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Londra abbandona la “guerra al terrore”

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  The war on terror, la guerra al terrore, come l’avevano battezzata George Bush e Tony Blair, è stata definitivamente accantonata da Gordon Brown. Fonti del Governo britannico hanno infatti detto che il termine era fuorviante e nobilitava i terroristi, i quali vanno invece considerati come semplici "criminali". Una cosa è certa per quanto ci riguarda: the war on terror è stata una delle definizioni più assurde che mente umana al Governo di un Paese potesse dare per definire e combattere la lotta al terrorismo islamico.

Una guerra per essere combattuta ha bisogno di un nemico preciso e un luogo in cui combatterla, preferibilmente con un fronte, specie se dispone di forze convenzionali come i Paesi occidentali. I generali devono poi dare una definizione chiara all’obiettivo e "guerra al terrore" è un concetto molto più vago di guerra al terrorismo o, meglio, ai terroristi. Per cominciare il primo è infatti una categoria troppo astratta per essere afferrata. E’ un po’ come dire "guerra alla malinconia" o "guerra all’ottimismo" o "guerra al maltempo". Tanto più che, essendo i terroristi islamici una massa fluida senza un chiaro referente, se non, in termini ideali, Al Quaeda, non è di aiuto renderli ancora più immateriali.

Ci troviamo così in guerra con una presenza astratta e pervasiva senza un vero capo, senza un vero luogo e un vero fronte. Stando a questa definizione, vengono create le ideali condizioni lessicali per perdere. Qualsiasi fanatico decida di compiere un atto, anche di minima entità e anche mal riuscito in qualsiasi angolo del mondo, ci si viene a trovare infatti nella situazione di accusare ogni volta il colpo. Un po’ come chi dichiara guerra al maltempo si trova a perdere ogni volta che si mette a piovere in un angolo della Terra. La retorica di Blair e Bush prova, come ha provato con l’invasione dell’Iraq di non avere non solo alcuna coscienza storica, ma neppure una minima conoscenza di strategia militare. Che normalmente prevede che per vincere una guerra si individui chiaramente il nemico, il campo di battaglia e un fronte stretto su cui concentrare le forze. Nel nostro caso nessuna delle condizioni è applicata. L’unica spiegazione è che Bush e Blair si sono comportati talmente da megalomani che invece di accontentarsi di battere i terroristi volevano battere il terrore. Se ce l’avessero fatta sarebbe stata una rivoluzione mondiale. Con grandi ricadute: avrebbero poi potuto tentare di battere la pigrizia, la depressione, l’accidia e tanti altri difetti che ci affliggono. Peccato che noi giornalisti li abbiamo seguiti in queste definizioni strampalate lasciando le critiche a un pugno di intellettuali. Ma viviamo in tempi modesti ed è ciò che ci meritiamo.  Comunque complimenti a Brown che ci ha riportato con i piedi per terra trasformando l’epica guerra al terrore in una più prosaica lotta ai terroristi…

  • BA |

    Perfettamente d’accordo, caro Marco, che un’espressione come “guerra al terrore” possa apparire come la più monumentale delle assurdità propinateci dai persuasori di massa. E tuttavia è possibile che esistano spiegazioni razionali tali da indurci a derubricare l’assurdo in semplice errore di calcolo. Ne azzardo due. La prima: l’occidente usciva dalla guerra fredda, combattuta e vinta anche o soprattutto sul fronte ideologico. Di qui il tentativo di dare una dimensione ideologica anche al nuovo scontro: il “terrore” al posto del dispotismo. Ma dall’altra parte cosa c’è, al posto della libertà? L’errore è stato che il terrorismo è un metodo, non un’ideologia alla quale se ne possa contrapporre un’altra. Meglio sarebbe stato indicare come nemico da combattere, che so, il fanatismo religioso. Certo, in tal caso uno come Bush, che crede di avere un filo diretto con dio, non sarebbe parso il miglior condottiero possibile. L’altra spiegazione, più profonda, è che una guerra dai contorni tanto indeterminati è proprio quella che meglio permette alla “iperpotenza” emersa dalla guerra fredda di affrancarsi dalle regole del diritto internazionale ereditate dall’epoca precedente. Qui l’errore sta nel non avere previsto che una simile guerra è anche la sola che l’egemone rischia di perdere.

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