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Il limbo degli europei vittime della Brexit

Che fine faranno i 4,5 milioni di europei che si sono trovati impigliati nella rete del referendum sulla Brexit? Sarà di sicuro il tormentone che ci accompagnerà nei prossimi mesi, dal momento che, malgrado le assicurazioni di principio del Governo britannico sul desiderio di non colpire i 3 milioni di residenti europei in Gran Bretagna, la situazione è assai nebulosa. Theresa May, nell’ultimo incontro con Matteo Renzi a Roma, ha detto di non prevedere alcun cambiamento al loro status, ma si è anche affrettata ad aggiungere che molto dipenderà dalla sorte dei circa 1,5 milioni di inglesi che risiedono nella UE.

E’  triste constatarlo, ma questa legione di cittadini che hanno preso rischi veri, lasciando casa per inventarsi un’altra vita all’estero, fiduciosi nelle leggi UE sulla libera circolazione delle persone, si sentono traditi e sono quanto mai tra color che son sospesi. In gran parte, i cittadini britannici all’estero sono pensionati che vogliono godersi la vita sulle rive del Mediterraneo o esponenti delle classi medio alte, dirigenti e quadri delle aziende britanniche in Europa, o proprietarie di case in Spagna, Italia o Francia. E’ infatti assai raro incontrare un cameriere o un cuoco, un muratore o un lavoratore manuale di origine britannica dalle nostre parti, anche perché le classi deboli d’Oltre Manica godono di un generoso welfare in casa propria, paradossalmente in parte sostenuto proprio dalle tasse che pagano gli europei che in Gran Bretagna lavorano. Questi chiedendo pochissimo all’assistenza sociale britannica, pari al 6% de totale.

Diversa la sorte degli europei in Gran Bretagna, che coprono tutte le caselle dell’economia, dalla finanza agli studi legali, passando per architettura, design, moda, sanità, ristorazione e accademia.  Che sarà di loro? Che sarà delle loro pensioni se sono residenti da tanti anni o, se giovani, diventeranno vittime di un sistema di anzianità di residenza e conteggio del benessere secondo cui otterranno la luce verde per restare in base ai punti accumulati e alla continuità del lavoro? E poi come classificarli? In virtù della libera circolazione dei cittadini UE, finora in Gran Bretagna non esisteva un censimento degli europei, dato che bastava il passaporto UE per integrarsi nella società britannica. Ora la Brexit crea la triste prospettiva del districare gli europei dagli inglesi, per catalogarli e classificarli, con la prospettiva di chiedere prove di residenza retroattive, permessi di lavoro, danaro in banca e quant’altro. Un test cruciale sarà nei prossimi mesi, dato che, in attesa di uscire dalla UE, molti inglesi chiedono a gran voce che venga posto un bando temporaneo alle nuove ondate di europei che sarebbero tentati in tutta fretta di stabilirsi prima che venga alzato il ponte levatoio sull’isola.

Come tutto ciò che è seguito al referendum, dal momento che nulla è stato ancora negoziato, viviamo per ora nel reame delle congetture. Basti però pensare che il contributo degli europei all’economia britannica è enorme e non è interesse di nessuno di procedere a deportazioni nello stile dei figli della mezzanotte del libro di Salman Rushdie, quando nel 1947 scattò la partizione tra India e Pakistan con un esodo biblico da ambo le parti. Non sono assolutamente tra chi crede che ci saranno esodi. E’ impensabile allo stato delle cose, anche perché, se prendessero piede, vorrà dire che l’Europa in cui abbiamo finora vissuto si sgretolerebbe, col ritorno ai nazionalismi che portarono alle due guerre mondiali. Con l’aggravante che questa volta si tratterebbe di una marcia indietro con espulsioni a causa di una decisione crudele imposta d’un tratto a gente che viveva serenamente integrata. Un crudele atto ostile che equivarrebbe quasi a una guerra…

Pensare che 1/3 dei calciatori della Premier League provengono da paesi europei, come il 5% di coloro che lavorano nel servizio sanitario nazionale e degli studenti stranieri in ambito universitario e post diploma, pari a 125mila persone, di cui oltre 10 mila italiani. Per non parlare di una enorme quantità di docenti nei vari atenei e ricercatori. Oltre a circa un quinto dei finanzieri della City, a gran parte della mano d’opera nelle costruzioni, settore in cui gli inglesi sono stati quasi annientati da polacchi e molti Est Europei per scarsa qualificazione.

Una cosa già da ora pare certa: questo processo sarà una manna per legali, commercialisti, consulenti e azzeccagarbugli di ogni genere che imporranno costi aggiuntivi su chi viveva tranquillamente del proprio lavoro e si trova costretto a ripensare la propria vita. Con tanta buona pace all’accusa contro la burocrazia europea.. Se quello era il costo da pagare per vivere come abbiamo vissuto finora credo che si rivelerà minimo rispetto a quanto attende ai residenti di ambo le parti nei prossimi anni. Non solo un problema di soldi ma un vero rompicapo per aggiornarsi nei dettagli su come cambierà la nostra vita, da tasse, pensioni, permessi, controlli, con mesi se non anni di una spiacevole impressione di precarietà.