso.