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Un nuovo spettacolare autogol dei conservatori

Dopo l’autogol di David Cameron sul referendum europeo, indetto con l’obiettivo di vincerlo, salvo poi perderlo rovinosamente, ecco il nuovo autogol di Theresa May, che ha indetto elezioni anticipate con l’obiettivo di rafforzare la maggioranza di Governo e con essa il potere negoziale sulla Brexit, salvo poi perdere la maggioranza di Governo. I Governi conservatori britannici nati dopo la crisi finanziaria del 2008 continuano a inciampare su madornali errori di calcolo, sfornando leader modesti e miopi. Se c’era qualche dubbio sulle abilità di Theresa May, che ultimamente aveva indossato i panni del grande leader deciso a difendere la Brexit fino alle estreme conseguenze, questo è stato diradato dal voto di ieri. La Premier esce da queste elezioni rimpicciolita e fragile, in balia dell’appoggio esterno dei 10 deputati unionisti nordirlandesi del DUP  che le permettono una maggioranza sottile come un capello, minacciata a ogni stormir di fronda. Per Governare ci vogliono infatti 326 seggi e la May, che ne aveva 330 e puntava a sfondare facilmente quota 400, si trova oggi ridimensionata a 318. Considerando le difficoltà del negoziato con la UE sulla Brexit e gli instabili equilibri è virtualmente impossibile che questo Governo duri per una legislatura e sarà molto probabile che gli inglesi vengano nuovamente chiamati alle urne tra pochi mesi.

Convinta di partire da una posizione di forza inattaccabile e decisa a sferrare il colpo di grazia ai laburisti di Jeremy Corbyn, la May ha visto assottigliare i forti consensi iniziali di cui godeva (come Cameron all’inizio della campagna referendaria) a causa di una pessima campagna elettorale che ha messo a nudo le incongruenze dei Tory e ha lentamente svelato i pregi di coerenza di Corbyn, che è andato guadagnando consensi, specialmente sulle ali di una  recente partecipazione dei giovani alle urne. Questi, contrariamente ai tempi del referendum, sono usciti allo scoperto votando compatti contro le politiche di austerità del Governo. Così, in una perversa mescolanza tra fini e mezzi, ragioni di politica interna sono andate a impattare su quella estera. Il Paese è ora sull’orlo dell’ingovernabilità e a una settimana dall’avvio di un negoziato storico con la UE si trova in una grave crisi di rappresentanza. I due alleati principali che tengono la May a galla sono infatti Ruth Davidson, astro nascente del conservatorismo scozzese che ha portato 12 nuovi seggi ai Tory in un momento di estremo bisogno e che è stata una convinta oppositrice della Brexit e gli Unionisti nordirlandesi, a loro volta contrari a una Brexit pura e dura per timore di rovinare i rapporti con la vicina Irlanda. Se ciò congiura a un ammorbidimento della posizione sulla Brexit l’appoggio dell’improbabile binomio è d’altra parte un fattore di rischio, date le pesanti incongruenze: la Davidson è gay (presto si sposerà con l’attuale compagna) e ne sostiene a spada tratta i diritti acquisiti, mentre gli Unionisti dell’Ulster sono schierati sulla sponda opposta, con una visione ottocentesca della Bibbia.

Molti commentatori hanno fatto notare che la sconfitta della May può paradossalmente portare a un esito positivo: la posizione sulla Brexit che aveva assunto il Governo potrebbe ammorbidirsi e gli irriducibili come Boris Johnson e David Davies, fautori di una brutale uscita dalla UE, devono ora scendere a miti consigli. D’altra parte, malgrado un netto rafforzamento con il guadagno di 30 seggi, compreso quello finora inespugnabile di Kensington a Londra, i laburisti di Corbin non hanno sfondato come molti temevano e il Paese non ha imboccato la strada di un neo-socialismo pericoloso, con forti aumenti delle tasse e della spesa pubblica e abbandono totale delle politiche di austerità. E’ un’ amara consolazione quella di dover trarre conforto da una situazione di quasi ingovernabilità rispetto a un Conservatorismo ultra isolazionista o a un laburismo paleosocialista. Il fatto è che, a partire dallo sciagurato referendum indetto da Cameron, il Paese si è trovato costretto a votare scelte tanto complesse quanto cruciali poste con il peggiore tempismo possibile. Visioni confuse, spiegate male e male digerite dagli stessi che le hanno proposte. Scelte fatali in mano a leader politici di piccolo calibro, incapaci di essere all’altezza della situazione.

La gente ha peraltro votato mostrando di volere politiche ragionevoli: la stessa Nicola Sturgeon, la pasionaria dei nazionalisti scozzesi che ha puntato tutto sulla minaccia di secessione della Scozia, si è vista ridimensionare fortemente i deputati, calati da 56 a 35 a favore di conservatori e laburisti. Segno che anche gli scozzesi, dopo avere mandato un messaggio chiaro a Westminster sul desiderio di autonomia, non hanno intenzione di tirare la corda ulteriormente, fino a spaccare una Unione che dura da 300 anni.

Nei fatti, da oggi tutti i giochi sono aperti. Non sappiamo quanto durerà il nuovo Governo May uscito dalle urne, dato che rischia imboscate dietro a ogni angolo. Non sappiamo che piega prenderanno i negoziati sulla Brexit, con il rischio che si avvicendi al tavolo con Bruxelles più di un governo, con aspirazioni profondamente diverse e rappresentanti cambianti lungo il percorso. Non sappiamo quali saranno gli effetti nei prossimi mesi sull’economia britannica, che ha iniziato a dare vistosi segnali di rallentamento. La situazione è caotica. Non è però detto che dal caos non potranno emergere positive sorprese.

 

  • Enrica de Biasi |

    Grande Marco come sempre’

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