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Marco Niada

Londra - Cosmopoli di Marco Niada

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maggio 2012

20 maggio 2012 - 11:33

La public company non brilla piú

Lo spunto ci viene dall'ultimo numero di The Economist, in occasione della quotazione di Facebook. A prima vista un collocamento che valuta un network sociale 104 miliardi di dollari è indice che la Borsa è ancora la via maestra per dare mezzi freschi alle aziende e arricchire l'intera società, facendo partecipare gli azionisti. Ma il giovane Mark Zuckerberg, tra l'altro neo sposo (auguri a lui), ha seguito un percorso sofferto per arrivarci e ha comunque fatto in modo di controllare la maggioranza dei diritti di voto. Il settimanale britannico rivela peraltro che il numero delle società quotate nei mercati maturi è sceso fortemente nell'ultimo quindicennio: dal 1997 a oggi il calo è stato del 38% in Nordamerica e addirittura del 48% in Gran Bretagna: quasi una su due. Lo stesso vale per le nuove quotazioni: gli Ipo sono calati in America da una media di 311 l'anno tra il 1980 e il 2000 a 99 l'anno tra il 2001 e il 2011. E l'ecatombe peggiore la si è registrata tra piccole e medie aziende che, da una media di 165 l'anno tra il 1980 e il 2000, sono crollate a 30 nel decennio successivo. Proprio le aziende che hanno piú bisogno della Borsa per crescere sono ora quelle che la rifuggono. Recentemente, Giovanni Recordati, patron dell'omonima casa farmaceutica italiana quotata in Borsa, ha detto che se potesse tornare indietro non si sarebbe mai affacciato al listino di Milano.

Che sta succedendo? Tanti fattori stanno congiurando contro. Da un lato i costi della burocrazia di una quotazione in termini di leggi e regolamenti da ottemperare si stanno rivelando sempre piú soffocanti. Dall'altro la pressione degli azionisti, in particolare degli investitori professionali, per risultati di breve termine sta diventando troppo insistente, obbligando il management a sacrificare il lungo termine per strategie di breve. Tale atteggiamento crea una mentalità del mordi e fuggi, con pacchetti di remunerazione congegnati su risultati a breve e sempre piú disallineati agli interessi degli azionisti. Imprenditori e manager che sono legati da un cordone ombelicale all'azienda che hanno creato come Zuckerberg e molti capitani di industria italiani sono dunque molto reticenti a fare il salto in Borsa per timore di consegnare l'azienda nelle mani di "manger mercenari" che nel giro di pochi anni la stravolgono e spolpano come locuste incassando per parte loro grassi pacchetti di danaro.

Tutto in parte vero, alla luce delle recente rivolte contro i bonus di banchieri e top manager che hanno continuato a moltiplicarsi le prebende, mentre le aziende che guidavano andavano male. Ma il clima rivendicativo di questi tempi non deve spingerci a un giudizio tutto negativo sulle public company. Queste sono le uniche realtà aziendali che, raccogliendo danaro fresco sul mercato, permettono la creazione di nuovi poli di benessere: come nota il settimanale, che fine avrebbero fatto Google o Apple se una volta cresciute si fossero vendute alla IBM per incapacità di trovare fondi. Avrebbero mantenuto la stessa originalità e creatività sotto una massa di vecchi manager prepotenti e invidiosi? Inoltre, non dimentichiamo che il grande successo del capitalismo americano, che ha permesso a tutti di partecipare al benessere che si creava è giunto dalle public company. Mentre le aziende del signor Rossi o Bianchi hanno arricchito le rispettive famiglie, qualche dipendente e un poco di ambiente circostante.

E allora? Allora, come sempre, la risposta sta in un'osservazione banale: gli eccessi fanno danno. Gli eccessi del capitalismo famigliare portano a un'economia asfittica, ma gli eccessi del capitalismo delle public company dove nessuno era piú sotto controllo, dove manager avidi hanno predato le aziende in cui lavoravano comportandosi in modo irresponsabile e ignorando l'interesse di fondo degli azionisti hanno causato forti danni economici e sociali. Danni ben maggiori data la dimensione delle aziende coinvolte e la quantità degli azionisti il cui benessere da loro dipendeva. Ora è tempo di riprendere le redini in mano e ripensare nuovi modelli che creino maggiori responsabilità. Che evitano che si avvicendi un manager che gioca a Monopoli all'imprenditore che ha costruito un gioiello nell'arco di una vita.  Questa crisi serve anche a questo: a trovare un nuovo punto di equilibrio.  

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18 maggio 2012 - 19:53

I bonus della City stanno evaporando

La grave crisi economica in corso e le battaglie sempre piú nerborute da parte di investitori desiderosi di vedere allineate le performance delle aziende quotate con le retribuzioni dei top manager che le guidano stanno avendo un effetto irresistibile di freno sulle retribuzioni. I bonus relativi all'anno fiscale in corso (2012/13) dovrebbero infatti crollare ai minimi dal 1998. Secondo uno studio del CEBR (Centre for Economics and Business Research) i bonus dovrebbero scendere infatti a 2,3 miliardi di sterline (2,8 miliardi di euro) al di sotto del minimo di 2,5 miliardi toccato nel 1998. Lontani i tempi d'oro del 2006-2007 quando, complice la grande bolla finanziaria, i bonus pagati ai dirigenti delle public company raggiunsero rispettivamente 11,4 e 11,6 miliardi di sterline. Una massa di danaro che poteva da sola sostenere buona parte dell'economia della capitale.

Ora la musica è cambiata completamente. Dopo un crollo a 5,3 miliardi nel 2009 sulla scia del crack della Lehman nel 2008 e una ripresa a 7,4 e 6,8 miliardi rispettivamente nel biennio 2010-2011, i bonus sono tornati a cadere a 4,4 miliardi nel 2011, con la prospettiva di dimezzare ulteriormente nell'anno in corso. Il che riflette certamente il pessimo andamento dell'economia: come tutti avvertiamo, quest'anno la crisi rischia infatti di mordere ancora di piú che nel 2009. Ma, soprattutto, riflette un clima regolamentare severo, dettato da ragioni politiche. Il Governo inglese si appresta infatti a passare una legge che lega le retribuzioni al voto degli azionisti in modo indissolubile. Una volta il voto era indicativo, ora diventa cogente. Si sta discutendo ora la soglia di voto. Il ministro del businesss Vince Cable sta spingendo per un gradimento degli azionisti non inferiore al 75%. Il che significa per i top manager un forte controllo da parte della proprietà. Il direttore del CEBR non poteva sintetizzare piú felicemente i nuovi tempi dicendo che < il bonus oggi é il tuo lavoro e non aspettarti molto di piú >.  Di questi tempi, d'altronde, avere un lavoro ben pagato è già un grande privilegio.

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5 maggio 2012 - 19:05

Boris II, il ritorno di un comico alla guida di Londra

Boris Johnson ha vinto l'elezione a sindaco di Londra per un'incollatura, contro l'eterno rivale Ken Livingstone, che gli ha concesso l'onore delle armi e, dopo oltre 40 anni di militanza, ha annunciato il ritiro dalla vita politica. Un successo ottenuto per un'incollatura in termini percentuali, ossia 51,5% a 48,5%, ma un mare di preferenze in termini assoluti, dato che a separare il sindaco rientrante dallo sfidante è stata una marea di 62mila voti che di solito bastano per assicurare la vittoria in un collegio nazionale a un politico di razza. Johnson di voti ne ha presi 1,05 milioni, una quantità sterminata, che prova quanto diverse dalla norma siano le elezioni del primo cittadino rispetto alle politiche. L'elogio migliore alla vittoria di Boris, un conservatore anomalo, è peraltro giunto dallo stesso Ken, un socialista anomalo. Livingstone ha detto che la vittoria di Boris è ancora più importante considerando la rotta dei conservatori alle amministrative che si svolgevano in parallelo nel Paese. Una rotta a cui ha fatto da contraltare la forte avanzata dei laburisti. Un'ammissione implicita da parte di Ken di avere fatto meno bene del proprio partito. Senza Boris in altre parole, Ken avrebbe stravinto sull'onda dei voti che il suo partito ha ottenuto nel resto del Paese. Ma cosa fa di Boris Johnson una macchina da guerra elettorale? Credo sia il fatto che la sua personalità e il suo approccio politico lo rendono unico nel panorama politico britannico. Possono altri conservatori ispirarsi a lui per riacciuffare i consensi perduti?  

Sulla personalità credo ci sia poco da fare per gli ispiranti imitatori. Boris Johnson è un fuoriclasse: è bonariamente arguto come Roberto Benigni, ma non è arrabbiato come Beppe Grillo: è un comico di talento che ispira una simpatia contagiosa con battute che oscillano tra il nonsenso e il surrealismo. Non si prende mai sul serio, mette tutti a proprio agio, ha la battuta fulminante ed è in totale sintonia con se stesso. Oltre a essere una delle migliori penne del giornalismo inglese, ha un senso delle spirito travolgente che lo ha visto ospite, prima di entrare seriamente in politica,  in numerose trasmissioni umoristiche televisive. E' un comico nato, come dicevo, ma non un buffone, di quelli che nella politica nostrana ne abbiamo da vendere. Per me un buffone è uno che fa ridere involontariamente mentre si impegna al massimo a essere serio ma si rende ridicolo perché è incapace di essere all'altezza della situazione. Boris ha una forte cultura classica affinata a Oxford, ha militato tra le fila dei conservatori da sempre, ha diretto (Spectator)  e vicediretto (Daily Telegraph) giornali conservatori importanti. Ha tutti gli istinti conservatori perché é contrario all'euro, é per la legge e l'ordine, è allergico allo Stato invadente e assistenziale e non tollera gli sprechi. Ma é allo stesso tempo moderno dato che è in favore dei diritti delle minoranze, sostiene i diritti dei gay (senza farsene paladino) e la multietnicità del nuovo mondo in cui viviamo: una convinzione che fa parte della sua vita dato che la moglie Marina è per metà di origine indiana. Infine ha una capacità innata di mescolarsi tra la gente, in virtù di una fortissima umanità. E' adorato dalle donne (il cui voto è stato massiccio in suo favore)  proprio per il calore che propaga e l'impressione che dà di stare bene con se stesso.

A Londra non ha fatto cose strabilianti, ma ha tagliato i costi esorbitanti ereditati da Livingstone, ha accelerato sull'introduzione delle biciclette, ha ridotto l'invasione di bus snodati di Ken per reintrodurre quelli più maneggevoli a due piani. Ha lottato contro la criminalità e ha fatto un poco demagogicamente la voce grossa contro i sindacati della metropolitana, riscuotendo consensi.  Non ha avuto grandi trovate ideologiche e finora neppure grandi trovate amministrative se non l'idea di rifare di sana pianta l'aeroporto cittadino sull'estuario del Tamigi per decongestionare la capitale. Un'idea ottima ma fantasiosa, dati i costi enormi e i tempi biblici che comporterebbe. Soprattutto, dato che Londra è a corto di soldi, ha cercato di ovviare alla sua impotenza di agire con tanta buona volontà. Per i conservatori, che si stanno alienando sempre più dalla gente comune che soffre enormemente daquesta recessione, Boris è soprattutto una lezione di stile e di empatia. Contrariamente a Cameron e a Osborne che agli occhi della gente tradiscono in continuazione le loro origini privilegiate. E dire che sia Boris sia David Cameron sono andati entrambi a Eton, il liceo privato più esclusivo del Paese. Ma Boris, forte forse di una personalità debordante, è riuscito a mettere alle spalle il connotato di classe, mentre gli altri suoi compagni di strada paiono rimanere impigliati. Un conservatorismo dal volto umano, che sia più vicino ai problemi della gente. Questa forse è la lezione che ha dato Johnson, in un periodo in cui la gente ha voltato le spalle alle ideologie socialiste ma non tollera piu' i privilegi e le discriminazioni. Londra su questo fronte incarna un campionario umano importante. E il sindaco comico che resta ancorato nel buonsenso riesce a interpretarlo meglio di chiunque.

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2 maggio 2012 - 0:16

La tortura dell'acqua sulle economie europee

Il tipo di tortura è vecchio come il mondo: si immerge in un secchio d'acqua il capo della vittima fino a quando questa entra in un'apnea insostenibile e, quando sta per cedere, la si acciuffa fuori dal catino concedendole una boccata d'aria. Non appena il malcapitato riprende a respirare, lo si ributta a capofitto sott'acqua. Gli americani, tra mille polemiche, l'hanno usata in Iraq e Afghanistan con il nome di waterboarding. Terribile ma non cruenta. Per questo motivo ambigua e goffamente giustificata dagli esecutori, perchè, teoricamente, non mortale. Ma l'aspetto peggiore di questa tortura non sta tanto nella sofferenza fisica immediata, quanto nel risvolto psicologico, dato che la vittima non sa quanto puo' durare ed entra quindi in uno stato d'ansia incontrollato.  E' l'immagine che mi viene a mente, pensando a questa vecchia Europa che passa da una recessione all'altra senza vederne la fine. Nel 2008-9 il crack finanziario fu durissimo, ma per certi versi eccitante: fu come precipitare con l'ottovolante, con la consapevolezza che, prima o poi, si sarebbe risaliti di scatto e ripartiti, come era accaduto in passato. Il 2010, in questo senso, pareva uno spiraglio di luce in fondo al tunnel. Poi è arrivata la crisi del 2011. Ora, dopo un nuovo impatto con la recessione per Paesi come Italia, Gran Bretagna, Grecia, Portogallo e Spagna, iniziamo a dubitare come ne usciremo, dato che si ha l'impressione che l'eccesso di misure di austerità rischiano di lasciarci sott'acqua per un tempo indefinito. Il saggio fatalismo che ci aveva accompagnato nei primi tre anni sta ora cedendo terreno a una forma di smarrimento che, per molti, inizia ad assumere le tinte della disperazione. Nessuno, da un paio di generazioni, si è mai trovato in condizioni peggiori. E nessuno sa come da questa crisi usciremo. Molti iniziano a innervosirsi, coscienti che le pensioni non basteranno e potrebbero venire ridimensionate, mentre i giovani continuano a non trovare lavoro. Chi vive del proprio capitale lo vede assottigliare inesorabilmente. Attorno, un bailamme di annunci e interpretazioni, tutte ipotetiche, su come potremmo uscire dalla peggiore recessione del dopoguerra. Molti temono che il peggio debba ancora venire, con un aumento della protesta sociale. Ed è in queste situazioni che trovano spazio demagoghi e populisti come accadde con Mussolini e Hitler tra le due Guerre. Sciamani che raccolgono la frustrazione della gente e la montano in rabbia quando la pacatezza della ragione non pare dare piú sostegno. Per ora non ce ne sono molti all'orizzonte ma e' un fatto che ovunque la politica e' entrata in fibrillazione. A Londra il Governo Cameron gira in tondo, ormai chiaramente incapace di dare soluzioni se non tagliare e tagliare per rimettere i conti in ordine. La campagna  per le elezioni del sindaco che avranno luogo giovedì, malgrado due personaggi pittoreschi come Ken Livingstone e Boris Johnson , si sta svolgendo nel vuoto di idee. I media parlano di esteri, cronaca nera e curiosità di ogni genere per distrarre la gente. Inerzialmente continua la lamentela contro i bonus eccessivi della City, ma alla rabbia acuta degli anni passati si è sostituita unsordo rancore. I giovani, che fino all'inizio dell'anno scorso, trovavano lavoro facilmente, si iniziano a rendere conto che la loro generazione è condannata ad aspettare pazientemente prima di trovare un decente avvio nella vita. La crescente disoccupazione giovanile, anche in Gran Bretagna, dove ha raggiunto il 20% è la vera piaga di questi anni. Il debito ha divorato il futuro delle nuove generazioni. Ma lo ha divorato anche ai genitori "cicale" ora condannati a una vecchiaia assai modesta. Solo una speranza resta: la ripresa. La parola crescita rimbomba sempre piú come un'invocazione piuttosto che una constatazione. I Governi possono tagliare la spesa e tassare ma non creare la crescita per decreto. Quella tocca alla buona volontà e all'iniziativa della gente. Ma, dopo una serie di waterboarding estenuanti, si fatica a ritrovare il fiato.   

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