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Marco Niada

Londra - Cosmopoli di Marco Niada

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marzo 2012

25 marzo 2012 - 20:27

Per Londra un budget di consolazione

Cosa può fare un ministro delle Finanze quando non ha più un soldo in cassa, siede su una montagna di debito da contenere per tenere una tripla A minacciata ormai da 2 agenzie di rating su tre, mentre le prospettive di crescita per quest'anno sono al meglio a zero? Può solo fare delle contorsioni, con piccoli spostamenti e annunci differiti che possano dare la direzione di marcia del Paese. A differenza dell'Italia, infatti Londra le liberalizzazioni le ha già in atto da un ventennio, il mercato del lavoro è flessibile e l'economia resta apertissima al mondo. Ma la crescita non arriva. Che fare? Il cancelliere George Osborne ha annunciatonella finanziaria di mercoledì due misure di rilancio: il taglio dell'aliquota massima sui redditi individuali da 50% al 45% per i redditi supoeriori alle 150 mila sterline annue e un forte taglio alle tasse aziendali, con una progressione nel prossimo biennio dal 26% attuale al 24% al 22% rispettivamente. Non senza rasentare il patetico ha inoltre salutato un investimento nella ricerca della farmnaceutica  GlaxoSmithkline da 500 milioni di sterline che non sarà peraltro pronto fino al 2020, come pure non si stanca di tessere lodi sperticate e finire in televisione non appena qualcuno crea qualche centinaio di posti di lavoro. La macchina dell'immagine procede a tutta forza per dare l'idea che il Paese resta sempre il posto migliore in Europa per attrarre investimenti (e lo è) ma nella sostanza i maggiori partnere commerciali europei si trascinano nel ristagno quando non nella recessione come noi italiani, l'industria finanziaria non cresce ed eroga pochi crediti e non si vedono all'orizzonte nuovi settori economici alternativi che possano prendere il testimone della crescita. Il settore dell'energia alternativa ha nutrito troppe illusioni ed è stato ridimensionato nelle aspettative, informatica e internet continuano a crescere ma non a sufficienza e il settore dei servizi serve appunto chi consuma solo laddove ha i soldi per consumare. La finanza dopo una forte contrazione si è stabilizzata ma al meglio ristagna. L'edilizia procede ma a macchia di leoopardo e, specie nella capitale, la massima parte dei grattacieli in costruzione e il villaggio olimpico sono ormai storia passata. La differenza con l'Italia resta a mio avviso il mercato del lavoro in netto favore dei giovani: a 22 anni chi si è laureato inizia a lavorare e nel giro di pochi anni ha sufficiente esperienza per lanciarsi in nuove avventure quando i coetanei italiani sono ancora precari o in attesa di vedere il primo vero stipendio. Il Regno Unito e la capitale in particolare hanno una demografia favorevole rispetto a tutti gli altri Paesi europei  e questo può continuare a garantire forze fresche e entusiaste di darsi da fare. La svalutazione reale della sterlina sull'euro di circa il 25% fa sì che il costo del lavoro per unità prodotta sia altrettanto più basso rispetto al nostro Paese o a Francia e Spagna. Non è poco: sono vantaggi che prima o poi si faranno sentire. Ma anche a Londra come a Milano o a Parigi il cammino da fare per uscire dalla crisi è lungo. Questione ancora di qualche anno...

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19 marzo 2012 - 9:23

L'economia britannica è la più digitale del mondo

Nessuno l'avrebbe mai detto, anche perché paesi come la Corea hanno connessioni online molto più rapide. Ma, per una volta, non è soltanto una questione di velocità ma di cultura. Le imprese britanniche sono infatti frotissime utilizzatrici di internet e anche le piccole e medie lo usano per commerciare ed esportare in giro per il mondo. Risultato: nel 2010 l'economia legata a internet valeva ben 121 miliardi di sterline (circa 150 miliardi di euro) pari all'8,3% del pil ossia il tasso più alto all'interno dei |Paesi del G20. Le cifre vengono da uno studio della società di consulenza Boston Consulting secondo cui sempre nel 2010 ben il 13,5% degli acquisti venivano fatti online, con una proiezione che dovrebbe salire al 23% nel 2016. Quell'anno, secondo lo studio, l'economia online dovrebbe valere 221 miliardi di sterline, ben oltre il 10% del pil. Secondo varie fonti ormai la soglia del 10% del pil dovrebbe essere raggiunta gia' quest'anno. Gli inglesi sono pazzi per l'economia digitale anche perchè hanno imparato a cogliere tutte le occasioni di risparmio che essa offre e i compratori su internet risparmierebbero circa mille sterline l'anno rispetto a chi si reca nei negozi. Aggiungerei personalmente che molta economia dei consumi in Gran Bretagna passa per grandi catene con prodotti standardizzati, a differenza delle nostre attraenti botteghe italiane, per cui tanto vale comprarli via computer piuttosto che recarsi al supermarket....

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11 marzo 2012 - 17:40

L'industria britannica da grande leggenda a goffa chimera

La decisione della giapponese Nissan di investire 125 milioni di sterline nell'impianto inglese di Sunderland per costruire una nuova vettura, creando 2mila posti di lavoro, è stata ripresa dai media con un entusiasmo che ha rasentato l'isteria. In un momento in cui tutti rimpiangono la fine dell'industria manifatturiera britannica e lamentano l'impossibilità che questa riesca a colmare il buco lasciato dal declino del settore finanziario, l'annuncio è parso come una raggio di luce in una notte buia. Infatti la notizia va al di là dei pochi posti di lavoro che i giapponesi creranno, ma dimostra che, tutto sommato, gli impianti britannici sono ancora competitivi su scala mondiale, dato che la società giapponese poteva decidere di sviluppare il nuovo modello in qualsiasi altra parte del mondo. Per la cronaca, rileva il Financial Times, gli impianti automobilistici inglesi sono peraltro riusciti ad attrarre nell'ultimo anno e mezzo ben 4 miliardi di sterline d'investimenti perché riescono a mantenersi competitivi. Un dato che fa riflettere l'Italia, dove si discute dei destini della Fiat, della sua identità nazionale e della sua volontà di produrre nel nostro Paese. Considerando peraltro che l'Italia, malgrado tutto, resta un Paese con una base manufatturiera ben piú ampia di quella inglese. Con poco più del 20% di occupati a fronte del 10,5% degli inglesi, l'Italia resta un Paese europeo ancora pesantemente industrializzato, al pari della Germania, dove la mano d'opera manifatturiera pesa per il 20%. Un 20% che permette ai tedeschi di mantenersi quarti al mondo come produzione complessiva, grazie a una fortissima produttività. Sono cifre enormi se confrontate a quelle inglesi anche perché, se è vero che l'industria tedesca è due volte e mezza quella inglese a parità di produttività, è anche vero che la Germania, a parti rovesciate, per quanto abbia un sistema finanziario assai più ridotto degli inglesi non è certo sottosviluppata su questo fronte. A merito degli inglesi va detto che quel 10% di addetti manufatturieri garantiscono quasi metà dell'export nazionale, con un output simile a quello francese.  Ciò che conta è la qualità della base industriale rimasta e, nel caso britannico, tra difesa, alcuni tipi di meccanica, chimica, farmaceutica,  alimentare, il paese difende ancora le proprie posizioni. Altro discorso è però pensare che questo sia un trend sostenibile, specie se la base manifatturiera continuerà a restringersi. Non a caso il Governo di Londra continua a ventilare progetti e sostegni all'industria. Le associazioni imprenditoriali peraltro insistono per ottenere maggiori aiuti e incentivi. Ma all'orizzonte è difficile scorgere grandi realtà industriali in arrivo, capaci di dare rilancio all'economia nazionale. Tenendo anche conto del fatto che la mano d'opera britannica qualificata nel settore manufatturiero  è sempre più rara e cede il passo a una legione di braccianti dei servizi che sono altamente fungibili da un settore all'altro, previa un'infarinatura di  qualificazione per passare dal ruolo di cameriere, a commesso, a addetto ai musei. E' anche vero che c'è sempre più un'armata di giovani che sanno usare le tecnologie informatiche in misura molto maggiore che in Italia, ma anche quelle devono avere applicazioni utili, che vadano oltre i registri di cassa o la contabilità aziendale e finanziaria. La leggendaria culla della rivoluzione industriale si culla insomma nella chimera di un'industria che verrà. Un grande  Aspettando Godot più a uso di letterati che di economisti.

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4 marzo 2012 - 14:17

I primi germogli di ripresa della City

Sono ancora movimenti infinitesimali, considerata la batosta che hanno subito i servizi finanziari britannici da 4 anni a questa parte. Ma è un fatto che il mese di febbraio ha dato nuovamente qualche segnale incoraggiante sul fronte delle assunzioni degli operatori finanziari. La ripresa, come si diceva, è timida e procederà assai probabilmente a sobbalzi. Dai dati resi noti dalla società Mc Kinley Employment Monitor emerge comunque chiaramente che per la prima volta, per quanto a un livello assai piú basso del passato, offerta e domanda iniziano a convergere nuovamente come nel 2007. Allo ra, ai tempi d'oro, il mercato del lavoro girava mensilmente attorno alle 10mila persone tra offerta e domanda, regolarmente soddisfatte. Con il crack della Lehman del 2008 la offerta di lavoro  è precipitata nell'autunno di quell'anno a duemila unità a fronte di una domanda rimasta invariata attorno ai 10mila posti. Segno che numerose persone erano rimaste per strada.  Poi, a fronte di un mercato aridissimo, che non chiedeva oltre 4mila posti al mese, anche l'offerta di lavoro si è adeguata, calando a 8mila unità per il fatto che probabilmente molti finanzieri stranieri sono tornati ai Paesi d'origine o andati in cerca di un futuro migliore in altre piazze.  Con il 2010 e l'inizio del 2011 la situazione ha dato cenni di ripresa: l'offerta di lavoro delle banche e' salita attorno alle 5/6.000 unita' mensili. Il problema è che la massa dei senza lavoro, causa i licenziamenti era intanto salita fino a un picco di 14mila persone in cerca di lavoro nell'estate del 2011, quando l'economia è tornata a perdere fortemente colpi. Al punto che l'offerta delle banche ha toccato nuovamente un minimo di 2mila posti a dicembre del 2011. La domanda di lavoro si è forzatamente adeguata calando a propria volta al minimo di 6mila. A quel punto per la prima volta in tanti anni, domanda e offerta sembrano avere iniziato a convergere a livelli ragionevoli e ora davanti a 6mila che cercano lavoro le banche ne assumono 4mila. Le assunzioni sono raddoppiate. Un piccolo germoglio primaverile che ha fatto pensare a molti che la City dopo avere toccato il fondo, ha ora iniziato il lento percorso per tornare a galla.

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