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La mattanza tecnologica dei posti di lavoro

La caduta del Governo Renzi? Poca cosa. La Brexit? Solo un fastidio. L’arrivo di Trump alla Casa Bianca? Niente di speciale, a meno che non metta il mondo in pericolo con una politica internazionale scellerata. La vera fonte di preoccupazione che dovrebbe toglierci il sonno è meno appariscente, ma assai più profonda e inesorabile e viene dalla rivoluzione tecnologica che sta sterminando posti di lavoro poco qualificati, disintermediabili e computerizzabili. E’ d’altronde una delle grandi cause primarie che ha portato all’acuto malessere politico degli ultimi anni.

La perdita di posti di lavoro a causa dell’innovazione tecnologica è già accaduta, a partire dalla metà del XIX secolo, con la rivoluzione industriale. Ora si sta ripetendo sotto i nostri occhi. Allora la tecnologia, con buona pace dei Luddisti, che si ribellavano all’arrivo delle macchine, sfasciandole, innestò un circolo virtuoso che, nel lungo termine, creò centinaia di milioni di nuovi posti di lavoro. Oggi l’esperienza si sta ripetendo ma, per il momento, stiamo urtandoci soltanto contro l’aspetto distruttivo delle nuove tecnologie. Per ogni app che qualche giovane virtuoso inventa, facendo danaro a palate e attraendo l’ammirazione del pubblico che ne beneficia da consumatore, c’è la concreta possibilità che l’invenzione porti alla demolizione di numerosi posti di lavoro. D’altra parte le aziende a forte contenuto tecnologico funzionano con un pugno di nuovi dipendenti.  Alcuni giovani milionari in più e migliaia di lavori tradizionali evaporati. E un nuovo passo verso la polarizzazione della ricchezza, tra chi è sulla cresta dell’onda dell’economia della conoscenza e chi non è in grado di districarsene entrando in un circolo virtuoso di frustrazione, rabbia, crisi d’identità e senso di inutilità sociale, senza menzionare la probabile perdita del posto di lavoro…

Allarmismo? Forse sì, ma mi pare di essere in buona compagnia, considerando che ad alzare i toni un paio di giorni fa è stato lo stesso Governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, che da qualche tempo mette sempre più in guardia dai crescenti rischi di polarizzazione della ricchezza. L’ultimo grido di dolore Carney lo ha lanciato a Liverpool dove, in un discorso davanti ai giovani dell’Università John Moores, ha detto che < ci troviamo nel bel mezzo di una rivoluzione tecnologica che sta cambiando la natura del lavoro >. Secondo Carney < la sfida di fondo è che, assieme a grandi benefici, ogni rivoluzione tecnologica distrugge senza pietà posti di lavoro e condizioni di vita >. Il Governatore ha ricordato che è già capitato quando l’industria ha dislocato enormi masse dall’agricoltura, quando l’economia dei servizi ha falcidiato lavori nell’industria e oggi < lo sgretolamento di lavori eseguiti dalle classi medie attraverso macchine intelligenti e globalizzazione >. Carney ha messo il dito sulla piaga affermando che < c’è una crescente ansietà verso il futuro del mondo del lavoro > e che ciò rischia di portare a un rifiuto della globalizzazione, del libero scambio e della società aperta in cui abbiamo finora vissuto prosperando.

Qualche cifra sul prossimo mondo del lavoro? Allacciate le cinture, perché sono numeri da fare paura, anche se si tratta delle solite proiezioni,  tutte da provare in futuro. Secondo Carney, la distruzione in atto potrebbe portare all’eliminazione di 15 milioni di posti di lavoro nel solo Regno Unito, sostituiti da robot e altre forme d’automazione.  Secondo uno studio dell’Università di Oxford, all’interno dell’area Ocse ben il 57% dei posti di lavoro è a rischio di automazione. In particolare, secondo uno studio di Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, i lavori a rischio negli USA sarebbero il 47% del totale degli occupati, nel Regno Unito il 35% e in Giappone il 49%. Motivo di queste variazioni il fatto che le economie di questi Paesi hanno mansioni più o meno creative. Più il lavoro è creativo e meno è a rischio di distruzione da parte delle macchine (internet, robot, intelligenza artificiale con vari algoritmi a seguito). Lo stesso studio assegna una probabilità più o meno elevata di distruzione di un lavoro da parte dell’automazione. I primi a finire sotto la ghigliottina sono quelli che operano nel telemarketing, con una probabilità (meglio, la quasi certezza) del 99% di sparire, seguiti da contabili e commercialisti con il 94%, venditori al dettaglio col 92%, scrittori tecnici con l’89%, agenti immobiliari (86%) tipografi e word processors (81%), operatori di macchinari (65%) piloti commerciali (65%) addirittura economisti (43%) e.. attori (37%). Saranno praticamente inamovibili lavori quali i pompieri (17% di chance di essere sostituiti) e ancor meno esponenti del clero (0,008%) gli inossidabili dentisti (0,004%) e terapisti di ogni genere, che paiono per nulla intaccati dall’evoluzione di questo mondo del lavoro (0,003%)…! Tempi? Non tanto lunghi. Nel giro di un decennio dovremmo già assistere a cambiamenti significativi.

Quale la cura? Carney ha parlato di necessità di riqualificazione continua, perché la gente dovrà abituarsi a cambiare numerosi lavori nell’arco della vita lavorativa. Il Governatore ha peraltro evidenziato aspetti positivi, accennando alle immense possibilità  che aprono le stampanti a 3 dimensioni nella manifattura, o la possibilità di comunicare in tempo reale su internet. Insomma, se domani ho una idea, posso concretizzarla con una bella stampante 3D e poi comunicarla al mondo. Immaginate quanti di noi diverranno imprenditori di successo.. Sinceramente non sono molto convinto di questo Bengodi che ci attende. Se tutti i lavori ripetitivi e automatizzzabili verranno sostituiti e ammesso che genereranno sufficiente ricchezza da mantenere quelli che si troveranno senza lavoro, una competizione puramente creativa rischia a mio avviso di creare fortissimi effetti darwiniani. E quelli che resteranno indietro? Frustrati e arrabbiati? Riceveranno un appannaggio statale per oziare? E nell’ozio saranno felici? Mi torna a mente la società comunista di Marx il cui esito finale sarà quello di distribuire a ognuno secondo le sue necessità. Ma mi sembra che stiamo andando troppo lontano con la fantasia. Per ora pavento soltanto un periodo duro, che potrebbe portarci a una grave crisi politica e sociale. Le avvisaglie si vedono già…