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Una poltrona per due per una strana coppia

Camclegg
Chi avrebbe mai detto che la patria del sistema elettorale maggioritario secco, dove il primo ministro è un dittatore eletto, dove la politica è decisionismo senza compromessi, si sarebbe ridotta a un Governo di coalizione, il primo da quasi 70 anni, e tanto più a una coalizione tra i due partiti più ideologicamente distanti tra loro? Ma che sta succedendo a Westminster? Le spiegazioni abbondano, ma sono poco convincenti sul piano delle idee. Viviamo in un'era post-ideologica, dicono alcuni, in cui si bada al sodo e non alle formule. Siamo in emergenza e bisogna prima di tutto servire l'interesse nazionale usando gli ingredienti che si hanno, aggiungono altri. Conservatori e Liberaldemocratici sono entrambi per la libertà individuale, i diritti umani e uno Stato ridimensionato dicono altri ancora. Dunque nulla di male se si mettono assieme.  Ma come è possibile che un partito dichiaratamente pacifista, ecologista, incline a tassare, che in questi anni non ha perso occasione per criticare il Governo laburista da sinistra, abbia deciso di mettersi assieme a quelli del "nasty party", il partito dei cattivi, come alcuni chiamano i "tory", militaristi e a favore di tutto quanto fa rima con la destra? La spiegazione è semplice: i Tory non sono più quelli di una volta e i liberaldemocratici hanno scoperto che non possono più essere gli stessi di una volta, tanto più di fronte all'occasione storica di governare dopo 80 anni di lontananza dalla stanza dei bottoni. In 5 giorni di negoziati la ricerca di una formula che desse stabilità al Paese ha creato l'effetto di una profonda trasformazione della politica inglese.


Ci sono forse categorie più interessanti da utilizzare per capire quanto sta succedendo. Certamente la prima è l'emergenza nazionale del debito, che obbliga a una sorta di Governo di salute pubblica. In secondo luogo la governabilità: i due partiti, con oltre 360 seggi, hanno tutti i numeri per Governare (la maggioranza è di 326) permettendo un buon margine laddove alcuni deputati di entrambe le formazioni si astengano al voto o votino contro leggi che non si sentono di sottoscrivre. Un'alleanza con i laburisti, più ideologicamente simile, sarebbe stata fragile come una cartolina a causa di una maggioranza infima di qualche voto, esposta continuamente ai franchi tiratori. Più importante forse ancora è il fattore opinione pubblica: aritmeticamente Conservatori e liberaldemocratici hanno raccolto il 59% dei voti ma da un recente sondaggio emerge che questa coalizione ha il plauso del 64% dell'elettorato con un appoggio, in particolare, dell'87% degli elettori conservatori e del 77% dei liberaldemocratici. Inoltre, assai importante da rilevare, è l'anagrafe dei due leader: sia David Cameron, il nuovo primo ministro, sia Nick Clegg, il liberaldemocratico suo vice, hanno la tenera età di 43 anni. Cameron è il più giovane premier da oltre due secoli. Clegg sprizza gioventù da tutti i pori e, in un Paese in cui la gioventù, contrariamente all'Italia, è considerata una virtù in sè, l'accoppiata al Governo offre certamente motivi di speranza rispetto all'ormai "vecchio" 59enne Gordon Brown. Ancora più interessante forse il fatto che i due leader, due ragazzi di buona famiglia, con ottima educazione alle spalle, abbiano subito trovato un'istintiva intesa: pacche sulle spalle, toni civili, sintonia sul modus operandi al di là del profondo fossato ideologico. Cameron si è preso un grosso rischio offrendo il vicepremierato a Clegg e coinvolgendolo nel cerchio ristretto delle decisioni del Governo. Il vecchio Vince Cable, l'ex-cancelliere ombra dei liberaldemocratici dai trascorsi laburisti, ha ottenuto una forte voce in capitolo sulle decisioni del neo-cancelliere conservatore George Osborne. Dalla cabina di ministro dell'Industria e Business, Cable avrà infatti un'importante voce in capitolo nella riforma del sistema bancario. Infine, tante differenze di fondo, a guardare cinicamente, non vengono per nuocere: l'euroscetticismo dei conservatori e il forte filoeuropeismo dei liberaldemocratici paradossalmente serviranno a neutralizzarsi l'un l'altro: gli ultimi hanno interesse a non accelerare su un'adesione all'euro in un momento in cui la valuta europea è alle corde e i secondi hanno interesse a stemperare le loro critiche all'Europa in un momento di crisi. I liberali hanno interesse a essere più decisi nel taglio delle spese e potranno giustificare ai propri elettori l'onere della coalizione. Lo stesso vale per i "tory" che si troveranno " costretti" a tenere la tassazione alta. E così via per molte altre posizioni politiche. Insomma, la combinazione di Cameron e Clegg, almeno in questa fase, può essere paradossalmente utile a entrambi i partiti e il Paese potrà realmente trarne beneficio. Se poi l'alleanza sarà destinata a durare per 5 anni ossia una legislatura, come ha auspicato Cameron, è tutto da provare. L'inizio però è stato sorprendente. Strano ma vero la formula della coalizione, un'anatema per la politica inglese, pare funzionare.  

  • marco niada |

    L’aumento di cui parla e di cui si vocifera è sulle tasse sui capital gain. Per le imprese la coalizione sta cercando di far loro sostenere il meno possibile il peso della manovra di emergenza che è attesa per il 22 giugno. Stiamo a vedere che accadrà

  • Roby |

    Niada,
    se il governo probabilmente alzera’ le tasse per il reddito d’impresa dal 20% al 40% ci sara’ veramente una fuga degli investitori istituzionali, non pensa?
    I super ricchi stanno gia’ scappando il ns. Briatore ha messo tutto in vendita a Londra e si trasferisce a Montecarlo.

  • marco niada |

    Roby,
    le sue osservazioni non fanno una piega sul fronte della logica d’impresa: se non si puo’ svalutare ne’ avere credito dalle banche l’unico modo per una piccola media impresa per finanziarsi e’ non pagare le tasse o pagarne il meno possibile.
    Purtroppo sul piano sociale non funziona cosi’
    1)Intanto relativamente al mio blog va detto che gli inglesi pagano le tasse fino all’ultimo centesimo (o quasi) ed e’ per questo che la politica economica ha efficacia: se si riducono (conservatori) si ha un effetto e se si aumentano (laburisti) se ne ha un altro. In Italia, dove pochi pagano le tasse (in Grecia ancor meno) quale che sia il Governo ha poca presa sul bilancio pubblico. E’ come guidare con un volante mezzo svitato.
    2)Le tasse garantiscono coesione sociale redistribuendo e sostenendo i piu’ deboli. E hanno una importante funzione sulla qualita’ dell’economia di un Paese. Se si torna al XVIII secolo, quando la pressione fiscale era del 10% e lo Stato garantiva solo la Difesa, ognuno badava a se stesso ma i poveri morivano giovani, c’erano mille malattie e pericolose epidemie (che colpivano tutti) la mano d’opera era squalificata e le imprese, che si “siedevano” sul basso costo del lavoro non erano incentivate a innovare. Se mai tornassimo solo allo schema italiano del dopoguerra non basterebbe comunque mai perche’ la concorrenza dei Paesi del Terzo mondo avviene con costo del lavoro a prezzi stracciati che non riusciremmo mai a equagliare. Ci troveremmo con un modello di sviluppo sempre piu’ terzomondista senza grandi effetti. La prova e’ che in questa crisi l’economia che va meglio in Europa e’ quella tedesca che e’ la piu’ moderna.
    3) Sotto Berlusconi, in Italia le tasse sono scese molto e nell’attuale crisi economica mondiale, con tutti i Governi che aumentano le imposte e tagliano la spesa pubblica, ridurre le tasse o accettare un’alta evasione sarebbe suicida, con pericolose conseguenze sociali dato che si aumenterebbe il divario tra ricchi e poveri in modo brutale.
    4) Detto cio’ capisco la sua frustrazione comune a decine di migliaia di imprenditori. Purtroppo stiamo vivendo un’emergenza in Occidente dove dobbiamo ripensare al nostro modello di sviluppo. Su una cosa ha ragione: l’Occidente per restare competitivo deve rimettersi a lavorare, a risparmiare, a tagliare fortemente la spesa, pubblica, i privilegi e combattere la corruzione che divora risorse. Per il resto bisogna fare come i marinai durante la tempesa mettere le vele al vento, aspettare che passi e dare prova di magnanimita’ verso chi e’ piu’ debole.
    Altro discorso e’ come gestire lo sperpero di danaro pubblico raccolto con le tasse e su questo punto potremmo discuterne per giorni.

  • Roby |

    Se la lotta all’evasione (fiscale e retributiva) che i governi italiani, soprattutto della sinistra, si prefiggono e si vantano di voler condurre “seriamente”, raggiungesse i suoi obiettivi dichiarati, ossia se ponesse fine all’evasione, per l’economia nazionale sarebbe il tracollo. Per contro, consentire silenziosamente una maggiore evasione, potrebbe essere uno strumento semplice ed efficace per uscire dalla recessione, rilanciando la voglia di investire, di spendere, di produrre, soprattutto per un governo con scarso spazio di manovra e che non può far emergere il nero bancario. Ancora di più consientirebbe di far soppravvivere alla crisi centinaia di migliaia di imprese che ora stanno morendo – un patrimonio prezioso, anzi indispensabile, per l’economia del Paese. In futuro, con la ripresa, si potrà recuperare, magari con un condono. Ma, intanto, ora, dovremmo salvare la piccola e piccolissima impresa: un bene primario per tutti. Invece, i governi stanno arruolando migliaia di costosi “accertatori fiscali” che si scatenano sommando la loro azione a quella della recessione e della stretta creditizia.
    Per prepararsi in modo razionale a prendere posizione sul tema dell’evasione fiscale in Italia, si dovrebbe riflettere su tre questioni che hanno un carattere preliminare:
    1-Perché non far emergere l’enorme evasione fiscale delle banche sul signoraggio secondario, attuata col mettere al passivo uscite inesistenti delle somme che fingono di prestare.Perché non far emergere e recuperare il reddito occulto da signoraggio primario delle banche centrali, attuato col mettere al passivo il denaro circolante, come evidenziato anche da Paul Krugman?
    2-Pagare le tasse significa dare denaro in gestione ai politici. Come usano il denaro gli evasori? E come lo usano i politici? Chi dei due lo usa in modo più conforme all’interesse della nazione? Cioè, la nazione ha più beneficio se un imprenditore evade il fisco per il 10% del suo reddito e usa il conseguente risparmio fiscale per contenere i prezzi e restare sul mercato nonostante la concorrenza cinese e l’inefficienza dello Stato italiano, oppure se quel reddito viene pagato in tasse, ossia viene versato allo Stato e viene quindi gestito dai politici italiani che sappiamo come lo gestiscono?
    3-Quali conseguenze avrebbe l’impossibilità di evadere per le imprese e per i lavoratori dipendenti che oggi evadono, e sull’andamento dell’economia? Che effetti avrebbe, sui loro costi di produzione e sulla competitività, l’impossibilità di evadere il fisco e i contributi? Riuscirebbero egualmente a restare sul mercato e a conservare il posto di lavoro e il reddito, oppure non ci riuscirebbero più? E quali conseguenze avrebbe ciò non solo per quelle imprese e quei lavoratori, ma per tutta la società? E quali conseguenze avrebbe, invece, un aumento dell’evasione, sull’economia e sulla recessione? Malefiche o Benefiche?
    Se la lotta all’evasione (fiscale e retributiva) che i governi italiani, soprattutto della sinistra, si prefiggono e si vantano di voler condurre “seriamente”, raggiungesse i suoi obiettivi dichiarati, ossia se ponesse fine all’evasione, per l’economia nazionale sarebbe il tracollo. Per contro, consentire silenziosamente una maggiore evasione, potrebbe essere uno strumento semplice ed efficace per uscire dalla recessione, rilanciando la voglia di investire, di spendere, di produrre, soprattutto per un governo con scarso spazio di manovra e che non può far emergere il nero bancario. Ancora di più consientirebbe di far soppravvivere alla crisi centinaia di migliaia di imprese che ora stanno morendo – un patrimonio prezioso, anzi indispensabile, per l’economia del Paese. In futuro, con la ripresa, si potrà recuperare, magari con un condono. Ma, intanto, ora, dovremmo salvare la piccola e piccolissima impresa: un bene primario per tutti. Invece, i governi stanno arruolando migliaia di costosi “accertatori fiscali” che si scatenano sommando la loro azione a quella della recessione e della stretta creditizia.
    E’ del resto palese che:
    Tasse e contributi, per le imprese, costituiscono un costo di produzione – un costo elevatissimo.
    Se un’impresa riesce a evadere il 30%, come mediamente fanno le imprese, significa che riduce i costi di produzione del 30%. Molte imprese riescono a stare sul mercato, nonostante i vari fattori negativi (costo e inefficienza della burocrazia, costo e scarsità del credito bancario, costo dell’energia, concorrenza straniera, ecc.) proprio grazie a questo risparmio.
    Se il governo le impedisce di realizzare questo risparmio, l’impresa si ritrova con costi di produzione aumentati del 30%.
    A questo punto, l’imprenditore si trova costretto a scegliere tra diverse opzioni, tutte distruttive per l’economia nazionale:
    – aumentare i prezzi;
    – chiudere l’impresa;
    – trasferirsi all’estero;
    – tagliare su investimenti e costi;
    – passare al nero totale.
    Più precisamente:
    Se i costi di produzione aumentano del 30%, allora anche i prezzi devono aumentare del 30%. Il che si traduce in costi e servizi più cari del 30%. Per la gioia dei consumatori.
    Ma se l’impresa in questione aumenta i suoi prezzi del 30%, quasi sicuramente non riuscirà più a vendere, uscirà dal mercato, e dovrà chiudere, licenziare, cessare la produzione, quindi smettere di pagare tasse e contributi che prima pagava. I suoi dipendenti rimarranno disoccupati, a carico della collettività. L’imprenditore, se può, trasferirà la sua attività in un paese straniero dove la tassazione è bassa e il costo del lavoro è pure basso – che so, la Slovacchia, la Romania, la Tunisia. Porterà con sé capitali, tecnologia, i suoi collaboratori più qualificati. E dall’estero farà concorrenza all’Italia, creando ulteriori difficoltà alle imprese che sono rimaste in questo paese. Ma questo è proprio ciò che moltissime imprese hanno già fatto e molte altre stanno facendo, e lo fanno soprattutto per le eccessive tasse italiane!
    Alcuni imprenditori cercheranno di sopravvivere in Italia, riducendo il margine di profitto e tagliando le spese al massimo – ossia licenziando i lavoratori non indispensabili e rinunciando agli investimenti e all’innovazione, quindi destinandosi a diventare obsoleti in breve tempo.
    Altri imprenditori decideranno di passare interamente al nero, all’evasione totale.
    E in quanto all’altro grande ambito di evasione, ossia coloro che, pensionati o no, lavorano in nero, e coloro che fanno un doppio lavoro, e coloro che lavorano a tempo pieno con un contratto part-time.
    Queste persone riescono a lavorare perché non pagano tasse né contributi sul loro lavoro nero. Se dovessero pagarli, il loro lavoro costerebbe d’un tratto il 90% circa in più tra tasse e contributi, e non sarebbe più conveniente. Alcuni (pensionati, pubblici dipendenti) non avrebbero nemmeno il diritto di fare il lavoro in questione. Perciò molti di questi lavoratori dovrebbero cessare l’attività, perdendo il relativo reddito. Ma questo reddito è spesso necessario a sostenere le spese di un mutuo, o dello studio di un figlio, o le rate di un leasing. Le conseguenze sono immaginabili.
    Ovviamente, non è che i nostri ministri ignorino queste elementari considerazioni. Sanno benissimo che una lotta efficace all’evasione produrrebbe il collasso economico, non benefici per la collettività. Ma il loro fine è, appunto, molto diverso dal bene della collettività. È il bene dei loro mandanti. La Casta tende a massimizzare l’imposizione fiscale, non la quantifica secondo esigenze oggettive – crea queste esigenze in modo illegale per potersi impadronire del reddito dei cittadini, arricchirsi e ricattarli. Anche attraverso il signoraggio e l’indebitamento pubblico.
    Del resto, l’evasione, nel Nord Italia, è mediamente del 13% – più bassa che in Germania, Austria e altri paesi concorrenti. Nel Sud, invece, supera il 50%. Ma i controlli si concentrano solo al Nord. Non nelle basi della mafia. Il vero scopo, non confessato ma facilmente constatabile, della campagna fiscale dell’ultimo governo Prodi, era costringere le numerosissime piccole imprese, soprattutto venete e lombarde, a chiudere, sia per eliminare una classe sociale che vota contro quella Casta politica, sia per fare spazio alle grandi imprese industriali, di servizi e alla grande distribuzione e alle publica utilità companies consociate alla politica, alle pseudo-cooperative. Ossia a tutto ciò che è gestito dai partiti statalisti e dai sindacalisti.In effetti l’elettorato della sinistra, che non brilla per informazione né per realismo, e che è legato a concezioni arcaiche dell’economia e dello Stato, crede che l’imprenditore si lasci spremere, quindi vota per queste politiche sbagliate. Invece l’imprenditore, soprattutto se possiede idee, tecnologie, e capitali, se ne va – pianta in asso l’apparato statale che gli mangia addosso, che lo mette in condizione di non poter investire, di non poter guadagnare. Le persone di mentalità statalista non hanno ancora capito che i capitali e le capacità emigrano. Licenziano, chiudono, emigrano e poi vanno a fare concorrenza dall’estero. Solo i più piccoli, i più deboli, i più vecchi, i meno dotati rimangono nonostante tutto.

  • Roby |

    Magari avere in Italia un governo come quello attuale in Uk!
    Ma è solo un sogno…però sono sicuro che L’Italia avrebbe una speranza in più, io sono un imprenditore e ho deciso di andare investire all’estero forse in Russia, qua non se ne può più.
    Almeno Uk ha la sua moneta. L’Italia è soffocata dal debito pubblico!
    L’evasione fiscale in Uk è molto bassa, chissà come mai? Perchè non impariamo dagli Inglesi? Riprendiamoci la moneta, salviamo l’Italia.
    Quello che sta accadendo in Uk è nulla rispetto a quello che stanno vivendo le imprese italiane.
    Il nuovo governo inglese, per me, è un forte segno concreto, di speranza per la ripresa dell’economia inglese.
    A tal proposito riporto un articolo dell’avvocato Marco Della Luna:
    “Se la lotta all’evasione (fiscale e retributiva) che i governi italiani, soprattutto della sinistra, si prefiggono e si vantano di voler condurre “seriamente”, raggiungesse i suoi obiettivi dichiarati, ossia se ponesse fine all’evasione, per l’economia nazionale sarebbe il tracollo. Per contro, consentire silenziosamente una maggiore evasione, potrebbe essere uno strumento semplice ed efficace per uscire dalla recessione, rilanciando la voglia di investire, di spendere, di produrre, soprattutto per un governo con scarso spazio di manovra e che non può far emergere il nero bancario. Ancora di più consientirebbe di far soppravvivere alla crisi centinaia di migliaia di imprese che ora stanno morendo – un patrimonio prezioso, anzi indispensabile, per l’economia del Paese. In futuro, con la ripresa, si potrà recuperare, magari con un condono. Ma, intanto, ora, dovremmo salvare la piccola e piccolissima impresa: un bene primario per tutti. Invece, i governi stanno arruolando migliaia di costosi “accertatori fiscali” che si scatenano sommando la loro azione a quella della recessione e della stretta creditizia.
    Per prepararsi in modo razionale a prendere posizione sul tema dell’evasione fiscale in Italia, si dovrebbe riflettere su tre questioni che hanno un carattere preliminare:
    1-Perché non far emergere l’enorme evasione fiscale delle banche sul signoraggio secondario, attuata col mettere al passivo uscite inesistenti delle somme che fingono di prestare.Perché non far emergere e recuperare il reddito occulto da signoraggio primario delle banche centrali, attuato col mettere al passivo il denaro circolante, come evidenziato anche da Paul Krugman?
    2-Pagare le tasse significa dare denaro in gestione ai politici. Come usano il denaro gli evasori? E come lo usano i politici? Chi dei due lo usa in modo più conforme all’interesse della nazione? Cioè, la nazione ha più beneficio se un imprenditore evade il fisco per il 10% del suo reddito e usa il conseguente risparmio fiscale per contenere i prezzi e restare sul mercato nonostante la concorrenza cinese e l’inefficienza dello Stato italiano, oppure se quel reddito viene pagato in tasse, ossia viene versato allo Stato e viene quindi gestito dai politici italiani che sappiamo come lo gestiscono?
    3-Quali conseguenze avrebbe l’impossibilità di evadere per le imprese e per i lavoratori dipendenti che oggi evadono, e sull’andamento dell’economia? Che effetti avrebbe, sui loro costi di produzione e sulla competitività, l’impossibilità di evadere il fisco e i contributi? Riuscirebbero egualmente a restare sul mercato e a conservare il posto di lavoro e il reddito, oppure non ci riuscirebbero più? E quali conseguenze avrebbe ciò non solo per quelle imprese e quei lavoratori, ma per tutta la società? E quali conseguenze avrebbe, invece, un aumento dell’evasione, sull’economia e sulla recessione? Malefiche o Benefiche?
    Se la lotta all’evasione (fiscale e retributiva) che i governi italiani, soprattutto della sinistra, si prefiggono e si vantano di voler condurre “seriamente”, raggiungesse i suoi obiettivi dichiarati, ossia se ponesse fine all’evasione, per l’economia nazionale sarebbe il tracollo. Per contro, consentire silenziosamente una maggiore evasione, potrebbe essere uno strumento semplice ed efficace per uscire dalla recessione, rilanciando la voglia di investire, di spendere, di produrre, soprattutto per un governo con scarso spazio di manovra e che non può far emergere il nero bancario. Ancora di più consientirebbe di far soppravvivere alla crisi centinaia di migliaia di imprese che ora stanno morendo – un patrimonio prezioso, anzi indispensabile, per l’economia del Paese. In futuro, con la ripresa, si potrà recuperare, magari con un condono. Ma, intanto, ora, dovremmo salvare la piccola e piccolissima impresa: un bene primario per tutti. Invece, i governi stanno arruolando migliaia di costosi “accertatori fiscali” che si scatenano sommando la loro azione a quella della recessione e della stretta creditizia.
    E’ del resto palese che:
    Tasse e contributi, per le imprese, costituiscono un costo di produzione – un costo elevatissimo.
    Se un’impresa riesce a evadere il 30%, come mediamente fanno le imprese, significa che riduce i costi di produzione del 30%. Molte imprese riescono a stare sul mercato, nonostante i vari fattori negativi (costo e inefficienza della burocrazia, costo e scarsità del credito bancario, costo dell’energia, concorrenza straniera, ecc.) proprio grazie a questo risparmio.
    Se il governo le impedisce di realizzare questo risparmio, l’impresa si ritrova con costi di produzione aumentati del 30%.
    A questo punto, l’imprenditore si trova costretto a scegliere tra diverse opzioni, tutte distruttive per l’economia nazionale:
    – aumentare i prezzi;
    – chiudere l’impresa;
    – trasferirsi all’estero;
    – tagliare su investimenti e costi;
    – passare al nero totale.
    Più precisamente:
    Se i costi di produzione aumentano del 30%, allora anche i prezzi devono aumentare del 30%. Il che si traduce in costi e servizi più cari del 30%. Per la gioia dei consumatori.
    Ma se l’impresa in questione aumenta i suoi prezzi del 30%, quasi sicuramente non riuscirà più a vendere, uscirà dal mercato, e dovrà chiudere, licenziare, cessare la produzione, quindi smettere di pagare tasse e contributi che prima pagava. I suoi dipendenti rimarranno disoccupati, a carico della collettività. L’imprenditore, se può, trasferirà la sua attività in un paese straniero dove la tassazione è bassa e il costo del lavoro è pure basso – che so, la Slovacchia, la Romania, la Tunisia. Porterà con sé capitali, tecnologia, i suoi collaboratori più qualificati. E dall’estero farà concorrenza all’Italia, creando ulteriori difficoltà alle imprese che sono rimaste in questo paese. Ma questo è proprio ciò che moltissime imprese hanno già fatto e molte altre stanno facendo, e lo fanno soprattutto per le eccessive tasse italiane!
    Alcuni imprenditori cercheranno di sopravvivere in Italia, riducendo il margine di profitto e tagliando le spese al massimo – ossia licenziando i lavoratori non indispensabili e rinunciando agli investimenti e all’innovazione, quindi destinandosi a diventare obsoleti in breve tempo.
    Altri imprenditori decideranno di passare interamente al nero, all’evasione totale.
    E in quanto all’altro grande ambito di evasione, ossia coloro che, pensionati o no, lavorano in nero, e coloro che fanno un doppio lavoro, e coloro che lavorano a tempo pieno con un contratto part-time.
    Queste persone riescono a lavorare perché non pagano tasse né contributi sul loro lavoro nero. Se dovessero pagarli, il loro lavoro costerebbe d’un tratto il 90% circa in più tra tasse e contributi, e non sarebbe più conveniente. Alcuni (pensionati, pubblici dipendenti) non avrebbero nemmeno il diritto di fare il lavoro in questione. Perciò molti di questi lavoratori dovrebbero cessare l’attività, perdendo il relativo reddito. Ma questo reddito è spesso necessario a sostenere le spese di un mutuo, o dello studio di un figlio, o le rate di un leasing. Le conseguenze sono immaginabili.
    Ovviamente, non è che i nostri ministri ignorino queste elementari considerazioni. Sanno benissimo che una lotta efficace all’evasione produrrebbe il collasso economico, non benefici per la collettività. Ma il loro fine è, appunto, molto diverso dal bene della collettività. È il bene dei loro mandanti. La Casta tende a massimizzare l’imposizione fiscale, non la quantifica secondo esigenze oggettive – crea queste esigenze in modo illegale per potersi impadronire del reddito dei cittadini, arricchirsi e ricattarli. Anche attraverso il signoraggio e l’indebitamento pubblico.
    Del resto, l’evasione, nel Nord Italia, è mediamente del 13% – più bassa che in Germania, Austria e altri paesi concorrenti. Nel Sud, invece, supera il 50%. Ma i controlli si concentrano solo al Nord. Non nelle basi della mafia. Il vero scopo, non confessato ma facilmente constatabile, della campagna fiscale dell’ultimo governo Prodi, era costringere le numerosissime piccole imprese, soprattutto venete e lombarde, a chiudere, sia per eliminare una classe sociale che vota contro quella Casta politica, sia per fare spazio alle grandi imprese industriali, di servizi e alla grande distribuzione e alle publica utilità companies consociate alla politica, alle pseudo-cooperative. Ossia a tutto ciò che è gestito dai partiti statalisti e dai sindacalisti.In effetti l’elettorato della sinistra, che non brilla per informazione né per realismo, e che è legato a concezioni arcaiche dell’economia e dello Stato, crede che l’imprenditore si lasci spremere, quindi vota per queste politiche sbagliate. Invece l’imprenditore, soprattutto se possiede idee, tecnologie, e capitali, se ne va – pianta in asso l’apparato statale che gli mangia addosso, che lo mette in condizione di non poter investire, di non poter guadagnare. Le persone di mentalità statalista non hanno ancora capito che i capitali e le capacità emigrano. Licenziano, chiudono, emigrano e poi vanno a fare concorrenza dall’estero. Solo i più piccoli, i più deboli, i più vecchi, i meno dotati rimangono nonostante tutto.

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