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Wimbledon: competizione e forza del destino

Contro ogni pronostico, il serbo Novak Djokovic ha battuto il favorito ultracampione spagnolo Rafael Nadal. Una partita entusiasmante e piena di sorprese che conferma Wimbledon il più bel torneo di tennis del mondo. Wimbledon per me è però molto più del tennis. E' una metafora della vita: c'è gente che si batte, che affina i propri talenti per riuscire vittoriosa da una tenzone che segue regole precise. C'è l'intelligenza, l'abilità, la forza e c'è anche la fortuna. Una situazione che pare favorevole a un contendente gira completamente in breve tempo. Chi stava per assaporare la vittoria si trova trascinato nella sconfitta. Wimbledon è stato da molti utilizzato come metafora del buon capitalismo di mercato: il miglior campo con il miglior fair play, i migliori esperti, la migliore copertura di media fanno di Wimbledon l'ambiente ideale per assistere a un bel gioco, che attrae i migliori atleti del mondo.  Possiamo essere sicuri che chi vince è realmente il migliore. Tutto si svolge con leggerezza e serenità, coniugandosi armoniosamente con la potenza del gioco e la crudeltà gladiatoriale, perchè a battersi sono due persone, una davanti all'altra, fino all'ultimo sospiro. Wimbledon è il meglio dello sport. Lo sport moderno peraltro è un'invenzione degli inglesi, grandi conoscitori della natura umana. Ed è pienamente sulla scia dello spirito dell'Occidente incarnato dalle Olimpiadi dell'antica Grecia. Incanalare l'aggressività degli uomini entro regole chiare e dare a essa la forma della plasticità di un gioco è stata una trovata geniale dei nostri antenati ellenici. Perchè lo sport è soprattutto specchio di vita. Non si nota mai a sufficienza che a vincere è uno solo, mentre tutti gli altri perdono. E che Wimbledon, come sublimazione dello sport, incarna, in tutte le sue varianti, la capacità di tutti i partecipanti di affrontare la sconfitta. Per chi avesse visto la finale di oggi ricordo il fair play di Nadal che, trattenendo a stento le lacrime di rabbia si è congratulato con Djokovic, riconoscendo che prima o poi sarebbe toccato anche a lui perdere come è capitato al grande Federer con lui. Djokovic si è complimentato con Nadal, che ha sempre considerato un mito. Solo nella sconfitta di Nadal c'è la grandezza della vittoria di Djokovic. Wimbledon è una lezione di stile: i due si sono scambiati frasi gradevoli, hanno ricevuto il premio dalle mani del Duca di Gloucester e nel giro di un quarto d'ora sono spariti di scena. Il sipario si è chiuso e il palco è stato smontato. In attesa del prossimo anno. Più di ogni altra cosa, Wimbledon è una lezione di vita perchè come ogni sport, più che a vincere, insegna a perdere. Ogni volta che penso a Wimbledon, che incarna con chiarezza la ruota della vita, con vincitori e vinti, stelle nascenti e astri calanti, penso con amarezza all'Italia, in particolare al mondo del potere dove nessuno vuole mai perdere né ammette di perdere, dove non si vuole passare la mano ai giovani, dove i colpi bassi abbondano, dove ognuno è attaccato alla propria poltrona e ogni trucco è buono per rimanerci. Ciò non fa che degradare il livello del gioco, tenendo lontani i migliori, che emigrano o si guardano bene dal venire a casa nostra. Quanto peggio, pervade la gente di un senso di rabbia e impotenza verso una società che è vischiosa perchè non riesce a darsi e a fare rispettare quelle regole che lubrificherebbero le relazioni umane, alimentando l'ottimismo e con esso la crescita civile e la prosperità della nazione. Il giorno che vedrò gente perdere col sorriso sulle labbra e congratulare un vincitore, segnerà una svolta nella cultura del nostro Paese.