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Marco Niada

Londra - Cosmopoli di Marco Niada

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aprile 2012

27 aprile 2012 - 13:53

La (in)felicità in salsa anglosassone

Specchio, specchio delle mie brame, chi è il piu felice del Reame? La commissione incaricata da David Cameron di scoprire quali elementi immateriali rendono la società più felice ha partorito un primo topolino: chi è sposato con figli è mediamente più felice di chi non ha figli o è single o, peggio, divorziato. La discendenza dà infatti un senso alla vita. La commissione, i cui studi costano al contribuente un paio di milioni di sterline l'anno, ha scoperto l'acqua calda, dato che altri studi precedenti sono giunti alla stessa conclusione. Che peraltro, come tutti gli studi sociologici, non ha conclusioni valide per tutti. Per i pragmatici è un esercizio futile e costoso. Va però detto che l'intento è nobile, specie alla luce di questa crisi finanziaria che si è alimentata a detta di molti da un eccesso di avidità e materialismo. Molti libri sul tema sono usciti di recente. Uno dei più famosi è Affluenza di Oliver James, a cui ha fatto seguito dello stesso autore The Selfish Capitalist. Secondo James all'origine di ogni male sta il capitalismo ipercompetitivo anglosassone che porta a un crescente divario tra ricchi e poveri, vincitori e vinti , a un trionfo del materialismo e dell'egoismo sulla solidarietà sociale. Dati alla mano James sostiene che la percentuale della popolazione emotivamente stressata (stati di ansietà, depressione, rabbia, impulsività aggressività) tocca il 26% negli Usa. Dalla parte opposta dello spettro sta l'Italia con il Giappne, la Spagna e la Germania con una media del 5%.  Il Belgio è attorno al 12% mentre stranamente la Francia sale al 17%. Complessivamente il mondo anglosassone (Usa, Uk, Canada, Nuova Zelanda) segna una media del 23%. L'Europa continentale col suo modello solidale è assai più in pace con se stessa. Conclusione dell'autore: il capitalismo anglosassone darwiniano, spinto da egoismo e selezione eccessiva crea una società arrabbiata e depressa. In altre parole infelice. Il divario tra ricchi e poveri, peraltro, conta ma non è essenziale. In Italia e' assai piu alto che in Belgio Olanda, Canada,  Spagna, Nuova Zelanda e Francia ma gli Italiani sono assai meno stressati. Lo stress, che secondo James è certamente una costante tra i poveri, la cui vita è segnata dall'incertezza e precarietà è però un concetto relativo. In una società ipercompetitiva, tesa sempre al raggiungimento di obiettivi è infatti difficile trovare il Nirvana della pace dei sensi. James, che per certi versi è un neoromantico e atttinge a sociologi come  Erich Fromm (quello del famoso libro Avere o Essere) sostiene che i valori materiali sottostanti al modello anglosassone lo hanno portato alla frutta. Anche perchè cerca sempre più giustificazioni deterministe legate alla genetica per motivarsi. Il che, secondo James, oltre a confinare con nuove forme di razzismo, non sul colore della pelle ma sul modello vincente/perdente, non ha basi scientifiche. L'ambiente ha ancora una forte capacità di plasmare l'individuo e buone politiche sociali e una buona educazione portano a una società migliore. Ma sta veramente tutta la infelicità nel desiderio di "avere" a tutta la felicità nel perseguimento di un indefinito "essere"? Ai marxisti, che sono sempre stati per la teoria ambientale e non genetica, James fa un poco l'occhiolino. Va ricordato però che la teoria marxista ha fatto danni devastanti nella ricerca dell'uomo nuovo a cui insegnare a vivere. Ora siamo all'eccesso opposto, con la legge della giungla giunta al capolinea nelle sue espressioni eccessive. In mezzo sta Cameron, che cerca di smussare con il pannicello della ricerca della felicità. A spese dello Stato e del contribuente...

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22 aprile 2012 - 20:12

Il primo cittadino di Londra sarà una zuppa riscaldata

Il 3 maggio la cittadinanza di Londra, ossia tutti i residenti che ivi pagano le tasse, voterà per il nuovo sindaco. Comunque vada, il prossimo primo cittadino non sarà per nulla nuovo dato che a vincere sarà o quello in carica, il biondo conservatore Boris Johnson, o l'attempato laburista Ken Livingstone. Se Johnson vincerà otterrà un secondo mandato. Se vincerà Ken il Rosso, come viene anche chiamato, spunterà addirittura una terza nomina dato che aveva ottenuto due mandati consecutivi tra il 2000 e il 2008. Come mai una città dinamica come Londra, una città di giovani e cosmopolita, dato che un cittadino su tre è nato all'estero, non riesce a riproporre nient'altro che una zuppa riscaldata? Una prima spiegazione sta nel fatto che finora il sindaco della capitale è stato un politico anomalo che si è trovato a viaggiare su un altro binario. A differenza del francese Jacques Chirac che dal trampolino di sindaco di Parigi ha scalato tutti i gradini del potere fino a diventare presidente della Repubblica, o dello stesso Mario Cuomo che se avesse voluto avrebbe avuto qualche chance alle presidenziali Usa, i nostri due candidati sono personaggi anomali che difficilmente potrebbero entrare nell'arena politica nazionale. Livingstone, nettamente di sinistra vecchio stampo, è convinto che soltanto con forti spese Londra può mantenere coesione sociale. Durante il suo mandato, Ken il Rosso ha saputo però provare di essere più sfumato e ingegnoso di quanto non apparisse, inventando la congestion charge per il traffico del centro e allentando i permessi di costruzione al punto da dare la stura alla maggiore ondata di grattacieli dal dopoguerra a oggi. Boris, assai più di destra di molti colleghi tory, ha saputo controbilanciare abilmente la propria posizione politica con una contagiosa simpatia e alcune trovate come il rilancio del ciclismo pubblico grazie alle ormai note Boris bikes. Sul fondo però è arrivato all'appuntamento della bici pubblica molto dopo città come Parigi o Milano. Altre misure, come la riduzione dell'area coperta dalla congestion charge, i tagli alle spese di rappresentanza, il ritorno del bus a due piani a detrimento di quelli lunghi e snodati che effettivamente hanno causato vari incidenti che hanno coinvolto ciclisti sono state più scelte prudenti di ritorno al passato che novità. Le proposte future dei due candidati convergono peraltro con soluzioni poco diverse su temi identici, ossia il rafforzamento dell'ordine pubblico con una maggiore presenza dei poliziotti e la lotta al crimine giovanile, più facilitazioni all'edilizia popolare e una fluidificazione dei trasporti. Livingstone vira a destra astenendosi da ingrandire nuovamente la zona della congestion charge che Boris ha ridotto si asterrà anche di tassare i Suv. Promette però di tagliare le tariffe dei trasporti del 7%. Boris, che non vuole spendere giocherà sull'effetto dei bus a due piani, introducendone altri 600, fornirà ulteriori facilitazioni alle bici oltre a introdurre metrò senza conducenti per tagliare i costi. Promettendo peraltro di investire 221 milioni per rilanciare le zone commerciali, mentre Ken punta sull'apprendistato giovanile. Boris va a sinistra Ken un poco a destra. In questo deserto di idee forti, anche perché non ci sono soldi per fare granché, gioca a questo punto la politica delle personalità e della reputazione. E su questo fronte Ken é parso più in difficoltà del rivale in carica quando è emerso che in passato non aveva pagato tutte le sue tasse, che ha fatto uso di servizi sanitari privati o che si è messo a piangere davanti a un filmato di londinesi che lo sostenevano che sono risultati poi essere comparse di uno spot pubblicitario a suo favore. Magra figura che credo gli costerà il terzo mandato. E permetterà al rivale di vincere ai punti. Lontani i tempi in cui il sindaco di Londra era un personaggio che attraeva la curiosità dei cugini Europei.  

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8 aprile 2012 - 17:43

La tumultuosa avanzata degli Italiani a Londra

Quando il sindaco di Londra, Boris Johnson, dedica una serata agli esponenti di spicco della comunità italiana a Londra, significa che i nostri connazionali sono diventati una realtà con cui fare i conti. In vista delle elezioni del primo cittadino il prossimo 3 maggio i due maggiori pretendenti, Ken Livingstone e Boris Johnson, stanno conducendo una campagna elettorale senza esclusione di colpi. Nulla deve restare intentato. Non a caso Johnson ha incontrato un centinaio di esponenti illustri della nostra comunità a una cena che si è svolta all'Istituto Italiano di Cultura alcuni giorni fa.  Istrione come sempre, il sindaco in carica, oltre a perorare la bontà della propria causa rispetto a quella del rivale, ha saputo simpatizzare con gli astanti toccando i tasti giusti: non solo ricordando le sue frequentazioni di italiani in gioventù, ma anche sfoderando i propri studi classici. "Se non fosse stato per l'iniziativa di un gruppo di avventurosi della vostra penisola nel 43 dc, sotto l'Imperatore Claudio, questa città non avrebbe mai visto la luce" ha detto. Si è spinto peraltro nella riconoscente adulazione al punto da ricordare che la nascente colonia romana venne rasa al suolo dopo 17 anni da Budicca, regina degli Iceni, una tribù autoctona di inglesi. Fondata da stranieri e distrutta dagli indigeni, Londra ha avuto il gene cosmopolita fin dagli albori. Solo a Londra e in poche altre metropoli multietniche come New York un sindaco fa peraltro campagna prendendo di mira le grandi minoranze. E la nostra è senz'altro una di quelle che contano di più. Secondo dati recenti (e prudenziali) del Consolato italiano a Londra gli Italiani di passaporto (anche doppio) presenti in Inghilterra (in particolare al centro-Sud, comprendendo la grande comunità di Bradford) sono circa 200mila. A cui si aggiungono oltre 30 mila in Scozia. Del totale, oltre 100mila stanno a Londra. Una città italiana grande come Trento è contenuta nella capitale britannica. Di questi compatrioti, la metà è arrivata in 150 anni, tra il XIX secolo e gli anni '70. Una prima ondata di artigiani e piccoli commercianti è giunta dal Nord e Centro Italia tra l'Ottocento e la seconda Guerra mondiale. Un'altra, composta da braccianti, muratori e operai è giunta in massima parte dal Sud tra il dopoguerra fino a fine anni Sessanta. L'ondata che interessa di più il nostro sindaco è però l'ultima, massiccia, dei 50mila che sono giunti negli ultimi 30 anni. Sono professionisti  (finanza, accademia, medici, studi legali) o imprenditori (ristorazione, design, moda, e commercio) che sono stati attratti da un'economia in piena espansione durante gli anni del boom. Dopo lo scoppio della bolla finanziaria alcuni sono usciti di scena, abbandonando la City. Ma sono stati subito rimpiazzati da almeno un paio di migliaia di italiani benestanti che, complice prima la flessione della sterlina e poi la crisi di Eurolandia, hanno deciso di comprarsi una casa nella capitale per fare un investimento sicuro. Costoro sono in massima parte non residenti e abitano casa loro come un luogo di vacanza. Sono tutti finiti in gregge tra Chelsea e South Kensington, i quartieri che gli italiani considerano il centro di Londra, anche perché una via come Kings Road, con la fila sterminata di negozi, si presta a replicare lo struscio nostrano. E' una categoria ancora acerba, a cavallo tra il turista e l'abitante. Non voterà dunque alle amministrative per il sindaco come gli altri, da tempo stabiliti, ma è un nuovo sedimento di connazionali che viene coccolato, in particolare in veste di consumatori, se si pensa soltanto a quanto hanno speso per arredare tutte le nuove case. C'è infine un'ultima categoria, un esercito che si ingrossa sempre più, composto da studenti. Una volta erano solo universitari che venivano a specializzarsi con un master o un Phd. Ora vengono sempre più a fare l'Università dal primo anno o a diplomarsi, complice il ristagno di idee, buone scuole e posti di lavoro nel nostro Paese. Ma anche questa legione rischia, almeno in parte, di finire disadattata. Il mercato del lavoro londinese, per quanto generoso, inizia infatti a prosciugarsi a causa della grave recessione in corso che tra la fine dello scorso anno e l'inizio di quello in corso sembra attraversare la fase più acuta. A noi interessa comunque guardare al presente. E a oggi, l'idillio tra gli italiani e Londra continua imperturbato. Gli italiani nella capitale si moltiplicano: cambiano i fattori ma il risultato non cambia...   

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1 aprile 2012 - 19:00

La rivolta del pasticcino colpisce Cameron

Da alcuni giorni in Gran Bretagna sembra di essere tornati ai secoli bui delle autocrazie, quando la plebaglia si ribellava ai signori perché alzavano il prezzo del pane. Fatte le dovute proporzioni è quanto è accaduto giorni fa quando il Governo Cameron ha deciso di imporre l'Iva del 20% sui cibi caldi, quelli venduti e temperatura superiore all'ambiente. Cosa è successo di tanto tremendo, al punto da fare scatenare una campagna virulenta da parte dei tabloid contro un Governo accusato di essere elitista e lontano dalle esigenze della gente comune? E' successo che la tassa ha colpito le cosiddette pasties, i pasticcini salati di pasta sfoglia farciti con salsicce o carni. Vendute pronte e calde in catene di chioschi alimentari come Greggs, che si trovano nei posti più frequentati delle città, come le stazioni, le sfogliatelle sono il cibo base della pausa di mezzogiorno per le classi medio basse e operaie. Alcune sfogliatelle costano solo una sterlina e fanno pasto unico per chi non può neppure permettersi  le 3-4 sterline di un sandwich. Ammettendo che molta gente si nutra esclusivamente di pasties e facendo due conti rapidi, ci troveremmo di fronte a un aumento del costo della vita tra 50 e 100 sterline l'anno. Apparentemente non una tragedia anche per chi tira la cinghia. Delle due l'una: o le classi medie inglesi sono talmente alla canna del gas che l'aumento del prezzo dei pasticcini salati fa loro deragliare il bilancio famigliare o, come è più probabile, dopo i tagli dal 50 al 45% alle tasse sui redditi superiori a 150mila sterline, dopo un peggioramento fiscale della posizione dei pensionati (granny tax, tassa sui nonnetti) il Governo si è trovato all'angolo perché sta dando l'impressione di favorire i privilegiati proprio quando la crisi sta mordendo di più i ceti deboli. Tanto più che è emerso che coloro che donano oltre 250mila sterline l'anno al partito conservatore hanno accesso ai party privati dati dal Primo ministro.   Da qui bordate di critiche da parte di quasi tutti i media. Cameron e il Cancelliere George Osborne sono corsi subito ai ripari facendosi fotografare mentre azzannavano con gusto dei pasties , come a dimostrare di essere avvezzi al cibo del popolo. Ma Osborne è inciampato pesantemente quando ha ammesso che non ricordava quando aveva mangiato l'ultimo pasticcino. A volte basta poco, un simbolo come un pasty per mettere un Governo in difficoltà. Provare per credere: dal 22 al 31 marzo la popolarità di Cameron secondo un sondaggio You Gov pubblicato dal Sunday Times è crollata dal 42 al 34%. Una settimana in politica può essere micidiale.

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