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La May si impone sul Governo con una Brexit-papocchio

I membri del Governo britannico hanno trovato un accordo comune sulla Brexit. Dopo mesi di cacofonia, con un cecchinaggio continuo contro Downing Street da direzioni opposte da parte degli oltranzisti remainers e leavers , Theresa May ha potuto dichiarare trionfalmente di avere raggiunto una posizione comune da presentare ai negoziatori di Bruxelles. Per raggiungere l’intesa, la May ha rinchiuso per un giorno intero tutti i membri del gabinetto nella sua residenza ufficiale di campagna, ai Chequers. Ha mostrato con dati alla mano l’impraticabilità di opzioni quali quella canadese e norvegese, oltre alla pericolosità di un’uscita dalla UE senza un accordo e ha presentato una posizione di compromesso preparata da tempo che ha almeno nella forma accontentato tutti. Finora l’intesa di principio è vergata su tre paginette e i più scettici aspettano di leggersi il restante centinaio di fogli nei dettagli. E’ un fatto però che da ora la May ha fatto chiaramente intendere di essere pronta a passare alla maniera forte e silurare qualsiasi ministro che osi ancora criticare pubblicamente la linea del Governo, che deve essere di “corresponsabilità collettiva”. Il tempo stringe ed è fondamentale presentarsi davanti ai negoziatori di Bruxelles con le idee chiare e una posizione unica.

Il papocchio della May consiste sostanzialmente in questo: accettazione di fatto, anche se non nei termini, di una unione doganale per beni industriali e agricoli, concessione di un rapporto speciale con i cittadini europei in UK e inglesi in Europa per facilitare la circolazione tra le due parti, accettazione parziale della giurisdizione della Corte Europea di Giustizia e pagamento di contributi alla UE in aree specifiche che siano di interesse per gli inglesi. Sul fronte dei servizi, Londra chiede però flessibilità nel divergere, con la creazione di un meccanismo istituzionale comune che interpreti le differenti legislazioni. Quanto ai Paesi non coperti da accordi con la UE, Londra si riserva piena libertà di fare accordi nel proprio esclusivo interesse.

Gli inglesi si riservano tramite il Parlamento di divergere legislando sul commercio. Quanto alla Corte europea di giustizia, Londra rispetterà le sue decisioni in ambito europeo e allo stesso tempo le corti inglesi faranno attenzione a procedere là dove si tratta di materia regolata da un corpo di esistenti regole comuni.

I Brexiters pare siano quelli usciti peggio dal confronto, dato che hanno dovuto accettare un’amara lezione di realtà economica. Nell’ultimo mese, le voci dei rappresentanti della Confindustria britannica si sono alzate sempre più alte, mettendo in guardia i politici che, davanti al rischio di una mancanza di accordo commerciale con la UE, tutte le grandi aziende industriali si sarebbero trovate costrette ad attraversare la Manica armi e bagagli per compensare l’impennata dei costi che sarebbe derivata dall’imposizione di tariffe UE. Il sogno romantico-infantile del Regno Unito che fiorisce e prospera, commerciando con il resto del mondo alle proprie esclusive condizioni, si è rivelato in tutta la sua fragilità.

Per fare un accordo bisogna essere peraltro in due e dalle prime reazioni di Bruxelles la UE non pare per nulla disposta a concedere un accordo che mantenga allineamento alle regole UE nei beni industriali e agricoli e permetta libertà ai prodotti finanziari, dove gli inglesi si sentono forti. Bruxelles non vuole accordi a la carte con Londra. Secondo alcuni osservatori, comunque saremmo davanti a uno spiraglio, nel senso che il “no” di Bruxelles non pare categorico ma condito da un piccolo “ma”.

E’ un fatto che Theresa May davanti a un partito lacerato tra due fazioni con una visione opposta del futuro ha  saputo giocare d’astuzia, mostrando di essere indispensabile a tenere assieme le varie componenti. Tutte le minacciate dimissioni dei giorni scorsi di incalliti Brexiters come Boris Johnson e David Davies non sono avvenute perché costoro, come l’eccentrico arci-brexitaro Jacob Rees Mogg, sarebbero stati costretti come passo successivo a chiedere la fine dei negoziati con Bruxelles e l’uscita “in purezza” del Regno Unito dalla UE senza rete di sostegno. Una responsabilità enorme, considerando che, a Bruxelles, a molti non importa un fico secco se Londra lasciasse la UE senza un accordo. E contrariamente a quanto i brexiters credono, sarebbe Londra a subire danni infinitamente maggiori di Bruxelles da un divorzio traumatico.

Per finire, la lezione che viene dalle ultime 48 ore è che dopo anni di accordi, legami, armonizzazioni giuridiche, consuetudini, aspettative consolidate, districarsi dalla  UE si sta dimostrando una “mission impossibile”. I Brexiters lo hanno dovuto capire trangugiando l’amara medicina dei fatti.  Ora si trovano nella terribile situazione di dovere accettare in prospettiva di fare parte per metà della UE, inglobando regole su cui non potranno avere alcuna influenza decisionale. Riducendo l’influenza del Regno Unito, anziché aumentandone prestigio e libertà. Un rischio che i Remainers avevano segnalato dall’inizio. Il problema dei Brexiters è che al di là di poche degne eccezioni, hanno tra le loro file poche persone che capiscono di economia. Al contrario. molti durante la campagna referendaria si sono vantati di infischiarsene di numeri e statistiche, puntando tutto su un’irresponsabile e a volte mal riposto ottimismo della volontà. Ora si apre la fiera delle illusioni e autoillusioni, per convincersi che siamo davanti a una Brexit onorevole e convincere il pubblico che Londra guadagnerà una reale indipendenza dall’Unione Europea anche in versione semi-distaccata.