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Marco Niada

Londra - Cosmopoli di Marco Niada

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SONDAGGIO: I BRITALIANI E LA CRISI

Il credit crunch a Londra inizia a farsi sentire. So di alcuni che hanno perso il lavoro alla Lehman Brothers. Altri sono stati vittime in altri istituti di credito della City. Molti faticano a trovare lavoro. E non sono solo nelle banche: vari professionisti iniziano a non trovare più facilmente e alcuni hanno perso il posto. Scrivete in questa pagina comunicando le vostre difficoltà o le soluzioni che avete escogitato. Ci sono settori in cui si trova ancora facilmente lavoro? E' peggio qui a Londra o in Italia? Qualcuno sta considerando di tornare? Dite la vostra. Create una comunità.

1 maggio 2013 - 20:04

Aiuti allo sviluppo: l'ultima grande bolla

Questa crisi finanziaria ci ha ormai frastornato talmente di numeri a 9,10,11 e 12 cifre che non riusciamo piu' a mantenere il  senso delle proporzioni. L'effetto leva del debito, i derivati, i prodotti strutturati e i valori nominali stentano a farci distinguere la realta' dalla fantasia. Eppure c'è un altro campo in cui i numeri sono a 9, 10 ,11 zeri e pertanto tutti buoni e reali, dato che escono direttamente dalle tasche dei contribuenti. E' il mondo degli aiuti internazionali allo sviluppo. Sono cifre enormi e altrettanto fuori controllo quanto quelle della finanza d'assalto. Dato che tali aiuti sono pubblici e dunque di nessuno e i Paesi recipienti sono spesso incapaci di gestirli o sono corrotti mentre il controllo del contribuente è tenue, si tratta di un fiume di danaro che si osserva scorrere sbadatamente. D'altronde chi mai si sentirebbe di togliere gli aiuti ai più bisognosi? Si sa da sempre, peraltro, che  i soldi della cooperazione non hanno sull'economia l'effetto preciso del colpo di carabina. Il contribuente deve dunque rassegnarsi all'uso del mitragliatore, sprecando un sacco di preziosi colpi per giungere con uno solo al bersaglio. Sono tanti soldi, centiniaia di miliardi all'anno. Sono soldi che in un grave momento di crisi come questo, in cui la gente si toglie il pane di bocca per aiutare i più deboli, dovrebbero essere gestiti con molta più attenzione. 

Mi trovo da 3 settimane in Afghanistan dove seguo un progetto di educazione per le scuole primarie e secondarie nel centro del Paese. L'Afghanistan è l'emblema di quanto non doveva e non deve essere fatto. Il Paese è stato letteralmente alluvionato da un massa di danaro, in massima parte americano, che non può assorbire, con il risultato di almentare corruzione, arricchire ex signori della guerra convertiti in mafiosi, far giungere soldi indirettamente ai Talibani, alimentare un'economia parallela fatta di contractor stranieri e ONG che ingrassano tra loro in un vortice di appalti e subappalti e tengono in piedi un'economia drogata nel senso letterale. Un ciclo kafkiano che non ha né capo né coda. Un gigantesco tumore, mille volte più grande dell'organo che ha attaccato come un prodotto derivato rispetto al valore sottogiacente.  L'Afghanistan è il caso emblematico di fallimento della cooperazione per un accavallarsi di sprechi, anacronismi, incroci tra fini e mezzi e interessi inconfessati che rischiano di danneggiare ancor più un Paese poverissimo che ha alle spalle 30 anni di conflitti.

E' un fallimento che ironicamente fatichiamo peraltro a quantificare, dato che il Paese ha un sistema statistico approssimativo e i numeri circolano in libertà. Una palestra di esperimenti fatta in gran parte da persone di buona volontà che operano però su un corpo moribondo con overdose di danaro piovuto dal cielo. Insomma, una quantità spropositata di pesci che stanno a marcire e non riescono a sfamare la gente al momento giusto invece che un numero adeguato di canne da pesca che ognuno impari a utilizzar. Una dose da cavallo di tempi moderni su un Paese medievale in cui stanno saltando i vecchi equilibri tribali senza che esista un nuovo corpo sociale adatto e uno Stato adeguato che raccolga la sfida. Con un decimo dei 100 miliardi di dollari d'aiuti erogati finora si sarebbe potuto fare lo stesso se non meglio. Controlli, accuratezza, competenza, programmazione, mandano un investimento a buon fine. Infatti questi soldi devono essere visti come investimenti sul futuro del Paese. Vanno curati con la stessa meticolosità che ci mette un privato a seguire i propri investimenti. Purtroppo l'economia di mercato come diceva Adam Smith in massima parte funziona sull'egoismo dei privati mentre l'altruismo pubblico è figlio di troppi padri ed è,  al meglio, pasticcione. 

La grave recessione che stiamo attraversando deve spingerci a pensare gli aiuti allo sviluppo in modo diverso. Ci sono migliaia di casi di piccole ONG di successo. Ci sono Governi, come quello olandese, che operano con intelligenza con programmi volti ad esempio a stimolare gli istinti imprenditoriali degli afghani che si trovano ormai in un gorgo di dipendenza dagli aiuti stranieri . Per far partire un motore bisogna miscelare la giusta dose di benzina nel carburatore. Se il flusso è troppo il motore si ingolfa. E' un lusso che i Paesi sviluppati non possono piu' permettersi. L'aiuto allo sviluppo, fondamentale per ragioni umanitarie, va ripensato sempre più in modo pratico e imprenditoriale . Peraltro questa grande bolla d'aiuti figlia dell'inerzia dei bei tempi di un Occidente ricco è destinata inevitabilmente a sgonfiarsi. Il denaro facile è finito, anche in questo campo.

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8 aprile 2013 - 21:13

La lady di ferro che esplorò la frontiera tra individualismo ed egoismo

E' stata indubbiamente la più grande figura politica britannica della seconda metà del XX secolo e uno dei grandi personaggi politici europei del dopoguerra. A guardare le immagini che scorrono sul video delle foto opportunità in cui importanti uomini politici britannici hanno posato accanto a lei, da John Major, a Tony Blair, passando per Gordon Brown e David Cameron, tutti appaiono, per quanto in diversa misura, dei nani al confronto di Margaret Thatcher.  La Lady di Ferro ha infatti avuto la grande forza di invertire il corso della storia di un Paese che era ormai moribondo, senza energie, in deindustrializzazione verticale, schiavo di un sindacalismo galoppante di matrice trotzkista (altro che i nostri sindacati italiani) che teneva in pugno la cittadinanza con scioperi selvaggi e capillari. Riuscì a ridare energia e orgoglio a una nazione che era diventata il grande malato d'Europa.

Margaret Thatcher ha invertito la rotta di una super petroliera che era diretta contro gli scogli, ha fermato il pendolo, imprimendo una brusca controspinta, della cui inerzia la Gran Bretagna vive di rendita ancor oggi. Ebbe il coraggio leonino di prendere di petto sindacati onnipotenti in una battaglia durata anni (il solo sciopero dei minatori durò oltre un anno), di fare la guerra all'Argentina spedendo una flotta rabberciata agli antipodi per difendere poche centinaia di cittadini inglesi (anglofoni da capo a piedi) nelle sperdute isole Falkland. Riuscì ad avviare un radicale processo di privatizzazioni e liberalizzazioni, dando nuova linfa a scassate industrie di Stato e ponendo le basi di un un mercato del lavoro flessibile e competitivo che venne imitato in varie forme in tutta Europa. Reintrodusse una sana concorrenza che stimolò gli spiriti animali assopiti negli inglesi. Insomma, come ha detto il suo successore, John Major, "fu una vera forza della natura".

Ebbi la fortuna di intervistarla alla fine del 1992, quando non era più Primo ministro da due anni. Il tema era quello delle privatizzazioni, materia in cui Londra avrebbe poi fatto scuola in mezzo mondo. Rimasi impressionato dalla perentorietà delle sue affermazioni, ispirate dalla fede nel mercato e nella concorrenza. Lo sguardo fisso e penetrante, ipnotico, quasi posseduto, il sentenziare che non ammetteva repliche mi eran parsi al limite dell'autismo. La sua sicurezza granitica, il suo tirare dritto senza esitazioni, mi convinsero di essere di fronte a una pila atomica, a una forza irresistibile che non ammetteva l'esistenza di ostacoli. Fu un panzer, uno schiacciasassi che dava poco spazio alla dialettica. Non a caso finì vittima di una lotta intestina di partito che ormai la sopportava a fatica.

Le sue certezze portarono a grandi distruzioni, laddove si finiva nell'occhio del ciclone del suo rinnovamento, come accadde alla vecchia industria britannica. Crearono forti divisioni tra coloro che la adoravano e coloro che la odiavano. Molti di questi ultimi, alla notizia del suo decesso, hanno festeggiato. Segno che un Paese che venne diviso dalla sua azione politiche mostra ancora ferite che non riesce a rimairginare.

Non ebbe la fortuna di godere dei risultati delle riforme radicali che aveva avviato. Durante la sua era l'economia si mosse a sobbalzi e quando se ne andò, lasciò il Paese nel bel mezzo di una dura recessione. L'altra metà delle privatizzazioni venne portata a termine da John Major, sotto cui l'economia britannica iniziò a fiorire e, paradossalmente, dallo stesso Blair, che presiedette a una vera età dell'oro. Blair, per quanto laburista,  mantenne la flessibilità del mercato del lavoro a testimonianza della bontà dell'impostazione data dalla Thatcher.

Nella visione thatcheriana c'erano però i semi di quelli che si rivelarono i limiti del liberismo. Il sano individualismo anglosassone su cui fece leva la Lady di Ferro, il concetto di self reliance, l'autosufficienza, tanto osannata da uno dei padri della cultura capitalista, lo scrittore Daniel Defoe nel famoso Robinson Crusoe, iniziarono a inquinare il tessuto sociale inglese di egoismo. Presero sempre più piede grettezza, avidità, tornaconto personale, megalomania, come riferiscono oggi le cronache giudiziarie degli eccessi della City degli anni della bolla finanziaria. Il buon sceriffo Gary Cooper, il cavaliere solitario che in Mezzogiorno di Fuoco si mette a servizio di una comunità, liberandola da prepotenti banditi , ossia l'individualista con coscienza sociale, cedette la strada al bruto edonista, assorbito nel proprio lifestyle, intento a contare il proprio successo al totalizzatore. Una categoria di persone ossessionata a misurare le proprie performance fino al paradosso di perire nella dismisura, annegando in una finanza fuori controllo.

Illuminante fu per me la frase della Thatcher sulla politica: "There is no such thing as society" non esiste una cosa chiamata società, esistono solo degli individui che si associano. Credo che questa convinzione granitica portasse in grembo una tara fondamentale che avrebbe rivelato in futuro in tutti i suoi limiti. Homo homini lupus, diceva una altro pensatore britannico, Thomas Hobbes. Senza un minimo di solidarietà e senso della comunità la vita associata diventa una giungla dove vincono i più forti. Non a caso 30 anni dopo The Economist, tempio del pensiero economico liberale, ha dedicato una copertina al modello scandinavo. Tutto sommato, si sono detti i giornalisti del settimanale nato nel culto del mercato, la via di mezzo è forse la miglior strada. Per arrivarci a volte servono però forti scosse. E la Thatcher passerà alla storia per essere riuscita a sottoporre il Paese a una terapia d'urto che ai tempi si era resa necessaria. 

 

 

 

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31 marzo 2013 - 20:40

La Chiesa Anglicana debole e divisa cerca il rilancio con Welby

Sara' l'effetto tonico di Papa Francesco, sarà il galoppante secolarismo che sostituisce l'idolatria delle celebrities alla vita dei santi e al trascendente, ma in questi giorni la Chiesa Anglicana pare aver trovato nuove energie. Se andranno a buon fine, ossia verso il rafforzamento della Chiesa o finiranno disperse ancora di più, solo il tempo potrà dire.

Il primo problema è che la Chiesa d'Inghilterra è sempre più snobbata dalla gente comune e annegata in un minestrone multireligioso "on demand" che ha ridimensionato al lumicino quella che è in fondo ancora la Chiesa di stato inglese. Lord Carey, ex arcivescovo di Canterbury, l'autorità religiosa più importante della Chiesa Anglicana, a questo proposito è stato chiaro. L'ex primate ha alzato la voce un paio di giorni fa, attaccando frontalmente il premier David Cameron, reo di secolarismo spinto, al punto, a suo dire, " da fare sentire i cristiani marginalizzati" in casa loro. Cameron ha risposto dicendo quanto tenga in alta considerazione la Chiesa e i suoi insegnamenti ma è un fatto che deve rendere conto a un elettorato ultra variegato.

Peraltro il problema della Chiesa Anglicana è stato quello di essersi adattata sempre più alle esigenze della società moderna con l'arrivo delle donne prete e il dibattito sull'apertura ai vescovi gay al punto di spaccarsi in due con una mela con la componente del Terzo Mondo, specie quella africana, che mantiene ferocemente la barra sulle tradizioni e contesta inglesi e americani. Oggi Justin Welby, nuovo primate e successore di Rowan Williams (a sua volta successore di Carey) ha riconosciuto le divisioni, dicendo che la priorità del suo mandto saranno il dialogo e la ricerca dell'unità. Welby ha insomma chiesto tempo e coprensione, affermando che anche i vescovi sono fallibili e ciò che conta è la buona volontà per muovere la Chiesa d'Inghilterra nella giusta direzione.

Welby, che prima di ordinarsi prete aveva in gioventù fatto il businessman lavorando nell'industria petrolifera, è visto come un uomo che ha l'esperienza mondana necessaria per tenere assieme una Chiesa sempre più turbata. La Chiesa Anglicana in questi anni ha perso fedeli e preti a favore della Chiesa cattolica proprio per avere strizzato troppo l'occhio al secolarismo. Ora la "concorrenza" di Papa Francesco con il suo mix di umiltà e tradizione rischia di aumentare ancora di più la pressione sulla chiesa anglicana. E Welby dovrà attingere a risorse ben altre che quelle del mondo petrolifero.

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26 marzo 2013 - 19:32

Cameron attacca gli immigrati ma ha i numeri sbagliati

Quando la crisi economica morde le carni di un Paese, anche una nazione tradizionalmente aperta al mondo come la Gran Bretagna inizia a chiudersi a riccio. Col rischio di perdere la testa e il senso della misura e compiere un pericoloso autogol. David Cameron da tempo sta alzando la voce anche perchè è sempre più incalzato alla propria destra dal partito UKIP di Nick Farage che sta mietendo crescenti successi con una posizione antieuropea e anti immigrazione. Recentemente in un discorso a Ipswich Cameron ha alzato il tiro, mettendo in chiaro che il servizio sanitario britannico < è nazionale e non internazionale >  che gli immigrati, anche europei (dei 27 stati della EEA) dopo 6 mesi che non trovano lavoro, anche se lo avevano e poi lo hanno perso, saranno sempre benvenuti  in UK ma a spese loro. In altre parole, non potranno più usufruire dei vantaggi dello Stato sociale in termini di edilizia popolare o, appunto, abusando del servizio sanitario nazionale (NHS).

La voce grossa di Cameron deriva da un motivo concreto ma inconfessabile: l'apertura delle porte a immigrati da Bulgaria e Romania dopo che la Gran Bretagna era riuscita ad arginarli con un periodo di mora di 5 anni. Dato che gli abitanti di questi Paesi vedono la Gran Bretagna la Mecca verso cui emigrare, gli inglesi in piena crisi, temono uno sbarco in massa. Da qui la necessità proposta da Cameron di sottoporre gli immigrati a test di inglese che se non superati doverranno un fattore fortemente penalizzante. Insomma, in una parola il Welfare State si va arroccando a favore degli inglesi escludendo i "cattivi" stranieri che ne abusano. La retorica è la stessa in tutti i Paesi ma si scontra con la realta' dei fatti. Infatti normalmente gli immigrati sono quelli che hanno più voglia di lavorare e prendere rischi mentre gli autoctoni vivono a spese dello Stato. Anzi, a spingere il ragionamento all'estremo, sono gli immigrati a pagare lo stato sociale delle fasce basse della popolazione che vive di sussidi. Secondo un recente studio della università UCL su un campione di immigrati est europei, è emerso che costoro hanno ripagato allo stato inglese in tasse dirette e indirette il 37% in più di quanto hanno ricevuto. Per quanto riguarda l'abitazione, il 18% ha vissuto in abitazioni popolare sussidiate, in linea con i cittadini inglesi. Dunque non sono venuti a portare via case agli inglesi. Secondo un altro studio, l'edilizia sociale affittata a immigranti è salita si' del 40% tra il 2007 e 2008  e 2011 e 2012 ma ha contato per il solo 9% del totale. Inoltre, gli imprenditori immigrati sono numerosissimi come pure gli studenti extracomunitari che portano un sacco di soldi alle Università.  Molti sono peraltro altamente qualificati. Londra ha costruito la propria fortuna su di loro.

Se gli immigrati non portano dunque via posti di lavoro agli inglesi, dato che li mantengono nel welfare e portano ricchezza al Paese con un saldo netto tra dare e avere, Cameron deve stare molto attento a non gettare il bambino con l'acqua sporca... Per questo motivo le critiche vengono anche all'interno del suo partito, dove molti hanno chiaro in mente l'enorme contributo degli stranieri all'economia britannica. 

Peraltro il Governo ha mostrato di trovarsi in crescenti difficoltà nella politica di immigrazione prendendo la decisione di riformare, anzi, abolire la UK Border Agency organismo che aveva creato ad hoc per controllare l'immigrazione in modo mirato. L'Agenzia, che dipendeva dal ministero degli Interni ma aveva libertà operativa, ora finirà direttamente sotto le sue dipendenze e verrà divisa operativamente in due: un ramo gestirà la concessione dei visti e un altro l'applicazione della legge. La decisione segue quella presa un anno fa di togliere un primo pezzo dall'agenzia, la Uk Border Force, che si occupa della gestione day to day. Ora segue una nuova frammentazione. Il ministro Theresa May, annunciando la decisione, ha detto che l'agenzia era diventata troppo autonoma e poco trasparente. Con il risultato di essere oberata da centinaia di migliaia di casi arretrati che attendono una conclusione. Insomma, il Governo Cameron fa la voce grossa ma allo stesso tempo ammette di non avere il controllo della situazione.

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9 marzo 2013 - 19:37

L'incredibile boom dell'auto britannica

 

L'industria dell'auto britannica sta attraversando una seconda giovinezza. Il Paese più de-industrializzato d'Europa sta infatti incubando un nuovo miracolo automobilistico. Mentre Italia e Francia sono alle corde e gli stessi Stati Uniti non se la passano bene, la Gran Bretagna ha innestato le marce alte, mettendosi alle costole degli imbattibili tedeschi, anche se questi restano irraggiungibili con quasi 6 milioni di auto prodotte.  Secondo rielaborazioni pubblicate oggi sul  Financial Times da Peter Marsh, massimo esperto manifatturiero del giornale inglese, l'inarrestabile boom produttivo, che ha superato lo scorso anno la soglia di 1,5 milioni di unità, dovrebbe passare di slancio la marca dei 2 milioni di unità, per la precisione 2,07 milioni, nel 2017. Secondo uno studio dello scorso anno della SMMT (Society of Motor Manufacturers and Traders) l'associazione britannica del settore, la produzione potrebbe addirittura superare i 2,2 milioni con un anno di anticipo, ossia nel 2016 . Gli addetti del settore, attualmente 140mila, potrebbero per quella data raggiungere la barriera dei 160mila. Se il picco produttivo avanzato dalle previsioni fosse raggiunto, si tratterebbe per la Gran Bretagna del record assoluto di tutti i tempi, più elevato del massimo di 2,1 milioni di unità raggiunto nel 1970, anno d'oro delle quattroruote Made in England.

Come è stata possibile questa rinascita? Tutti ricordiamo il tracollo dell'auto britannica negli anni '70, una caduta verticale che portò la produzione a un minimo di 1,3 milioni di unità nel 1980. Tutti ricordiamo anche il recupero successivo degli anni '80 e '90 grazie agli investimenti in impianti produttivi delle tre grandi case giapponesi (Nissan, Honda e Toyota) e alla forte presenza di tutti i maggiori produttori mondiali, americani ed europei compresi. La vendita di tutti i marchi britannici agli stranieri (Bentley, Rolls Royce, Rover-Mini, Jaguar, MG), oltre alla politica della porta aperta alle grandi case estere, permisero alla produzione automobilistica britannica di raggiungere il picco di 1,97 milioni nel 1998. Le Cassandre continuavano però a ripetere che era un boom che non poteva durare, dato che era alimentato esclusivamente da produttori stranieri che in Gran Bretagna assemblavano ed erano pronti a fare le valigie per muoversi su mercati più efficienti al primo stormir di foglia. Gli impianti di assemblaggio, oltre a garantire poco valore aggiunto, fornivano peraltro posti di lavoro ridotti rispetto alle case che mantenevano salde le loro radici nei mercati nazionali. I detrattori ebbero parziale soddisfazione dopo la crisi del 2008: la produzione britannica cadde in picchiata, toccando il minimo storico di 1,1 milioni nel 2009. Da allora la rimonta si è nuovamente dimostrata bruciante. Basta guardare peraltro alle dinamiche: gli 1,57 milioni di pezzi del 2012 sono in aumento dell'8% sul 2011, mentre paesi come spagna e Francia che producono ancora sopra gli 1,9 milioni, sono in netta frenata con un calo rispettivo di auto prodotte del 12% e del 17% sul 2011. Per l'Italia, che ha prodotto meno di 700mila unità lo scorso anno con un calo del 15%, è meglio stendere un pietoso velo.

La terza rinascita dell'auto britannica si basa su un impasto di ingredienti che fanno appello al passato (ottima mano d'opera qualificata, mercato del lavoro flessibile, facilitazioni in termini finanziari) a cui si aggiunge certo la debolezza della sterlina, ma anche una nuova apertura internazionale che punta sui mercati emergenti, quali India e Cina, oltre agli USA che restano sempre sulla mappa, con prodotti di fascia alta quali Range Rover, Mini, Jaguar, Rolls Royce, Bentley che hanno un successo travolgente presso i nuovi ricchi del pianeta. Basti pensare che le auto destinate a Russia e Cina hanno avuto un aumento del 9% di vendite lo scorso anno e che comunque ben 8 su 10 auto prodotte in Gran Bretagna sono oggi destinate ai mercati esteri . Circa un terzo del totale va ai mercati emergenti. Non ultimo pesa il fattore dei proprietari di auto inglesi dei Paesi emergenti, come l'indiana Tata, che ha comprato Jaguar e Land Rover e che meglio di ogni altro è capace di convogliare tali prodotti di fascia alta sui propri mercati domestici. Tutto questo ha spinto i produttori a scommettere nuovamente sulla Gran Bretagna: dal 2010 tra Tata,  giapponesi e BMW le grandi case straniere hanno investito be 10 miliardi di sterline (12 miliardi di euro) sul rilancio dell'auto britannica.

Insomma, l'approccio mercenario e aperto dei britannici sta pagando per la terza volta in un contesto completamente diverso. Coscienti di non potere combattere da soli, gli inglesi hanno messo a disposizione degli stranieri il meglio della propria mano d'opera e capacità ingegneristica. Delegano tutto e lasciano che le forze del mercato operino da sè. La formula funziona. I nazionalismi automobilistici vanno forse bene ancora per chi le auto le sa fare come tedeschi e giapponesi. per gli altri l'apertura al mondo è l'unica via di salvezza come ha provato Londra. Speriamo che Chrysler sia per la Fiat l'ancora della salvezza. Certo è che l'Italia doveva muoversi con 20 anni d'anticipo quando le case straniere mostravano interesse per alcuni nostri marchi come l'Alfa Romeo. O i giapponesi sarebbero sbarcati volentieri a casa nostra. Ma allora fu proprio Fiat a fare ostruzionismo per tenere fuori il temuto straniero. 

 

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7 marzo 2013 - 20:46

Cameron cavalca l'austerità a lancia in resta

Cambiare il corso rigoroso della politica economica britannica significherebbe "ritornare nell'abisso". David Cameron ha messo in chiaro senza mezzi termini di non avere alcuna intenzione di fare marcia indietro sulla politica di austerità. Il premier britannico ha voluto sostenere pubblicamente il proprio ministro delle Finanze, il Cancelliere George Osborne, che è sempre più bersaglio di critiche per non volere deflettere da una linea che secondo molti sta strangolando l'economia del Paese: vari economisti sono infatti convinti che siamo alle soglie di una terza recessione dato che c'è un rischio molto elevato che anche il trimestre in corso, dopo l'ultimo dello scorso anno, si saldi con una crescita negativa.

Cameron si trova di fronte al dilemma che lacera tutti i leader europei. L'austerità non crea crescita e alimenta l'impopolarità. Dopo cinque anni di crisi economica anche gli inglesi hanno perso la loro flemma e iniziano a brontolare sonoramente. La flessibilità del mercato del lavoro non basta infatti più e la disoccupazione giovanile è in continuo aumento, anche a Londra dove ha raggiunto il 25% dei giovani tra i 16 e i 24 anni. Oltre ad essere attaccato continuamente dai laburisti secondo i quali è necessario ridare ossigeno alla domanda il premier britannico è continuo oggetto di pressioni da parte degli alleati liberaldemocratici. Il ministro dell'Industria liberaldemocratico Vince Cable, da tempo voce fuori dal coro, ha ribadito recentemente che il paese dovrebbe tornare a prendere a prestito per fare ripartire la domanda. La linea dell'allentamento dell'austerità è peraltro da tempo quella dei laburisti secondo cui la politica del Governo " è stata un totale fallimento". Cameron ha  detto che "secondo alcuni non dovremmo prendere decisioni forti per uscire dal debito. Dicono che la strategia di riduzione del deficit danneggia la crescita e dovremmo tornare a prendere a prestito. Secondo costoro esiste il magico albero dei danari. La verità è che non esiste". E non esiste in particolare in Gran Bretagna dove i laburisti hanno costruito un ciclo di benessere sulla creazione del debito pubblico e privato. Fino a che il meccanismo è saltato e il debito privato è stato convertito in pubblico passando dal 40% all'80% del pil con un deficit dal 3 al 10%. Tornare a indebitarsi per combattere il debito non è in effetti una strategia vincente. Specie in Gran Bretagna dove la produttività è bassa e le iniezioni di danaro che già la Banca d'Inghilterra ha somministrato per 375 miliardi di sterline, non hanno avuto effetto.

"Stiamo facendo delle dure scelte per il nostro futuro ma sono giuste e non ci sono alternative" ha detto Cameron. Indietro non si torna. La cinghia va tirata ancora di un buco. La quaresima continua ed è tutto da provare, come sostengono gli economisti che a fine anno vedremo la luce in fondo al tunnel. Il futuro porta sempre con sè una speranza e parlare di futuro non costa niente. 

 

 

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23 febbraio 2013 - 18:46

Bye bye, triple A...

E cosi' Londra ha perso la tripla A. Il downgrading dell'agenzia di rating Moody's è certamente una notizia shock perchè era dal 1978 che il rating della Gran Bretagna non subiva tagli. Inoltre,  era uno dei tre grandi Paesi industrializzati rimasti con tutti i galloni intatti assieme a Germania e Canada. Vista con uno sguardo più pacato si tratta d'altra parte di una non- notizia, perchè ormai anche i sassi sapevano che l'economia britannica stava andando assai peggio di quanto apparisse o volesse far apparire. Il rating, peraltro, non si concentra sul pil o altre amenità macroeconomiche legate a indicatori di crescita, ma semplicemente sul debito. Questo pareva sotto controllo in virtù della politica rigorista del Governo Cameron ma il crescente indebolimento dell'economia del Paese ha cambiato lo scenario.

Bisogna peraltro ricordare che Londra ha dato lezioni di indebitamento a tutto il mondo, dato che ha accumulato uno dei peggiori debiti privati del pianeta, nascosto per anni sotto il tappeto di un virtuoso debito pubblico, esattamente l'opposto del nostro Paese. Il Governo Cameron, nella persona del cancelliere (ministro del Tesoro) George Osborne, ha condotto una politica di austerità lacrime e sangue che inizialmente ha funzionato tenendo a bada il rating ma con l'andare del tempo, come è capitato ad altri Paesi, l'austerità ha iniziato a incidere sulla crescita, giungendo al risultato opposto di non ridurre più se non a far ricrescere il debito a causa di una crescita anemica. Nell'ultimo trimestre del 2012 va ricordato per la cronaca che l'economia britannica ha messo a segno una terza marcia inidietro dall'inizio della crisi nel 2008, registrando un - 0,3%. Osborne ha fatto oggi  buon viso a cattivo gioco, ammetendo che il Paese ha un problema col debito, ma ha anche ribadito che proprio per questo motivo la sua ricetta non cambia. I laburisti, che della montagna di debiti su cui siede il Paese sono i massimi responsabili, hanno attaccato Osborne chiedendogli di adottare subito politiche meno rigoriste. Intanto, era ormai un paio di mesi che la sterlina aveva iniziato a scivolare pesantemente, dato che si rumoreggiava di un possibile taglio del rating. Peraltro questo era nell'aria, considerando che tutte e te le grandi agenzie (S&P e Fitch oltre alla già citata) avevano messo sotto osservazione il debito del Paese. 

Così da oggi la Gran Bretagna è ufficialmente nel club degli azzoppati. I francesi, che si misurano, a volte ossessivamente, sempre con i cugini d'Oltremanica ed erano rimasti infuriati dal loro recente downgrading, ora possono finalmente placarsi. Anche la Gran Bretagna è caduta dall'Olimpo. Un Olimpo ormai da tempo immeritato. Era ora. 

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17 febbraio 2013 - 18:42

Patente? No, grazie, sono un giovane inglese

I giovani inglesi hanno sempre più l'allergia all'automobile. I costi astronomici delle assicurazioni per i neopatentati, la crisi economica, che ha inciso fortemente sulla disoccupazione giovanile e dunque sui redditi, il boom delle comunicazioni via internet, l'aumento dei viaggi a lunga distanza in posti esotici, l'utilizzo crescente dei trasporti pubblici e una tendenza al minimalismo, hanno allontato i ventenni, in particolare londinesi, dal mondo delle quattroruote. Quella che, osservando il proprio figlio e i suoi coetanei, è stata una con statazione amara per uno di una generazione di autofili come me, che ha raggiunto la sublimazione andando e tornando dall'India a bordo di una Land Rover di seconda mano nel lontano 1975, ha ormai ottenuto dignità statistica. Secondo il Financial Times, infatti,  negli ultimi 5 anni, il numero di giovani tra i 17 e i 19 anni che ha preso la patente in Gran Bretagna è crollato di un quinto. Inoltre, quelli che hanno preso la patente, hanno comunque ridotto l'uso delle auto. Il fenomeno non è peraltro confinato alla sola Gran Bretagna, ma sta dilagando in modo evidente anche in Giappone, Stati Uniti e nella stessa Germania, patria della meccanica e fucina delle migliori auto del mondo. Il FT cita peraltro proprio un ricercatore tedesco, il dottor Thobias Kuhnimhof della Mobility Research, centro studi sostenuto dalla leggendaria BMW, secondo cui < ci sono forti indicazioni di profondi cambiamenti di atteggiamento nel mondo dei trasporti tra i giovani adulti dei Paesi industrializzati >. Le ragioni economiche le abbiamo elencate già: basti aggiungere che in Gran Bretagna, dove i costi assisurativi per i giovani sono folli rispetto ad altri paesi, mentre la polizza RC auto per gli ultracinquantenni è aumentata del 20% negli ultimi due anni, quella per i giovani di età tra i 17 e 22 anni è salita dell'80% a una media di 1600 sterline (2mila euro) l'anno. Costi del genere incidono ovviamente. Ma quello che mi pare sempre più evidente è un cambiamento culturale, per cui l'auto non fa più status. E cio' avviene indipendentemente dai fattori economici. La prova giunge da uno studio dell'Imperial College, da cui risulta che tra il 1996 e il 2010, i chilometri percorsi in auto dai giovani di età compresa tra i 16 e i 29 anni è crollato del 50% a Londra e del 33% nel resto del Paese. Sarebbe interessante che qualcuno facesse un studio a proposito sull'uso delle biciclette, che  si è moltiplicato in modo esponenziale a Londra nell'ultimo decennio. Lo stesso sindaco di Londra, Boris Johnson, incarna questa tendenza spostandosi in bici non appena può. Sapendo di alimentare la propria immagine modernista. Johnson non è solo e vari ministri, compreso lo stesso premier David Cameron, sono colti regolarmente dagli obiettivi dei media mentre vanno in giro per la capitale in bicicletta. Mi domando quando i nostri politici e uomini di potere o poterini, che fanno carte false per poter girare su un'auto blu, si accorgeranno di questi profondi cambiamenti. Evidentemente, è il caso di dirlo, sono rimasti indietro un giro... 

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15 febbraio 2013 - 19:48

L'amara impotenza di Mervyn King, re di danari

Forse quando se ne andrà in giugno, l'economia britannica avrà finalmente innestato la ripresa. Ma per Mervyn King,  Governatore uscente della Banca d'Inghilterra, sarà una magra soddisfazione. Lascerà infatti il Paese in mezzo al guado, con la prospettiva di non rivedere lo stesso livello di pil raggiunto nel 2008  fino al 2015, e quello pro-capite nel 2018, come prevede il think tank Niesr. Sarà infatti una ripresina, come lo stesso King ha lasciato intendere mercoledì scorso durante il consueto rapporto sull'inflazione, l'ultimo redatto sotto la sua supervisione. E, comunque, l'inflazione resterà alta, sopra la soglia del 2% almeno fino al 2014, con un picco  del 3% in vista per questa estate. Peraltro, ha messo in chiaro King, ci sarà ben poco che la Banca Centrale potrà fare per accelerare la ripresa. Dopo avere stampato carta per 375 miliardi di sterline dal 2009 a oggi, l'economia certo non è precipitata ma è andata avanti a sobbalzi, con due recessioni e mezza, se si conta la recente contrazione di fine 2012.

 King è stato come le due facce della luna: una brillante dal 2003 al 2008 quando ha presieduto la grande bolla finanziaria del secolo e nei 5 anni dopo, una lunga quaresima, di cui non si è vista ancora la fine. Non si può dire che abbia fatto molto per frenare i bollori  degli anni d'oro né ora per rilanciare un'economia moribonda. Ha lanciato recentemente segnali prudenti al successore Mark Carney che ha dato segni di voler allentare un poco i cordoni del rigore. King ha detto infatti che per ora è meglio lasciare le cose come stanno, perchè in un Paese a bassa produttività come il Regno Unito il rischio di uno stimolo è quello di fabbricare ancora più inflazione. Peraltro l'aumento dei prezzi in un quadro di economia stagnante non ha fatto che erodere potere d'acquisto agli inglesi, i cui standard di vita sono tornati ai livelli del 2003.

King è stato a volte troppo rigido. Come quando si era incaponito a lasciar fallire la banca Northern Rock con il rischio di creare una incontrollabile reazione a catena e poi è rimasto riluttante nello stampare carta con lo stesso entusiasmo degli americani. Hs mostrato istinti conservatori, convinto che le banche non possono prendere rischi sperando di farla franca (il cosiddetto "moral hazard") Alla fine, davanti alla prospettiva di un terremoto sistemico ha attaccato il carro ai buoi del pensiero dominante anglosassone dando la stura al cosiddetto quantitative easing. Mercoledì ha però emesso nuovamente un lamento, facendo notare che la politica di quantitative easing  ha ormai esaurito la spinta propulsiva. Ha detto che allo stato la Banca Centrale non può fare molto di piú. Un messaggio un poco nichilista, insomma, di un uomo amaro, cosciente di non essere riuscito, nei dieci anni passati sul trono della Bank of England a fare molto per tamponare il peggiore crack dal dopoguerra e a fare ripartire l'economia. Se ripresa ci sarà, infatti, ha detto King, sarà anemica e a sobbalzi. Secondo il Niesr, peraltro, sarà la più lenta uscita da una recessione da un secolo a questa parte.  Tempo comunque per King di passare la mano. Troppo provato dagli eventi ha perso ogni entusiasmo.

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12 febbraio 2013 - 19:53

Le dimissioni del Papa nel mondo del posto fisso...

Il mito del posto fisso, proprio in Italia, Paese in cui è idolatrato,  è  definitivamente infranto. Anche il Papa, con la sorprendente decisione di dimettersi, pare aver fatto le spese dell'era della frenesia. L'era in cui si vive all'insegna dell'effimero e del volatile, del precariato e dove ad alto livello, specialmente nelle public companies, si ricoprono posizioni di vertice stando in sella con la stessa incertezza di chi partecipa a un rodeo, è stata fatale al Santo Padre. Almeno così sembra ai detrattori, che lo accusano di essersi comportato più da manager che da sant'uomo. Il Pontefice ha motivato la propria decisione dicendo che stava diventando troppo fragile per  i compiti che era chiamato ad adempiere. A quasi 86 anni, a pensarci bene, non ha tutti i torti, immaginando i viaggi che lo aspettavano ai quattro angoli del mondo, i discorsi, le visite, le celebrazioni e i continui inginocchiamenti, che a una certa età diventano sempre più problematici.

Con una decisione temeraria, Benedetto XVI ha dunque deciso di gettare l'abito papale alle ortiche e scegliere il prepensionamento e una quarta età contemplativa. Molti, come il sottoscritto, lo hanno ammirato. Per prendere una decisione del genere, praticamente senza precedenti, ci vuole coraggio da vendere. Tanti però non hanno condiviso la scelta, dicendo che un Papa deve restare al proprio posto di combattimento fino alla fine, costi quel che costi. L'esempio del predecessore Giovanni Paolo II parla da sè. Ancora è davanti ai nostri occhi l'immagine del Papa polacco sempre più contorto e sofferente che porta la croce del proprio impegno fino alla fine. Un papa eroico nel gesto, anche se nella sostanza, date le condizioni in cui si trovava, aveva inevitabilmente delegato la gestione del pontificato alla Curia, guidata ai tempi proprio da Ratzinger. Forse, memore di questo, il Papa tedesco, da buon teutonico, ha anteposto la qualità del lavoro che era chiamato a svolgere al dovere di farlo a qualsiasi condizione. Lo aveva peraltro preannunciato in un'intervista, dicendo che quando uno < non è più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l'incarico >  deve andarsene.

Nessun Papa aveva preso una decisione del genere. Ossia soltanto sette nella storia di 265 papi. L'ultimo era stato Gregorio XII nel 1415, paraltro cotretto dal Concilio di Costanza. Il piu' illustre immortalato da Dante fu Celestino V, che dopo 5 mesi di pontificato passò la mano 718 anni fa per tornare a fare l'eremita. Anch'egli  sarebbe in effetti  stato costretto a dimettersi dal successore Bonifacio VIII. Una versione che Dante non fa peraltro propria, dando a Celestino del pusillanime e mettendolo tra gli ignavi,  all'anticamera dell'Inferno, tra quelli che nella vita non hanno saputo decidere. Il sommo poeta lo bollò come  < colui che fece di viltade il gran rifiuto >. Insomma non era un Alpha male, come dicono nella City, un combattente. Eppure io trovo nelle dimissioni di Benedetto XVI che non sono inquinate dal sospetto di spinte o manovre di palazzo come nel Medioevo, un grande coraggio. Oltre a una gran coerenza, che si era dimenticata nella notte dei tempi: secondo il monaco Enzo Bianchi Papa Ratzinger avrebbe infatti ricalcato un precedente ancora più illustre,che tutti parevano avere dimenticato: quello di Pietro, padre della Chiesa, che in tarda età < decise di andare in altro luogo > staccando la spina alla predicazione e al proselitismo per pensare probabilmente all'anima sua.

Le dimissioni del Papa sono state colte con interesse in Gran Bretagna, dove alcuni hanno fatto notare che la Regina Elisabetta, che compirà 87 anni il 21 aprile, esattamente uno più del Papa (che li compie il 16) è ancora arzilla e in piena forma, al punto da essersi esibita lo scorso anno, in un simbolico pseudo-lancio con paracadute assieme a James Bond all'inaugurazione dei Giochi Olimpici. Il rovescio della medaglia di tanto dinamismo è che, non mollando lo scettro, Sua Maestà umilia il figlio Carlo, che si trova a quasi 64 anni nella veste di "ragazzo vecchio" in eterna attesa di ereditare il trono. Nel Paese delle public companies, della rotazione frenetica di posti di lavoro e delle cariche manageriali, la Regina si comporta come un padre padrone retrivo di una delle tante aziende famigliari italiane, dove il titolare non molla mai il mazzo e crea problemi di successione che portano alla rovina dell'azienda. D'altra parte in Italia, dove è stato eretto un altare al posto fisso e appunto abbondano i padroncini egotici che non badano alla successione, nientemeno che il Papa in persona decide di dimettersi. Vista in modo manageriale e operativo e messo da parte l'aspetto ultraterreno della nomina ispirata dalla volontà divina, sul piano umano lo trovo un esempio edificante per molti italiani, comprese tante facce arcinote e  più o meno potenti che si dimenano in questi giorni in campagna elettorale. 

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