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Il metodo nella follia dell’antieuropeismo britannico

Provincialismo, patriottismo, nazionalismo e razzismo, nell’ordine ascendente verso il peggio, poggiano le loro basi nell’esaltazione di ciò che ci è vicino rispetto alla diversità di chi  è ignoto e lontano.  Si può partire dagli extraterrestri o dagli zombie d’oltretomba, per fare l’esempio più alieno, scendendo giù per i rami, fino alla tossica bega tra gli abitanti di due villaggi antistanti della stesso comune della stessa regione della stessa nazione. Di solito, nel caso del razzismo casalingo, la diffidenza si orienta verso minoranze ben delimitate (ebrei, zingari, terroni, musulmani per i cristiani e cristiani per i musulmani) e così via. Nell’era della globalizzazione in cui viviamo, il timore dell’ignoto e la diffidenza del diverso si sono riversati sulla mega-categoria degli extracomunitari che, in Europa, comprende tutto ciò che approssimativamente non è bianco e cristiano.  Sono storie tristi, ma purtroppo ricorrenti a misura che aumenta la pressione migratoria.

I sostenitori della Brexit si sono però spinti assai più lontano di tutti gli esperimenti precedenti, fino a compiere il “miracolo” intellettuale di alimentare subliminalmente l’ostilità contro gli stessi comunitari, ossia gli europei in senso lato, tutti quelli che stanno al di là della Manica. Ciò porta a un nuovo tipo di risentimento, non nel senso intra-europeo, che ha messo a ferro e fuoco il Vecchio Continente per secoli. L’esperimento confronta “loro” e “noi”, ossia i britannici da un lato e un monoblocco di altre 27 nazioni  viste senza alcuna differenziazione. Un’ostilità che ormai capita di leggere anche in alcuni britannici originari del Commonwealth (gli ex-extracomunitari), a cui non pare vero di guardare dall’alto in basso coloro che, finora, in virtù della cittadinanza UE, hanno goduto di gran parte dei diritti degli inglesi senza averne la nazionalità. Questo atteggiamento ostile, a differenza di quelli citati inizialmente, si può chiamare nazional-isolazionismo e si basa sui principi del negazionismo e del qualunquismo.

Il negazionismo innanzitutto. Difficili da distinguere per tratti somatici, cultura, etica del lavoro, affinità religiosa, abitudini alimentari, educazione e modo di vestire,  gli “europei” in Gran Bretagna sono intelligibili solo quando aprono bocca, parlando la loro lingua o, alle orecchie attente di un inglese, quando emettono un accento sbagliato. La cosa che fa più specie per un europeo, anche dopo anni che vive nel Regno Unito, è  il fatto che gran parte dei britannici, per quanto europeissimi agli occhi di un altro europeo o di chiunque faccia visita all’Europa proveniente da un altro continente, resta convinta di non essere europea. E ciò malgrado la lingua inglese, per fare soltanto un esempio illuminante, è la lingua più “europea” che esista, come felice crogiolo di anglo-celtico, sassone, vichingo, latino, francese e greco. Nessuna altra lingua europea ingloba tante lingue europee mescolate in armonia. La parola Europe per gli inglesi significa volutamente il Continente, in opposizione a Britain.

Convinti della loro diversità, per nulla interessati a scoprire le numerose affinità che hanno con i cugini d’Oltremanica,  o le differenze profonde tra europei che si distinguono tra loro quanto un inglese dagli altri europei, i nazional-isolazionisti si dichiarano diversi per principio, senza avere alcuna curiosità di capire i loro cugini, con cui hanno peraltro condiviso due millenni di storia, per cui sono morti nei secoli sui campi di battaglia e a cui ancora oggi rivolgono il 50% del loro commercio. E ciò anche in virtù di una stampa popolare che, fino alla Brexit, ignorava quasi completamente l’Europa, se non occupandosene disinformando o ridicolizzandola. Una disattenzione assurda, malgrado il fatto che 1,5 milioni di inglesi (3% della popolazione) risiedano sul continente in pianta stabile, spesso in pensione (la classe operaia sulla Costa do Sol..), mentre centinaia di migliaia d’altri possiedono proprietà di vacanza al caldo, in Francia Spagna, Portogallo, Grecia e Italia e milioni intrattengano rapporti di lavoro.

L’assunto di diversità iniziale permette di passare alla seconda fase qualunquista. Il monoblocco-monolito di 27 Paesi (circa 450 milioni di persone, si badi bene) viene dipinto dagli isolazionisti come un serbatoio di gente che, compatta come una testuggine romana, desidera soltanto sbarcare sull’isola per approfittare del sistema previdenziale e sanitario britannico. Poco importa che la Sanità britannica faccia acqua da tutte le parti e sia tutto tranne che un’attrazione per chi venga dal Continente. Anzi, spesso, per chi in Gran Bretagna ci abita, è qualcosa da cui fuggire al momento in cui si ammala seriamente.

A smentire ancora una volta la leggenda degli europei approfittatori giungono gli ultimi dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica (ONS) da cui emerge, come sottolinea il sito filo-europeo online In Facts, che gli europei residenti in Gran Bretagna lavorano come i muli, portano ricchezza, svolgono mansioni insostituibili e, soprattutto, non depredano la previdenza e la sanità britanniche. Sono in fatti i cittadini britannici a fare pressione sia sulla sanità sia sulla previdenza. Nella fascia che va dai 55 ai 64 anni, quando la pressione inizia a crescere, il 17% sono cittadini britannici, mentre solo il 6% sono residenti europei. Peraltro il 65% dei lavoratori europei (che pesano per il 7% della forza lavoro britannica di 30 milioni) sono costituiti da forze fresche di eta’ compresa tra i 20 e i 39 anni, rispetto al 42% dei britannici della stessa fascia di età.

Sono le tasse pagate dai giovani europei a pagare in buona parte per la vecchiaia dei cittadini britannici. Gli europei non sono insomma venuti a fare i lazzaroni e i parassiti, specie i temuti europei dell’Est, visti come lo spauracchio. Il 50% di costoro lavora oltre 40 ore alla settimana rispetto al 30% dei britannici. Certo ci sono più britannici disoccupati, ma il motivo risiede nel fatto che molti studiano, sono pensionati, disabili, o semplicemente non ci tengono a lavorare. Infine, molti Brexiters accusano gli Europei, specie dell’Est, di portare via i lavori a bassa qualificazione che potrebbero essere appannaggio dei lavoratori britannici. Anche in questo caso non è vero, dato che perfino gli Est europei meno avvantaggiati e qualificati fanno lavori relativamente qualificati, come capi reparto, parrucchieri, elettricisti, idraulici ecc.

Ciò porta alla triste conclusione che, per almeno un trentennio, sia sotto i conservatori sia i laburisti, i britannici di fascia bassa, a causa di politiche di Governo sbagliate, non hanno avuto modo di qualificarsi o riqualificarsi nei lavori di fascia medio bassa, seguendo scuole professionali, dato che queste sono andate scomparendo, contrariamente a molti altri Paesi europei. Così, mentre molti inglesi sono finiti in balia della previdenza sociale, i cugini europei, in particolare quelli dell’Est negli ultimi anni, ne hanno preso il lavoro, disponendo di migliore qualificazione professionale. E hanno pagato le tasse, mantenendo in parte la  disoccupazione degli inglesi.

Quello che preoccupa dei Brexiters è che stanno portando avanti una narrativa pericolosa, innanzitutto per il futuro della Gran Bretagna, avanzando argomenti emotivi e non radicati nei fatti, andando contro la tradizione pragmatica e analitica che per tre secoli ha fatto di questo Paese un faro per la civiltà occidentale.

 

  • s.v. |

    articolo esatto, che non tiene conto di una variabile, cioè il fatto che trattasi di un’isola e più o meno hanno questa mentalità tutti gli isolani.

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