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La distinzione tra UE ed Europa costerà cara ai Brexiter

Boris Johnson, massimo alfiere dei Brexiter, ossia quelli che sostengono l’addio alla UE, lo ha ripetuto più volte, sia durante la campagna per il referendum sia negli ultimi mesi: lasciare la UE non significa lasciare l’Europa, con cui il Regno Unito ha un legame millenario in termini di cultura, valori e stile di vita.  Il sodalizio tra inglesi ed europei resterà forte nel settore Difesa e nella cooperazione tra polizie contro le minacce internazionali, oltre ripartire su nuove basi commerciali. Tutto andrà per il meglio nel migliore dei mondi, fuori dalle vischiose ragnatele della UE. La distinzione sulle prime ha avuto successo ed è stata fatta propria da altri politici europei critici della UE, accusata  essere sclerotica e burocratica e indifferente alle istanze della gente comune. Con l’andare del tempo, questo argomento si sta però sciogliendo come neve al sole. E gli esegeti dei Brexiter si stanno defilando sempre più.

Prima di tutto Johnson e i suoi correligionari (la Brexit sta prendendo sempre più i tratti di un credo irrazionale non basato sui fatti) non spiegano perché Paesi che già liberamente commerciavano da secoli abbiano deciso di creare un mercato unico per ottimizzare e potenziare le loro economie. Non è un caso che l’economia britannica sia decollata per la verticale con una forte crescita commerciale in virtù dell’appartenenza per 40 anni alla UE. In effetti i Brexiter non vorrebbero cambiare di una virgola il legame commerciale che, se potessero, rinegozierebbero alle stesse condizioni, ma non ci vogliono più sentire sul tema della libera circolazione dei cittadini, su cui la UE non ha intenzione di transigere.

A mano a mano che il tempo passa gli inglesi (che ora sarebbero in maggioranza per rimanere secondo gli ultimi sondaggi della società demoscopia You Gov) si stanno peraltro rendendo conto che la UE significa tante altre cose, come la giurisdizione della Corte Europea di Giustizia, i diritti dell’uomo, le agenzie specializzate come l’EBA (European Banking Authority) che vigila sulle banche europee o l’agenzia del farmaco (che Milano si è candidata a ospitare) che sono destinate ad andarsene, una forte riduzione dei fondi alle Università inglesi per il calo delle sovvenzioni europee e i rapporti con l’Agenzia spaziale europea (ESA) o il CERN (energia atomica) per fare alcuni esempi. Inoltre, nella Difesa, malgrado il Regno Unito sia parte della Nato, la possibile creazione di un esercito europeo che tagli fuori Londra rischia di isolarla anche sul piano militare dove, peraltro, i tagli alle spese della Difesa di questi anni stanno rendendo il Paese sempre più irrilevante.

Un altro aspetto che si sta rendendo evidente è il risentimento che la partenza di Londra sta creando tra gli altri Paesi europei. Per quanto la Commissione e i Governi degli altri Paesi Ue mantengano un atteggiamento cordiale,  non è un mistero che lo sgambetto della Brexit ha creato inizialmente il panico tra le cancellerie europee che temevano che il referendum inglese fosse il segnale d’avvio della disgregazione della UE. Come tutti sanno, paradossalmente l’effetto si è poi rivelato opposto, perché la UE ha fatto quadrato e gli Europei si sono accorti dei danni che gli inglesi stanno infliggendo a se stessi. E’ un fatto però che, nel caso i negoziati saltassero (mai come ora paiono più sprofondati nelle sabbie mobili) e gli inglesi decidessero di fare saltare il banco decidendo di ripartire da zero con le regole minime del WTO, l’organizzazione commerciale mondiale, gli altri europei dovranno ripartirsi i costi del brusco addio. Da un lato sostenendo i costi di progetti comuni che erano stati appoggiati da Londra e dall’altro riducendo altri programmi perché non più finanziati da Londra. Sono programmi che vengono valutati tra i 50 e i 100 miliardi di euro a seconda dei metodi di calcolo. Peraltro, dopo 7 mesi dall’avvio dei negoziati, gli inglesi non hanno ancora accettato un metodo condiviso per calcolare i costi del divorzio. Anche in questo caso siamo in alto mare.

Infine, non vanno dimenticati gli oltre 3 milioni di europei che vivono in Gran Bretagna e che, dopo la sorpresa iniziale, sono stati presi successivamente dallo sgomento e ora da paranoia e rabbia. Paranoia, perché non sanno che diritti verranno loro riconosciuti e in che condizioni potranno restare nel Paese e rabbia per essere ora trattati come cittadini di seconda classe e merce di scambio nel negoziato. Basta scorrere i vari social network che fanno riferimento ai cittadini europei in UK per rendersi conto di quanto lo scontento generale sia salito. E’ un fatto che, qualsiasi cosa succeda, il rapporto tra gli europei residenti in UK e gli inglesi si è incrinato. Molti europei hanno peraltro deciso di andarsene. Una decisione che non si prende a cuor leggero, specie per chi ha vissuto tanti anni, in quella che ritenevano una seconda patria. Una decisione che, quando è presa, diventa irreversibile. Europei professionalmente qualificati e affluenti che se ne vanno sono una perdita secca per il Regno Unito. Quello che è peggio è che non conserveranno un buon ricordo di un Paese che li ha “traditi” e faranno parte di una lunga lista di europei che, contrariamente alle fantasie di Boris Johnson sui legami storici e culturali, tenderanno a mantenere risentimento anche in futuro.

Conclusione generale: ci accorgiamo che dopo 60 anni dagli esordi quella che oggi è la UE è sempre più difficile da distinguere dall’Europa e che il conto dei Brexit  di mantenere una distinzione è stato un grave errore.

  • Emanuele Frati |

    Un intero articolo non inutile, perché fa capire sempre più quanto – purtroppo – sia inutile il vostro giornale. Comunque la faziosità ostinata e continua ormai paga sempre meno in termini di vendita. Quindi complimenti per il dono di questo livello di informazione, per il quale non siete comunque soli, ancora una volta purtroppo.

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