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Quando la corruzione è d’importazione

Cresce in Gran Bretagna la corruzione formato import. In alcune comunità di origine straniera prospera da tempo ma, se  non affrontata tempestivamente, rischia di contagiare il resto della società. L'allarme lo ha lanciato Dominic Grieve, l'Attorney General, l'equivalente del nostro Procuratore della Repubblica. Dopo avere sentenziato che "la cultura del favoritismo" è "inaccettabile" in Gran Bretagna, Grieve ha aggiunto che nessuna comunità è esente da rischi, compresa quella aborigena bianca e anglo-sassone, ma non ha fatto misteri che è quella di origine pachistana a mostrare le maggiori carenze. Grieve ha detto che in alcuni Paesi la corruzione è endemica e "la gente è abituata a pensare che si possono ottenere certe cose solo in una cultura di favori". Grieve, la cui figura istituzionale è legata all'esecutivo ed è a cavallo tra il nostro procuratore e il consigliere legale in capo del Governo, ha detto che è tempo che "il mondo della politica si svegli" e affronti questa realtà. Inutile dire che le parole di Grieve hanno causato un polverone e attratto non solo le critiche dei rappresentanti della comunità pachistana, forte di 1,2 milioni di individui, ma anche di altri politici, che lo hanno accusato di "dividere" il Paese lungo linee etniche. E' però un fatto che Grieve ha detto una verità scomoda, già sottolineata in modo ancor più coraggioso proprio da una rappresentante della comunità pakistana,  Sayeeda Warsi, oggi baronessa alla Camera dei Lord. La Warsi fece scalpore quando alle elezioni del 2010 disse che ci furono brogli diffusi all'interno delle comunità asiatiche. Uno scandalo per la più antica democrazia del mondo.

 Il fenomeno non va minimizzato ma, come ha ammesso lo stesso Grieve, non bisogna dimenticare che la Gran Bretagna resta ancora uno dei Paesi con il più basso tasso di corruzione del globo, e che è  riuscita a integrare col massimo successo disparate comunità etniche e religiose.  Pensiamo solo agli USA, una nazione crogiolo, dove nella Chicago degli anni '30 la mafia di nostra esportazione la faceva da padrona. Un fenomeno che e' andato avanti fino agli anni '70. In Gran Bretagna, malgrado una robusta ondata di circa 100mila italiani provenienti nell'immediato dopoguerra da regioni a rischio di criminalità come Sicilia, Calabria, Campania e, in misura minore Puglia, gli episodi di mafia si sono contati sulle dita di una mano. Il famoso assassinio di Roberto Calvi fu del tutto alieno dato che sia gli assassini sia la vittima erao di passaggio a Londra. Se scorriamo gli episodi di cronaca nera, peraltro, i crimini economici sono spesso perpetrati da britannici e bianchi.

Solo da un decennio, complice la radicalizzazione di alcuni militanti islamici crescono i crimini di matrice religiosa. O la violenza delle gang legata all'alienazione e all'uso di droghe. Il che non ha però nulla a che fare con la cultura del favoritismo, che porta a crimini di matrice economica e che purtroppo è una piaga in Italia, a giudicare dalle nostre cronache quotidiane. Il fatto che non l'abbiamo esportata in Gran Bretagna è però segno che l'integrazione della nostra comunità è avvenuta felicemente e che gli Italiani che  sono venuti ad abitare su quest'isola (ormai oltre 400mila) sono venuti anche e forse in buona parte perchè attratti dai suoi valori, in primis lo stato di diritto e il rispetto della legge.

Peraltro, per quanto io aderisca pienamente alla condanna dei lati peggiori del colonialismo britannico, devo rilevare che esso ha lasciato un minimo marchio di civiltà nel mondo, dato che i Paesi membri del Commonwealth, Pakistan compreso, condividono un'infarinatura di Stato moderno, o almeno di coscienza di ciò che dovrebbe essere tale, che non passa neppure per le teste di tanti altri despoti mediorientali. Anche se il cammino verso la democrazia resta lungo.

Gli inglesi, in piena crisi economica e in preda a rigurgiti anti-immigrazione, paventano peraltro con orrore l'arrivo di Bulgari e Romeni (si legga.. zingari) quando a gennaio scadrà la clausola dell'opt-out che aveva finora limitato fortemente l'immigrazone dalle aree balcaniche. L'allarme di Mr Grieve  può essere considerato indice dell'umore degli inglesi verso i nuovi immigrati. Un segno premonitore e un avvertimento.