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Debito: l’inferno dei poveri inglesi

La povertà moderna non si manifesta platealmente come in passato, come ancora accadeva 30 anni fa. Gli stracci non esistono più, la gente calza scarpe eleganti e indossa vestiti decenti, spesso firmati. Mangia tre volte al giorno e va spesso al ristorante. Il  welfare provvede a un tetto. E tutti si tolgono sfizi di ogni genere. La spiegazione di tutto questo apparente benessere, specie in Gran Bretagna, è che, malgrado la profonda crisi che attraversiamo, la gente salva le apparenze perchè è indebitata. Molto indebitata. Un recente studio del Centre for Social Justice, think tank peraltro di ispirazione conservatrice, ha appena reso noto una stima secondo cui il debito della fascia del 10% più povero della popolazione è raddoppiato negli ultimi dieci anni a 55mila sterline (66mila euro), pari a 4 volte il reddito disponibile delle famiglie. Ogni famiglia insomma deve spendere circa metà del proprio reddito mensile per ripagare i debiti.

Un altro studio del MAS, Money Advice Service, sostiene che gli inglesi in serie condizioni debitorie sono ormai 8,8 milioni. In altre parole il 18% della popolazione considera di trovarsi a fare fronte a una situazione seria. Il 74% è fortemente infelice. Secondo il MAS la gente subisce questa situazione in silenzio e non chiede consiglio. La situazione è particolarmente grave in 5 città inglesi: Hull, dove la gente sta peggio, Nottingham, Manchester, Knowsley e Liverpool. 

Il livello dell'indebitamento privato degli inglesi, secondo le statistiche della Banca d'Inghilterra, ha raggiunto 1.430 miliardi di sterline, (oltre 2mila miliardi di dollari) ossia lo stesso livello del 2008 prima dello scoppio della bolla finanziaria.

Il fatto che gli inglesi non siano un popolo di risparmiatori è arcinoto; recentemente leggevo un passo del bel libro La Londra degli Italiani (edito da Aliberti) di Alessandro Forte da cui emerge come già a metà Ottocento con un misto di invidia e curiosità gli inglesi osservavano gli italiani immigrati a Londra lavorare notte e giorno e risparmiare come formichine. Secondo lo studio del CSJ,  l'indebitamento estremo non è peraltro un problema di mentalità (secondo me lo è, e qui è ormai un'abitudine più che centenaria). Deriva piuttosto dal fatto che i poveri non riescono più a recuperare, dato che anni di prestiti accumulati, uniti al crescente costo della vita e a salari reali decrescenti, li hanno stretti in una morsa,  una trappola di indebitamento da cui difficilmente potrannno uscire con le loro forze. E' una situazione drammatica, psicologicamente insostenibile di cui si parla sempre troppo poco.

Oggi ascoltavo ala Radio alcune interviste a persone che si sono indebitate e che ammettevano di sapere che prima o poi sarebbe finita male ma il fatto è che è un po' come un gioco d'azzardo, dato che si rischia e si rimanda la resa dei conti. Si aggiunga peraltro la situazione strutturale di arretratezza di molte famiglie inglesi. Secondo i dati riportati da MyBank , una charity fondata in Gran Bretagna  dalla giovane Italiana Lily La Penna per aiutare i giovani inglesi a imparare i rudimenti della finanza e a gestirsi le finanze familiari oltre che aziendali quando decidessero di mettersi in proprio, oltre un quarto della popolazione del Regno Unito non ha risparmi. Il 5% dei giovani crede che non si debbano rimborsare i debiti della carta di credito. I giovani sono peraltro la fascia più vulnerabile, dato che ormai la disoccupazione della fascia compresa tra 16 e 24 anni ha raggiunto un quarto del totale dei senza lavoro.

Trovo che sia una storia tristissima. Un conto infatti è indebitarsi per prendere un rischio imprenditoriale e dare sfogo agli spiriti animali del capitalismo. Un altro è essere indebitato per vivere come un moderno schiavo, senza prospettive di libertà di scelta. In una democrazia di mercato moderna non e' accettabile.

 

  • sergio |

    Concordo al 100%.
    A mio avviso ci sono due fattori che hanno contribuito a questo stato di cose.
    Da una parte, i salari mediamente troppo bassi per vivere, che richiedono una congrua integrazione da parte del contribuente (tramite tax credits di diversa natura), per la gioia dei vari Tesco e Sainsbury, ma non certo per la società nel suo insieme.
    Dall’altra, l’eccesso di assistenzialismo, che ha indotto intere generazioni a “scegliere” di non lavorare per poter usufruire dei cosiddetti “benefit”.
    Insomma, il peggio del capitalismo ed il peggio del socialismo.
    Al quale, bisogna riconoscere, questo governo (ma anche l’opposizione) sta cercando di rimediare come può. Ma -inutile sottolinearlo- ci sono troppo interessi in gioco, da una parte e dall’altra, che alla fine temo condurranno (come già se ne avvertono i segnali) alla soluzione peggiore: l’ulteriore accanimento nei confronti della cosiddetta middle class…
    Più o meno, quello che sta succedendo in Italia, non trova?

  • Roberto |

    Welcome to London.

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