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Lo spirito del bottegaio che anima la Brexit

Ai britannici piace contare e misurare ogni cosa a volte al limite del grottesco. E’ d’altronde dal mondo anglosassone che vengono i metodi quantitativi nelle scienze sociali. I numeri imbevono l’analisi sociologica, per non parlare di quella economica e finanziaria. I numeri rassicurano, delimitano un problema, lo rendono paragonabile, classificabile e concatenabile, oltre che presentabile e comprensibile. Sono per certi versi un ansiolitico,  uno dei pilastri alla base del pragmatismo degli inglesi, a cui piace fare affermazioni pacate con i conti alla mano. Agli inglesi non piace fare voli pindarici basati su intuizioni e hanno sempre guardato con sospetto alla filosofia dell’Europa continentale. Napoleone, con un certo disprezzo, li definiva “un popolo di bottegai”.  Questo spirito di bottega è stato provvidenziale nel XX secolo quando, alle soglie della seconda guerra mondiale, gli inglesi, forti del loro buon senso e cosmopolitismo dettato dai commerci, si ersero contro le ideologie farneticanti del nazi-fascismo e comunismo che stavano portando alla rovina il Vecchio Continente.

Mai come negli ultimi dieci anni ci siamo però resi conto dei limiti delle misurazioni. L’applicazione spinta della matematica alla finanza, sulle ali di algoritmi sempre più complessi, ha accelerato e messo fuori controllo  la crescita della bolla finanziaria a cavallo del Duemila, fino alla fragorosa esplosione. I sondaggi d’opinione hanno mostrato forti limiti nel valutare gli orientamenti elettorali, cannando in pieno le elezioni USA oltre alle consultazioni britanniche. La rotta intellettuale di economisti e finanzieri causata dalla crisi del 2008 ha spinto Michael Gove, il conservatore accanito promotore della Brexit, ad affermare nella campagna referendaria del 2016 che, dopo la crisi del 2008  < quella degli economisti è una professione in crisi >  perché è stata incapace di prevedere la Grande Recessione. Per cui, secondo Gove, le messe in guardia contro la Brexit da istituzioni come il FMI la stessa Banca d’Inghilterra, oltre a numerosi esperti tra cui una dozzina di premi Nobel dell’economia avevano perso ogni autorevolezza.

Peccato che uno degli argomenti che pare abbia più convinto gli elettori britannici a votare per la Brexit sia stata la campagna condotta, cifre alla mano, dallo stesso Gove e dal collega Boris Johnson a favore del sistema sanitario britannico. Secondo i due, dopo l’uscita dalla UE, il Regno Unito avrebbe potuto risparmiare in trasferimenti a Bruxelles  fino a 350 milioni di sterline (400 milioni di euro) alla settimana che potevano così essere dirottati verso l’amato NHS, il sistema sanitario nazionale. In altre cifre, 21 miliardi di sterline risparmiate ogni anno. Il numero era però solo formalmente giusto perché, deducendo lo sconto ottenuto dalla Thatcher, oltre  ai trasferimenti di Bruxelles verso Londra, la cifra si riduceva a 160 milioni (8,5 miliardi all’anno). Sempre un ammontare importante, ma senza alcun senso laddove bisogna ragionare in termini flussi dinamici, legati a molte variabili e non di quantità fisse che stanno nel salvadanaio. E’ un fatto che questa ossessiva campagna su quanto sia costata la UE agli inglesi non ha tenuto presente un altro numero, capace di fare ombra a tutte le cifre finora sbandierate. Si tratta della somma da pagare per il divorzio della UE, calcolata in base a tutti gli impegni pregressi presi da Londra come membro della Unione. In questi giorni pare che Governo britannico e Commissione UE stiano convergendo su un indennizzo pari a 40miliardi. Per quanto spalmabile su tanti anni è una cifra enorme. L’opinione pubblica, alla notizia, è rimasta scioccata e non a caso vari fautori della Brexit la stanno usando per alimentare l’odio verso la UE, dipinta come un avido vampiro. Nessuno finora si è però spinto fino a opporre un rifiuto secco, perché l’alternativa, ossia l’uscita del Regno Unito dalla UE senza condizioni e senza pagare il conto, porterebbe a un tracollo dell’economia britannica se Londra, dal giorno alla notte, si dovesse trovare a rinegoziare i propri trattati commerciali da zero con un’Europa fortemente ostile. E’ quindi molto probabile che Londra alla fine decida di pagare una buonuscita estremamente salata.

Così, il Paese dei contabili, stanco di pagare conti a una tirannica e burocratica UE, pare ormai pronto a sborsare una cifra enorme per andarsene. Ma vale veramente la pena? Per gli europei la UE è molto più di una unione economica, dato che è principalmente nata per portare stabilità a un Continente dilaniato da due guerre devastanti. Gli inglesi non ci hanno mai sentito da quell’orecchio, convinti di avere istituzioni e tradizioni democratiche superiori, che sarebbero state sminuite dalla messa in comune di sovranità. Il problema per i sostenitori di questa versione minimalista  si riduceva a una sola dimensione contabile, di costi e benefici, dato che sul fronte politico Londra non avrebbe mai concesso più di tanto. La beffa è che, a mano a mano che il tempo passa, ci si accorge che i bottegai vengono sconfitti sul loro stesso terreno, perché non hanno saputo fare  i conti. Chi di conti ferisce…